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martedì 29 luglio 2014

fratelli


Ho una passione, da qualche anno a questa parte. Abbiamo, perché anche la ms ce l’ha. Lei è rimasta folgorata dal Biografilm Festival di Bologna, io da Julien Temple al Torino Film Festival. Parlo dei documentari musicali. Così, quando quella donna specialissima mi ha detto «C’è questo film qui al The Space di Borgo Dora» io ho pensato subito «Sì» e solo dopo «Minchia, che cinema di merda!», immaginando (come poi in effetti è) un posto nel nulla dove non si mangia e non si beve decentemente né prima né, soprattutto, dopo. Il documentario in questione, a metà strada tra un’allegra terapia familiare (non scherzo sull’«allegra»), lo stile di Julien Temple e quello di Michael Moore più qualche sprazzo di probabile finzione, si chiama Mistaken for strangers, e racconta, in verità molto poco dal punto di vista musicale, molto dal punto di vista umano, del tour europeo di una band indie (?!?) americana di nome The National. Di cui ignoravo l’esistenza, ma che adesso so che mi piace. Il regista, Tom Berninger, è il fratello del frontman, anzi, di più, è la sua versione grassa, metallara e un po’ sfigata. Ovvio (?) che ne venga fuori un ritratto divertente ma complesso, a tratti emozionante, comunque intrigante. Che vi piaccia o no lo stile del gruppo (qualcuno fa paragoni con Nick Cave, ma francamente non mi pare), si tratta di un bel film, fatto davvero bene. Recuperatelo!

lunedì 28 luglio 2014

forever (neil) young


No, non sono sparito: lavoro matto e disperatissimo fino all’otto di agosto. Ma parteciperò ai blogathon come promesso. In più, non è che proprio la sera sia stato a fare i fili (espressione sicula che non credo necessiti di spiegazione…). La scorsa settimana, peraltro, è stata una settimana musicale. Al documentario sui National dedicherò un post domani, perché è molto più cinema che musica. E quindi parliamo di musica. Domanda: ma sono io che sto invecchiando o sempre più spesso ai concerti ci sono troppi telefonini e gente fuori di testa e sempre meno erba da respirare e cori più o meno stonati? Neil Young a Barolo è stata una bella esperienza uditiva (maxischermo non pervenuto per volere del cantante, vabbuò) almeno finché alle nostre spalle una specie di predicatore che diceva cose in parte sensate ma nel modo più inutile, sbronzo e sbagliato, si è scagliato contro un pubblico (effettivamente un po’) freddo. In ogni caso, io quelli che dicono che Collisioni sia male organizzata vorrei sapere il resto dell’anno che fanno. Parliamo della pioggia? Delle birrepiscio onnipresenti sponsor? Del fatto che, una volta entrati dentro al lunapark non se ne potesse uscire per mangiare o bere qualcosa di decente? Ok. Per il resto, grande manifestazione, di cui mi spiace aver visto poco. Neil Young? Quando parla, non si capisce un cazzo, Quando canta, sembra che da Harvest siano passati quattro anni, non quaranta e rotti. E le canzoni lunghissime, suonatissime, sono una gioia. Per le orecchie, solo per quelle, come dicevo prima. Venerdì poi è stata la volta dei Pet Shop Boys a Torino. Ché, se non fosse stato per la ms, probabilmente non avrei visto, perché li conosco ancora meno del cantautore canadese. Concerto iniziato tardissimo, con pioggia a intermittenza, dopo uno scrauso gruppo italiano che cantava in inglese e una tipa interessante quanto misteriosa che a me e alla ms ha ricordato Meryl Streep col nasone. Con i PSB mi sono divertito e, prima che cominciassero con le canzoni che conoscevo, a un certo punto ero quasi in trance, come in una discoteca all’aperto di un tot di anni fa. Loro sono sempre gli stessi, solo un tot di capelli in meno. Le ballerine, fantastiche, sembravano uscite da una coreografia di Valerio Lazarov: un tuffo nel passato ancora più della musica. Ma voi lo sapevate che I’m not scared (portata al successo da Patsy spallinacadente Kensit) l’hanno scritta loro? La musica della settimana non finisce qui, ma necessita ancora di un post a parte…

venerdì 4 luglio 2014

porchilmondo


E insomma dispiace un bel po’. Perché a me Giorgio Faletti ha sempre divertito proprio tanto. Vito Catozzo in primis, ma anche il testimone di Bagnacavallo e il mattomattomatto col suo giumbotto. Per non parlare di Franco Tamburino all’interno di quello strano miracolo tv che fu Emilio. Poi l'ho scoperto come autore di canzoni. No, non le canzoncine sceme (per quanto «Le donne vanno e vengono lungo il viavai del porto…» sia un delizioso e brevissimo flash comico), non la retorica di Signor tenente, ma quella piccola perla d'album che è Il dito e la luna cantato e suonato da Angelo Branduardi. Al cinema, curiosamente, ha credo sempre fatto lo stronzo, ma niente di memorabile. Si piaceva, e probabilmente aveva un ego di discrete dimensioni: e questo gli italiani non lo perdonano a nessuno, tranne a se stessi e forse ai calciatori. I romanzi non li conosco: le persone più diverse me ne hanno detto tutto il meglio e tutto il peggio. Però Io uccido sta nel mio kindle da mò, tanto che adesso sembra quasi brutto infilarcisi, così.

lunedì 23 giugno 2014

(all in all) video saved the radio star


Non tutte le classifiche vengono dal Cannibale: questa, per esempio, arriva da Il Karda. Che, essendo più giovane del sottoscritto, ha parlato dei suoi video preferiti degli anni Novanta. Io ho deciso di tenermi largo: la mia è una lista un po’ più Eighties, più DeeJay Television che Mtv, insomma. DeeJay Television, lo spiego ai più implumi di voi, era un programma di video che andava su Italia 1 ed era presentato da giovani e allora sconosciute creature di Cecchetto come Fiorello, Linus, Albertino, Gerry Scotti, un imbarazzante Jovanotti e quella gnocca stratosferica di Kay Rush. Detto ciò, ecco l’elenco, stavolta in ordine cronologico. Ah, per aggirare le menate di youtube, i video si guardano cliccando sui titoli...

Regia di John Landis, devo aggiungere altro? Ah, sì, la risata di Vincent Price. E Michael Jackson in versione zombie. Una perla. E, per un corto circuito mentale troppo lungo da raccontare, mi ricorda quando mi persi in gita a Roma e mi venne la febbre. 







Relax – Frankie goes to Hollywood (1983)
Sia la versione originale molto frocia, sia quella etero di Brian De Palma in Omicidio a luci rosse, le ho sempre trovate geniali, compreso il grassone piscione. Peccato che, dopo quel gran bell'album che era Welcome to the pleasuredome, il gruppo si sia dissolto.


Karma chameleon – Culture club (1983)
Che fosse una canzone triste l'avrei scoperto tempo dopo, all'epoca mi piacevano il ritmo, quell'ambientazione da vecchio Sud, con il battello, ladri e truffatori e tutto il resto. E fu amore a prima vista con quella strana, adorabile creatura di nome Boy George.




I want to break free – Queen (1984)
La prima volta che l'ho visto ho pensato più o meno che facesse cacare. Poi, dopo un po' di volte, ho cominciato a sghignazzare e ad apprezzare. Grandi Queen sdoganatori della libera sessualità, casalinghe disperate e baffute. Kitsch e genialità, com'era nel loro stile migliore.

Sempre adorata come cantante, apprezzata tardi come donna. Video geniale, visionario, poi riciclato anche in pubblicità, diretto da quel genio anni Ottanta, da noi misconosciuto, di Jean-Paul Goude, all'epoca suo compagno.

Intanto gioite: quello che vedete è uno dei pochi video che quella adorabile, geniale testa di cazzo non ha ancora fatto oscurare. È il pezzo con cui mi innamorai segretamente degli urletti di Prince. La passione vera però sarebbe sbocciata di lì a poco con Sign o' times.




Sì, lo so, la canzone è del 1971. Ed esiste anche un video originale, con John al pianoforte e Yoko che spalanca le finestre. Ma il videoclip del polacco Zbigniew Rybczyński, che faceva queste robe qui in un'epoca in cui il digitale era quasi un sogno (cercatelo su internet, please!), è bellissimo.

Non ve l'aspettavate? Dovreste dare un'occhiata al mio iPod. Questo video kafkiano e ragnateloso mi è sempre piaciuto da morire. I Cure li ho conosciuti meglio dopo, ma questa è un'altra storia.

Facciamo che chissenefrega del testo misogino (soprattutto alla luce di un video che misogino non è)? Un capolavoro dall'inizio a (soprattutto) la fine. Sesso droga e unzunz. È stata per qualche anno la suoneria (fatta con le mie manine sante) del mio telefono.

Adoro entrambe le versioni, entrambe omaggi al cinema fantastico che fu: difficile scegliere tra la pianta gigante e la microragazza in provetta. E il pezzo di questa dimenticata band belga è delizioso.



Lo so, avevo promesso più sesso. Ma magari faremo un'altra classifica, che ne dite?

mercoledì 30 aprile 2014

e non m’annoio


A me questa cosa delle feste, specie se civili e sensate, sembra bellissima. Persino la parola ponte, dissociata da Messina, ha un fascino tutto particolare, un apostrofo rosa tra “venerdì” e “non lavoro”. Così io e la ms venerdì scorso siamo andati a Genova a vedere la mostra di Munch. Non proprio insieme, ché quando ci mettiamo di buzzo buono siamo proprio stupidi, comunque poi siamo rimasti lì. Edvard Munch è uno che, parole sue, deve ai suoi drammi e ai suoi problemi la sua arte. Io, al posto suo, avrei preferito qualche disgrazia in meno e la capacità di disegnare cornicette di prima elementare, ma tant’è: la mostra è bella e neanche tanto angosciante. Manca L’urlo, in compenso fuori dal museo c’è una troiata che si chiama Urla con l’urlo: una cabina più o meno insonorizzata dove puoi… urlare, esatto, e farti una foto o un video con la riproduzione del quadro. Passata ’a nuttata a Genova, dove ci siamo anche discretamente strafogati, siamo tornati a Torino. Sì, perché a Torino in questo periodo ci sono circa 1482 cose da fare. Tutte insieme, ovviamente. Tipo i concerti, gratis o a prezzi stracciati, del Jazz Festival. E sabato la doppietta prevedeva Uri Caine al pomeriggio e Diane Schuur la sera. La Schuur è impressionante: da dove tiri fuori quella voce stando seduta (è cieca e non sembra neanche propriamente in salute) è un bel mistero. È la terza volta che ascolto dal vivo Uri Caine, lo adoro perché non fa un concerto (né un disco) uguale all'altro: peccato che “genio e regolatezza” si vesta sempre come un prete d’estate. Domenica pomeriggio, con un po’ di tristezza perché in sala eravamo davvero in pochi, ci siamo dati a Luca Ronconi per tre ore: Pornografia, dal romanzo di Witold Gombrowicz, ovviamente non è una roba porno, ma si ride e ci si angoscia il giusto. Valentina Picello è uno spettacolo nello spettacolo, straordinaria nella parte della vecchia “santa” su cui ruota tutto il secondo atto. E da domani sto qua.

venerdì 21 febbraio 2014

shame on you (if you can't dance too)


Sotto Sanremo non potevo esimermi. Come i più vecchi di voi avranno capito dal titolo Seventies, qui oggi si parla di passioni musicali di cui ci si dovrebbe vergognare. Il condizionale è d’obbligo, perché sappiate che io, sotto sotto (lo so, mi ripeto), non mi vergogno manco per niente. Il giochino in questione, come già quello dedicato ai film, è un’idea di quel genio del male del Cannibale. Ordine alfabetico, così non si fa torto a nessuno.

Rubacchiando un'idea di Piero Ciampi, Fornaciari confeziona questa irresistibile canzoncina cattoerotica dal testo davvero penoso. La conosco a memoria. Tanto tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, la dedicai anche a una che si mostrava senza darla. Almeno a me.



Imagination (Belouise Some) - 1985
Chi è della mia generazione se la ricorda bene. Non tanto la canzone, che tutto sommato ha il suo perché, ma per quella sega tamarra, quell'interminabile Dallas porno soft che era il suo video. Quanto durava? Una vita. C'è gente (non io) che veniva prima della fine.




‘O tiempo se ne va (Squallor) - 1983
Non sono un amante del gruppo partenopeo, a parte quelle cinque o sei canzoni. Però questa è stata la prima che ho sentito e l'ho subito adorata. Ricordo che ero in macchina con mio padre: scandalizzato, riuscì a cambiare stazione radio alla velocità della luce. Resta forse la loro hit migliore.

Da un'altra parte ho quasi scritto che sono molto legato a quei quattro, che hanno alle spalle alcune cose belle, tanta roba media e un bel tot di minchiate. Questa vorrebbe essere ironica ma alla fine è solo autoreferenziale. Io e la DRFM la cantavamo quando c'erano le levatacce.



Ramaya (Afric Simone) - 1975
«Ramaya bokuko ramaya abantu ramaya miranda tumbala...»: vabbè, ma se non conoscete le lingue ditelo! Un uomo, un genio: dal Mozambico alla Francia, quindi la Germania e l'Italia: con questa canzoncina impossibile guadagnò uno strafottio di soldi. Impossibile non ballarla.



Respectable (Mel and Kim) – 1987
La storia del duo è triste, con Mel che morirà di cancro tre anni dopo ad appena 23 anni. La canzone, invece, è un inno alla gioia, con quella risata grassa che a me faceva impazzire. E come non cantare, tutte le volte che lo shuffle ci inciampa, «Tay-tay-tay-tay-t-t-t-take or leave us...»?



Sei tu (Syria) - 1997
Depravazione su depravazione: quando apparve l'anno prima a Sanremo, quella ragazzetta coi denti messi un po' a minchia (poi li raddrizzò) a me faceva sesso. La canzoncina, partorita da quel mezzo genio di Claudio Mattone, è di quelle che ti entrano in testa. E ti bruciano un paio di neuroni.



Soli (Adriano Celentano) - 1979
Cosa mi lega a Celentano l'ho già scritto qui (notate, peraltro, la mia bellissima foto!). Ma Soli ha un testo cattoerotico che solo Cutugno poteva partorire. Non è certo in cima alle mie preferite del Molleggiato, ma quando mi scappa la canto, comprese le briciole nel letto.

Stiamo come stiamo (Loredana Bertè e Mia Martini) - 1993
Qui la questione non è nel testo, all'epoca sottovalutato. Il problema è la musica, è l'arrangiamento. Nel disco c'è qualcosa da pianobar di terz'ordine, con esagitate campionature da villaggio vacanze: un pastrocchio. La versione dal vivo a Sanremo, in compenso, è tremenda.



We are family (Sister Sledge) – 1979
«We are family / I got all my sisters with me / We are family / Get up everybody and sing (sing it to me)»: la famigghia versione discomusic è davvero tamarra, ma avete presente Kevin Kline con i Village People in In & out? Non riesco a non ballare. Anzi, batto anche le mani a tempo.

giovedì 20 febbraio 2014

the good son


Poiché questa, in un modo o nell'altro, è la settimana della musica (domani rivelo i miei dischi della vergogna, sapevatelo), oggi parlo di Nick Cave. Ho iniziato a conoscerlo pochi anni fa. E ho imparato ad amarlo leggendo il suo primo romanzo (se continua al ritmo di uno ogni vent’anni sono fottuto), poi il secondo, quindi le apparizioni al cinema… Insomma, le canzoni sono venute da ultime, ma sto recuperando. Chiaro che, quando a Berlino hanno proiettato un documentario a lui dedicato, mi sono fiondato in sala. Il rischio, come sempre, era l’eccessiva celebrazione. Ma 20,000 days on Earth, nonostante sia diretto da una coppia inglese (Iain Forsyth e Jane Pollard) che sembra uscita da La rivincita dei nerd, è un ottimo film che viene buono anche per chi non è molto pratico dell’artista. Con cui, tra l’altro ho scoperto di avere ben due cose in comune (chi ha detto “capelli”? screanzato!): l’amore per la letteratura trasmesso dal padre e il terrore di perdere la memoria. Nei 95 minuti c’è di tutto, anche (ma poche, in proporzione al resto) qualche canzone. L’artista australiano si rivela su più piani, persino quello tra il cazzaro e lo psicanalitico. E ci sono momenti, come quello in cui racconta del padre che gli legge Lolita o dello strano rapporto che lo lega a Kylie Minogue, in cui verrebbe voglia di incartarlo e di portarselo a casa (Tiz, buona! no, non si può, dicevo così per dire!).

giovedì 13 febbraio 2014

il cattivo sceriffo (con postilla funebre)


Mentre guardavo La voie de l'ennemi (o Two men in town o come cacchio si chiamerà), pensavo a quel vecchio articolo di Internazionale (e tiriamocela, va) sulla globalizzazione di certi autori. Ma poi mi sono detto fanculo, il problema non è quello. Rachid Bouchareb può benissimo fare un film ammerigano, ma deve metterci il suo stile. E invece qui il regista potrebbe essere chiunque, per esempio un Cronenberg stile History of violence ma non troppo ispirato. Liberamente tratta dal poliziesco francese anni Settanta Due contro la città, trasposta negli Usa e interpretata da Forest Whitaker e Harvey Keitel, la pellicola non merita i buh che gli sono stati attribuiti quando l’ho visto a Berlino, però è vero che lascia un po’ così. La storia dell’assassino che torna in libertà grazie alla buona condotta e alla fede in Allah, e che spinto dalla stronzaggine dello sceriffo e dalla cattiveria del mondo, fatica a trovare la quadra, poteva essere gestita molto meglio. Brutto proprio no, deludente sì.


P.S.: non c'entra nulla, ma mi è giunta notizia che è morto Freak Antoni. Che anche a me piacciono le sbarbine e, soprattutto, si sa, non sono un duro, mi commuovo anche al cine. Che la terra ti sia lieve, Roberto!

lunedì 27 gennaio 2014

k 379


La ragazza è giovane che non puoi capire, ma Mozart l'avrebbe capita. E se ascolti soltanto e non la guardi è come non leccarsi le dita nella famosa pubblicità. Perché questa si muove ora come sul proprio amante, ora come un derviscio seduto, ora dritta come un fuso, ora gatta in fase d'attacco, ora gobbo ipovedente, ora maestrina che conta amorevole i propri alunni in bianco e in nero. Quasi finale a sorpresa di un weekend sempre troppo breve con Unfattovéro, la partecipazione della poison con Tiz e la bionda, le risate al Quaalude di Scorsese. Ma voi la sapevate 'sta cosa della maratona Mozart a Torino da sei anni a questa parte?

martedì 9 luglio 2013

sull'eco del concerto che insieme ci trovò


Lei, Diana Krall, vestito nero e tacchi rossi, Celindiòn con il facciotto, moglie devota (le ha anche scritto una moscia canzone) di Elvis rivincitadeinerd Costello, parole, saluti, ringraziamenti ma mai fuori posto, come i suoi capelli. Calcolata, immobile al pianoforte, la voce col cappello e senza, come forse ci si aspetta da lei, come nel video in quel ristorante, ti ricordi? E noi a chiederci come oggi: quanta tecnica? quanto talento? Mai una zampata. E allora viva il suo imperfetto, matto chitarrista col capello pisciato primi Beatles. Memento: recuperare un'altra qualche versione di On the sunny side of the street tipo questa. Lui, Jan Garbarek, l'ho conosciuto con la ms, prima mai coverto. Non è mai troppo tardi, perché forse sarà lontano dalla musica che ascolto (?), ma a me è piaciuto oltre ogni aspettativa. Lui con quelle sopracciglia un po' sataniche, un po' Elio stravolto. Lui con i suoi pompini al sax fatti con tenerezza, un po' nascosti. Con quel pianista apparentemente impassibile ai giochi di rimando di un Trilok Gurtu in stato di grazia, genio numero uno della serata. Lui neanche una parola, lui con quella faccia un po' così di chi mancava 18 anni da Perugia. Ussignur, Perugia non me la ricordavo così bella. Musica ovunque, di ogni genere, per ogni orecchio. Belle scoperte da uno, due, cinque, dieci euro compresoilcd lanciati nella custodia, musicisti di strada che ti riempiono il cuore più di quelli che avresti pagato il triplo. Una mostra fotografica bellissima, trovata per caso, di quelle che dici «ancora!». Al posto dell'ex pugile scontroso, un ristorante che è piaciuto quasi solo a me, un po' come il chitarrista della Krall. Giardini ombrosi dove il rockabilly si fa cazzaro a dovere. Voglia di restare ancora una settimana. Voglia che ti va bene anche prendere tre treni. Si rifà. Oh sì, se si rifà.


martedì 2 aprile 2013

la sua libertà


S'era fatto un sacco di donne, s'era fatto er gabbio, s'era fatto e basta. Il Califfo ha scritto Minuetto, E la chiamano estate, L'urtimo amico va via, Tutto il resto è noia, Ce stanno artre cose, La nevicata del '56, ma si è spesso sprecato a fare la caricatura di se stesso. Qualche anno fa aveva detto candidamente di essere diventato povero perché s'era mangiato tutti i soldi. Troppo trasparente, troppo puro per l'italietta democristiana che continuiamo a essere.

giovedì 2 agosto 2012

love is in the air


Un signore, grigetto meno di quanto si pensi, avvinghiato alla tastiera. Bianconero bianconero bianconero, e non è una suora che cade dalle scale (cit. Woody Allen). Un giovane cinquantenne a piedi nudi abbarbicato ai suoi fiati gli fa da controcanto. Facile pensare alla vecchia battuta del piano e della tromba, ma si vola altrove. Il bianco e il nero stemperati nel grigio parlano di cose serie, forse; generano colori virati seppia e gettano sprazzi di colore inaspettati. Le dita che battono il tempo sotto la gamba sembrano uscite dalla sabbia, le note sanno di salsedine, serate di mare che non vuoi o non puoi dormire, fruscii di vento che non sono solo quelli soffiati e amplificati ad arte. Un insieme che separato non reggerebbe due ore, forse. Fresu, Einaudi. Non molto diverso dall'amore.


martedì 17 luglio 2012

on a night like this


Leggo un amico di amici su fb che a proposito di Bob Dylan a Barolo scrive più o meno «concerto pessimo, mito finito». Sorvoliamo sul concerto, che a me è parso parecchio bello anche se un po’ freddo, fa specie che un quarantenne abbia bisogno di miti. Come credere in dio, nutrire speranza, fidarsi dello psiconano di ritorno, pensare che la schedina ti cambierà la vita. Aspettarsi che un artista non cambi mai per poi potergli rinfacciare che fa sempre la stessa opera. Che noia.


lunedì 12 marzo 2012

parabole


Aspettavo un'articolessa, di quelle lunghe, accorate, magari anche noiose. Ma Lucia Mannucci è morta e non se l'è filata nessuno. Nel giorno della festa della donna (rido? rido) è stata ricordata come la donna del Quartetto Cetra. L'ennesimo orpello nella festa dei cotillons, come fosse stata solo la moglie di Virgilio Savona. D'altronde anche il Quartetto nella sua interezza è stato dimenticato, salvo ricordare le simpatie comuniste di Savona (per le quali furono alienati dalla Rai) o per intitolare loro un palco della Scala (e perché non una vecchia fattoria?). Insomma il nulla. Così come è sconfortante vedere la pochezza in fotocopia (magari di quelle col toner scarico) dei commenti alla morte di Moebius. Uno dei più grandi artisti visionari del Novecento, uno cui l'idea di fumetto e di cinema devono tantissimo, uno che c'è mancato poco facesse Dune con Jodorowski (altro che Lynch, ma non lo sapremo mai) e che, capendo la grandezza di un personaggio a lui apparentemente estraneo come Silver Surfer, gli ha dedicato un graphic novel che commovente è definire poco. Che c'entrano Moebius e la Mannucci? Niente. Ma c'è una moria insopportabile, e purtroppo non è quella delle vacche.


giovedì 1 marzo 2012

lucio dove vai


A mio padre non piaceva. In verità non gli piaceva nessun cantante "moderno", ma chissà perché ce l'aveva con lui in modo quasi “fisico”. Sarà anche per quello che Dalla l'ho scoperto tardi? Chissà. Ho saltato a piè pari il periodo Roversi (troppo complicato per un ragazzino, vero, ma continuo a pensare anche a quaranterott'anni che sia un po' sopravvalutato) e mi sono trovato ad amare incondizionatamente tre dischi: Lucio Dalla, Dalla e, ma molto più tardi, quando stavo con la Drfm che con i suoi racconti di bambina me l'ha fatto scoprire, Come è profondo il mare. Che è un concept album (o almeno io l'ho sempre pensato come concept album) molto più concept di Automobili, per dire. È soprattutto questa canzone qui, scritta come un disegno di Jacovitti, che mi scatena una risata, un buonumore, una illogica allegria per dirla alla Gaber. Come ha detto giustamente Assante alla radio poco fa, sia quando ha fatto cose notevoli, sia quando ha fatto robe brutte, ha sempre dimostrato di essere uno che non si fermava mai, uno che voleva sempre sperimentare cose nuove: che senso ha la morte? che senso ha la vita.


martedì 20 settembre 2011

especially tonight


Quando partono le note di Povera patria mi rendo conto che non è la prima volta che ascolto Battiato dal vivo. Era l’estate del 1992, c’era questa grande manifestazione con cantanti e attori a partecipare del dolore, dello sdegno e della voglia di ribellione (almeno così pareva allora) nei confronti della mafia e di quelle stragi che nel giro di due mesi avevano cancellato Falcone e Borsellino. Insomma, ora come allora mi commuovo, tanto. A parte che non è neanche l’unico momento del concerto in cui mi sciolgo, provateci voi quando ccu tuttu ca fora si mori na' mori stranizza d'amuri. E poi il grande spettacolo è lui che, vestito come suo nonno, sembra uno dei giovani truccati da vecchi di qualche moda fa. Ed è un fantastico mistero la perfetta alchimia con la chitarra di Davide Ferrario, scatenata ombra rock alle sue spalle, con quella faccia un po’ così, da strappamutande introspettivo.

giovedì 14 luglio 2011

come quando non scopi da un po’


Sì, insomma, breve ma intenso, come il concerto di Anna Calvi. D’altronde ha fatto un solo album. Chi è Anna Calvi? Vabbè, ma allora che vi parlo a fare? Ventott'anni, inglese di padre italiano, voce sottile e minuscola mentre parla, voce incazzosa e sensuale quando canta, molto brava, anche piuttosto gnocca. Deve lavorare sulla presenza scenica, ma è ancora gggiovane. A proposito di gggiovani, il pubblico non lo era particolarmente. Molto alternativo, quello sì, ma anche molto tabagista: una tragedia per me che speravo di scroccare una canna e mi sono ritrovato a sorbirmi un coro di sigarette di merda. Molto Spazio 211 (che è l’inculatissimo posto dove si svolgeva il concerto), ma anche trapuntato qua e là di personaggi non proprio a posto con la testa, tipo il tizio con la maglietta rossa che sembrava Charles Manson o l’uomo (ma quanti anni aveva, 30 o 50?) accanto a noi: uno che si agitava al ritmo della musica con la stessa verve di uno che trattiene la pipì, uno che - per capirci - nel desktop del telefonino aveva Avril Lavigne.

giovedì 23 giugno 2011

grisù


Sappiatelo, da oggi so usare un estintore. Che mi dicono, purtroppo, estingua solo gli incendi. Mattinata pregna, iniziata con un'alba piovononpiovo e Quando mi vieni a prendere sull'ipod (perché Liga non sarà più quello di una volta ma è capace ancora a scrivere cose così, cari miei), infine proseguita con il corso antincendio. Senza caffè per quattro ore, devo aggiungere altro? Sì, l'insegnante. Che diceva intavno invece di interno, aveva il culo a papera e l'abito blu con i mocassini senza calze. Per la prima ora non ho guardato altro. La bruttezza, a volte, è ipnotica.

lunedì 16 agosto 2010

crocicchio


La Puglia che incontra il bdcdP incontra la Puglia che incontra la Palestina che incontra il bdcdP in una sera in cui piove dappertutto tranne qui. I grilli fanno da sottofondo, i lampi sono lontani, il tuono è solo il rombo di una moto. Madamine sfotticchiano una fricchettona che si agita arabeggiante, poi balla in disparte. E io che della tipa volevo pensare il peggio, ora faccio il tifo per lei. A fine concerto passiamo a cinque metri forse meno da Nabil: ho deciso che lo amo, ma te molto di più.



lunedì 2 agosto 2010

feeling better


Il supporter è un giovanissimo vecchio accartocciato sulla sua chitarra; canta di amori disperati in un unplugged che certo non aiuta a coprire ingenuità e difetti. Per fortuna, l’accompagna uno che, altrettanto giovane, è capace però a far cantare la sua chitarra. Malika Ayane arriva sulle note di Chiamami adesso ma nessuno riconosce Paolo Conte, né capirà dove comincia Carmen Villani e finisce Nina Simone, non si curerà neanche di cercarli sul mulo o il tubo, accontentandosi di pessimi video di un minuto e foto-giocattolo fatte col flash (ti scoppiasse in faccia, idiota!). D’altra parte, le signore intorno a noi aspettano di massacrare con le loro ugolette di nicotina le sole tre canzoni che conoscono. Ce ne fottiamo: la piccola donna sul palco ti fa capire cosa intende Conte per timbro vocale «arancione scuro che sa di spezia amara e rara», che a me non sarebbe mai venuto in mente, ma – cazzo – ha ragione. Per adesso è un piacere ascoltarla, tra qualche tempo imparerà a muoversi meglio. In compenso ci innamoriamo all’istante di Chris Costa, dei suoi capelli, dei suoi movimenti, di come gioca e si diverte. Me lo compri? A casa nuova starebbe così bene al posto della tv…