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lunedì 2 novembre 2015

credo di aver visto un film del tff


Mi mangio il cappello (uno a caso, magari di quelli meno impolverati) se Walter non farà parte della sezione Festa mobile del prossimo Torino Film Festival (signora Martini, la prego, si metta una mano sulla coscienza e lo aggiunga in corsa, grazie). E insomma ero lì, in una serata un po' così, e ho cercato qualcosa di inedito sul web. E ho trovato questa strana commedia indipendente che, come molte commedie indipendenti americane, parte che sembra una cosa e poi tac! diventa qualcos'altro. Se all'inizio l'opera prima di Anna Mastro (all'attivo un po' di corti e un po' di tv) sembra una specie di commedia assurda sui danni della religione, a metà sboccia e si trasforma in un quasi dramma – seppure divertente – a lieto fine. Walter, un po' autistico un po' oppresso dalla madre e un po' depresso, da quando è morto il padre è convinto di essere stato prescelto da dio per decidere chi va in paradiso e chi all'inferno. Ovviamente non è così, e dietro c'è un trauma infantile. William H. Macy è lo psicologo che (non) vorresti avere, Neve Campbell invecchia in bellezza, Virginia Madsen no ma è brava, gli altri attori, tutti piuttosto televisivi compreso l'impeccabile protagonista Andrew J. West e la classica bonazza americana Leven Rambin, fanno la loro porca figura. E alla fine del film, se mai l'hai avuta, ti passa tutta la voglia di andare in una multisala.

venerdì 18 settembre 2015

chiedi chi era wes craven


Insomma ci pensavo guardando L'ultima casa a sinistra, e poi pensando a Nightmare e Scream. Ci saranno adolescenti che non si cacheranno in mano vedendo un film di Wes Craven, l'uomo che ha reinventato, almeno per tre decadi, il teen movie de paura. Ci mancherà, quell'uomo lì. Uno che ha cercato, e un po' c'è riuscito, a fare film sempre diversi. Una specie di highlander che, con tutte quelle reincarnazioni, sembrava non dovesse morire mai. Il film di cui parlo oggi è del 1972. Craven debutta grazie a Sean S. Cunningham con questo film datato e malato (non so a quale aggettivo dare la precedenza) che ha, nientemeno, che un'ispirazione bergmaniana, La fontana della vergine. Beh, i punti di contatto ci sono, ma... La protagonista, che muore presto, è una ragazza senza reggiseno. Cerca maria, cerca sesso, cerca vita. E un po' se la fa sotto un po' no. Purtroppo lei e la sua amica (muore anche lei, ma non è un grande spoiler) incontrano degli psicopatici scappati di galera. La vera svolta del film, checché se ne dica, è nell'ultima mezz'ora, quella della vendetta. Un film datato, sì. Imperfetto, d'accordo. Con una coppia di poliziotti che sembra uscita da una puntata di Hazzard, ma alla fine sono gli unici personaggi sopra le righe. La meraviglia sta nei contrasti, nelle musiche sempre suadenti, quell'easy rock vagamente country spalmato su scene agghiaccianti eppure quasi prive di dettagli macabri. E sta nel montaggio incrociato fra le torture nel bosco e la vita da mulino bianco dei genitori di lei. Una piccola perla.


Ed ecco gli altri partecipanti alla giornata dedicata a Wes Craven. Buona lettura!

Il Bollalmanacco - Il serpente e l'arcobaleno 
Non c'è paragone - La casa nera
Mari's Red Room - L'ultima casa a sinistra
Scrivenny - Scream
Combinazione casuale - Nightmare - Dal profondo della notte
WhiteRussian - Red Eye
Cinquecento Film Insieme - Scream 3 e 4
Pensieri Cannibali - Nightmare - Nuovo incubo
In Central Perk - Nightmare - Dal profondo della notte
Il Zinefilo - Dovevi essere morta
Director's Cult - La casa nera


lunedì 14 settembre 2015

rocking rolling


Non so voi ma, da italiano, leggere la frase Dove eravamo rimasti mi fa piuttosto effetto e mi fa solo pensare a una orrenda pagina di malagiustizia scoppiata nel 1983 e tragicamente conclusa cinque anni dopo. Che aveva di brutto Ricki and the Flash, considerato che la metà dei film che escono dalle nostre parti ha un titolo inglese, a volte anche inventato a Roma? Vabbè, ve lo ricordate Jonathan Demme? Qualcosa di travolgente, Il silenzio degli innocenti, Philadelphia e, restando in tema musicale, Stop making sense? Ecco, lasciate perdere. Brava Meryl Streep, perfetta anche stavolta, pure come cantante, con quel timbro sporco che ti lascia qualche unghiata qua e là. Brava la figlia, bravo e bello Rick Springfield (66 anni?!?), bravi tutti gli altri, bentornato a Kevin Kline, ma... Vi ricordate Diablo Cody, autrice di quella meraviglia di Juno? Stavolta ha attinto dalla sua esperienza di figlia di rocker truzza e fallita, ma il gioco non gli è riuscito poi tanto. Una commedia scontata e un po' vecchiotta, con un cast multietnico e multisessuale che sembra un po' una barzelletta, quattro o cinque battute divertenti (Nirvana, soprattutto), e qualche lacrimone inevitabile sul finale, quando quasi tutti si sfilano il bastone dal culo e iniziano a ballare sulle note del Boss. Ci si poteva aspettare di più? Molto, direi.

giovedì 10 settembre 2015

bell(in)a zio


Buongiorno mister Guy Ritchie, posso farle due domande sul suo ultimo film? Lo sa che i cartelli arancioni con la scritta Taxi sono stati introdotti in Italia solo nel 1992? Sa, quel periodaccio fatto di mafia, esplosioni, tangenti, monetine e b.? Come b. che vuol dire? Vuol dire battone, ma anche battuage: sa in quel periodo quanti si sono prostituiti? Quanti hanno salvato il culo dandolo gratis? Quanti lo hanno oliato per bene in attesa dell'unto del signore? Vabbè, non ci faccia caso, le mie sono ostie di un vecchio (cit.). Comunque nel suo film c'è un anacronismo, e questo è un fatto. E poi… mi toglie una curiosità? Ma quella canzone di Peppino Gagliardi (dico Peppino Gagliardi! che a malapena se lo ricordano i parenti…) come l'ha trovata? Peraltro, fa da colonna sonora a una delle tre sequenze per le quali vale assolutamente la pena vedere Operation: U.N.C.L.E., quella in cui c'è coso che mangia il panino mentre quell'altro rischia la morte in motoscafo. Come chi è coso? L'ha scritturato lei! E anche quell'altro. E pure quella. E, le dirò, io non ho schifato nessuno dei tre come ha fatto qualcun altro (no, vabbè, non mi dica che legge il blog di poison!). Però le dico un'ultima cosa, ecco, col cuore in mano: lei che ha fatto Sherlock Holmes, no dico Sherlock Holmes!, una delle maggiori rivalutazioni del sottoscritto partendo da aspettative zero. Beh, lei che è sempre così cazzaro… stavolta non lo è stato abbastanza. Carino ma… ripassi Kingsman, ci vediamo a settembre. O quando sarà.

martedì 8 settembre 2015

notte horror: dead snow


Dici: perché diffidi della montagna? Ma non è vero. Non nevica, tu mi porti in macchina per curve e strettoie, ci facciamo un'escursione di un bel po' di chilometri (giuro) ma non più di 300 metri di dislivello, tu riguidi verso casa. Fico no? Tutto ciò per dire che… quale film per concludere meglio la nostra Notte Horror di Dead snow? Era da un po' che 'sto film stava lì in attesa. E devo ammettere che me l'aspettavo più grand guignol, più kitsch, insomma più truzzo. E invece 'sta specie di La casa immerso nella neve e grondante di zombie nazisti ha il suo perché. Nessun miracolo, ma il film del norvegese Tommy Wirkola diverte, con il suo oscillare contento fra parodia, autoparodia e omaggi vari, con una confezione tutto sommato curata nonostante un budget limitato. Ah, adesso mi tocca il sequel, ovviamente. Nonché la parodia di Kill Bill. Perché Wirkola poi si sia buttato su Hansel e Gretel, vabbè… pecunia non olet, al massimo dà risultati che fanno cacare.


Cari zombetti miei, con questa recensione e quella di Obsidian Mirror, dalle 23 in poi con un altro classicone qual è Trilogia del terrore, si chiude la seconda edizione di Notte Horror: ci vediamo al prossimo anno, spero. E se vi siete persi qualche puntata, ecco il programma completo:

venerdì 28 agosto 2015

e adesso sta con lei


Ma uno fa un film solo perché giri come una trottola da un festival all'altro? Mah, chissà. Intanto, a guardare su Imdb, c'è poco da stare allegri: I'm Michael, oggi, un'uscita normale, non dico in Italia, ma almeno in un Paese normale, non ce l'ha ancora. Forse perché è di quelli scomodi. Ma scomodi forti, fatti per scontentare, pardon, fare incazzare tutti. Ancor di più perché si tratta di una storia vera. Michael Glatze era un attivista omosessuale con i controcazzi, stava con un bel ragazzo, avevano una liaison stile Love story (nel senso dei fotoromanzi rosa, non della leucemia). Poi, un giorno, come Paolo a Damasco, venne folgorato da un coglionetto che gli disse più o meno «io sono Luca e Luca era gay». Da allora violentò la sua natura, divenne etero e più in là predicatore mormone. La vostra reazione è «Masticazziiii!!!»? Ecco, pure la mia. James Franco (il film l'ho visto alla scorsa Berlinale, che praticamente era una "retrospettiva in avanti" dei film di Franco) è perfetto nel ruolo forse combattuto forse no forse boh del protagonista. Justin Kelly, regista esordiente, ha un tocco pulito, preciso: non gliene frega niente di strafare, ma riesce a dare qualche cazzotto in pancia quando meno te l'aspetti. Sarebbe uno di quei rari casi, forse, da «sì, il dibattito sì». Nel dubbio, però, non invitatemi.


Questa recensione fa parte di quelle dedicate al Rainbow day, ovvero a tutti i colori dell'amore. Un'idea di Arwen Lynch per festeggiare il compleanno del suo blog. Quindi innanzitutto i miei migliori auguri! E poi ricordatevi che ci sono da leggere anche questi post qui:

Delicatamente Perfido
Director's Cult
Il Bollalmanacco di Cinema
In Central Perk
La Fabbrica dei Sogni
Non C'è Paragone
Obsidian Mirror
Pensieri Cannibali
Solaris
White Russian

lunedì 24 agosto 2015

te lo ricordi demetrio quello sfigo


Vabbè, dai, c'ho un'età: se leggo Edoardo De Angelis penso a La casa di Hilde e, soprattutto, a Lella quella ricca, la moje de Proietti er cravattaro. Ma questo Edoardo De Angelis è solo un omonimo e fa il regista. E lo fa anche bene. Ho visto Perez. con un bel po' di ritardo, ma mi è piaciuto con la sua aria livida e sporchetta, e un Luca Zingaretti come sempre a portare a casa un buon risultato. Insieme allo splendido Si alza il vento (ma chi è quel cretino che diceva fosse un film militarista? ho pianto come un vitello, ed è come una lezione di storia dentro un quadro di Monet), mi ha disintossicato dall'ultimo Mission: Impossible che, ancora dieci minuti, e m'assopivo: noioso, faticoso, fuori tempo massimo. Cosa faccio di bello in questo periodo? Dopo aver finito di lavorare come un ciuco, sto lavorando come un ciuchino e aspetto con ansia la fine di settembre che mi porterà in vacanza. Per il resto, poco. Forse gatti in arrivo, forse altro, sostanzialmente forse. Scrivo poco, commento su fb, pratico shiatsu pagato in natura (canne e generi alimentari, che avete capito?), converto zia 86enne alla lettura di Internazionale, ed è la più grande delle soddisfazioni. Ah, e torno nella mia isola di blogspot. Com'è che diceva quel bel culo anni Settanta (e forse non solo quello)?


giovedì 16 luglio 2015

salvate il soldato hook


«Ricchi coglioni che dicono a stupidi coglioni di uccidere poveri coglioni.
Questo è l'esercito»
('71, Yann Demange)

Vabbè, ditemi «Te l'avevo detto» e non ci pensiamo più, ma quanto è fico 'sto '71? Lo avevo evitato all'ultimo Torino Film Festival perché temevo l'ennesimo film, un po' noioso, sul conflitto irlandese. E invece non ci si annoia mai. Claustrofobico, con sequenze al cardiopalma, girato abbastanza da dio da un regista francese al suo primo lungometraggio dopo un bel po' di tv, ha un ritmo notevole, una signora sceneggiatura, e dimostra una volta di più come la stessa storia (Storia) si possa raccontare con modulazioni e angolazioni diverse. Insomma, per usare un francesismo (già che ci siamo), a dispetto di qualche stereotipo è un film che spacca i culi. E se si pensa che il tutto accadeva davvero non poi troppi decenni fa, la cosa mette giusto quel tocco di angoscia in più. Da vedere senza se e senza ma. Gira al cinema in originale con i sottotitoli, non ho poi capito bene perché. Di certo, la lingua inglese con cadenza d'Irlanda, senza, è incomprensibile giusto un gradino sotto quella che si parla in Scozia.


martedì 14 luglio 2015

notte horror: il conte dracula


- I am Dracula. Enter freely and of your own will.
(Count Dracula, Jesús Franco)

È con grandissimo piacere che apro le danze di questa seconda edizione di Notte Horror, e non con un film qualunque, ma con Il conte Dracula (1970) di Jesús Franco, con il mitico e (pensavamo) inossidabile Christopher Lee. Come tutti i grandi personaggi letterari, Dracula, come Frankenstein o Pinocchio o il conte di Montecristo, è stato trasfigurato, banalizzato, accorciato, minoreitanizzato (chi coglie la citazione senza ricorrere a Google vince una cena col sottoscritto) da mille film diversi. Ebbene, il regista spagnolo che più ha dato al cinema di genere con boiate enormi, film decenti e piccole perle lungo una carriera sterminata, è stato, almeno fino al capolavoro di Francis Ford Coppola, quello che, con questo film, pur semplificando e accorciando, è rimasto più fedele al romanzo di Bram Stoker. Lee, ovviamente, interpreta per l'ennesima volta il vampiro, anche se, obiettivamente, il migliore tra gli attori è senz'altro Klaus Kinski nei panni del povero, pazzo Renfield. Il compianto Herbert Lom, già straordinario Dreyfus nella saga della Pantera rosa ma non ancora assurto a mito, qui è Van Helsing. Il film, oltre ad essere ottimo per chi si voglia cimentare con la versione originale (l'inglese perfetto, quasi scolastico, è meglio di un corso della Fabbri Editore), è un curioso esempio di bmovie con un cast non proprio povero (ma le protagoniste sono due attrici culto di Franco, Maria Rohm e Soledad Miranda). Ondeggia tra un Hammer privo di ironia e l'horror di qualità, alternando effettacci scalcagnati, buchi di sceneggiatura e sequenze de paura mica male come quella iniziale del viaggio in carrozza e quella degli animali impagliati. Ne esiste anche una specie di making of molto sui generis, Cuadecuc del mitico produttore Pere Portabella, che si può ammirare qui su youtube: solo per feticisti del cinema, tipo tu che mi stai leggendo, insomma.


E adesso non dimenticate l'appuntamento dei prossimi martedì, nonché, soprattutto, quello delle 23 di stasera con Director's Cult e un altro, mitico titolo che ha per protagonista Sir Christopher Lee: The wicker man.

il giorno degli zombetti


Ci siamo: poche ore e si parte per il secondo anno consecutivo con la Notte Horror on the Blog, l'omaggio che noi zombetti più o meno cresciuti facciamo alla mitica rassegna che ci teneva svegli davanti alla tv ormai qualche secolo fa. Tutti i martedì, da stasera all'8 settembre, doppia recensione: una alle 21, una alle 23. Comincio io con Il conte Dracula, di Jesús Franco, segue due ore dopo Director's cult con uno dei film della lista che preferisco, il malatissimo The wicker man. A più tardi, e ricordatevi di diffondere il verbo. Quello qua sotto.

lunedì 13 luglio 2015

disperatamente al margine di tutte le correnti


Ebbene sì, sono andato a vedere Il nemico invisibile. Perché Nicolas Winding Refn ci ha creduto e cacciato la lira (il dollaro, pardon). E perché Paul Schrader, nonostante The canyons, è stato un grande sceneggiatore e un buon regista, sempre o quasi osteggiato da Hollywood. Così, non so che film sarebbe stato se non ci avessero messo le mani prima della distribuzione, non lo sapremo mai, o forse occorreranno anni, chissà. Fatto sta che, a dispetto dei pessimi giudizi, la prima ora scorre che è una meraviglia e sono sicuro che, se al posto di Nicolas Cage (che peraltro qui fa la sua porca figura) ci fosse stato un Bruce Willis o qualcuno del genere, ci sarebbe un sacco di gente pronta a difendere o quasi a spada tratta questo onesto film un po' vecchio stile un po' no, neanche troppo politically incorrect, che si perde inspiegabilmente nell'ultima, ridicola mezz'ora, quella della resa dei conti, quella che avrebbe dovuto fare scintille. Fatti i dovuti distinguo, sembra di rivivere un po' la maledizione di American sniper: qui come lì dovrebbe, avrebbe dovuto esserci, il confronto-scontro tra l'americano (in questo caso un vecchio agente Cia che ha scoperto di essere affetto da demenza frontotemporale) e l'arabo (un invecchiato terrorista autoesiliatosi che tenta di sopravvivere nonostante la talassemia). Ma anche qui c'è troppo poco spazio per la seconda storia. E certi dialoghi, e certe situazioni poco credibili, non aiutano per niente. È bello rivedere Irène Jacob, lei sì che invecchia a meraviglia.

giovedì 2 luglio 2015

spoon river (ci stiamo invecchiando ragazzi)


Patrick Macnee, più inglese di qualsiasi 007, micidiale con la sua bombetta e il suo ombrello, quando i Vendicatori del fumetto si chiamavano Vendicatori e se dicevi The avengers parlavi di Agente speciale. Paolo Piffarerio, genio di tanto Carosello, mito nella realizzazione di Fouché, ma soprattutto colui che raccolse la pesante eredità di Magnus regalando un centinaio di meravigliosi Alan Ford alla mia infanzia. Laura Antonelli, sola, deturpata, abusata: altri ne hanno fatto un monumento per dimenticare un po’ più in fretta (cit.). Dick Van Patten, che a parte Colombo e Dallas credo abbia partecipato a qualsiasi altro telefilm dei suoi tempi. Sergio Sollima, padre e forse vittima del successo del Sandokan televisivo. Remo Remotti, Freud del più geniale e incompreso film di Nanni Moretti, ma soprattutto stralunato poeta che se ne voleva andare da quella Roma incazzata, puttanona, borghese, fascistoide che tanto somiglia all’Italia.

mercoledì 24 giugno 2015

bræðra hnífa


Ma quante lingue conosco da quando ho scoperto Google Translate? Anche in questo caso, si apprezzano commenti autoctoni, ovvero, in questo caso, islandesi. Ve lo ricordate Nord? Le atmosfere di Hrútar (titolo internazionale Rams, ovvero Montoni, anche questo già acquistato in Italia e di prossima - salcazzo quando - uscita) sono un po’ simili, ma si ride meno. Vincitore della sezione Un certain regard di Cannes, visto a Milano nella provvida rassegna della scorsa settimana, il film di Grímur Hákonarson è la storia di due fratelli pastori che non si parlano da anni ma che ricominciano a interagire fra loro nel momento in cui uno dei due capisce di averla veramente fatta fuori dal vaso. Neve, alcool, paesaggi desolati, un goccio di Coen sciolto nell’umorismo scandinavo. Non so se meritasse il premio, di sicuro merita l’ora e mezza di visione.

martedì 23 giugno 2015

arrivano i buoni


Vabbè, ve lo devo dire: speravo che qualcuno si incuriosisse del titolo cinese del post precedente. Che poi, chissà se ho scritto davvero quello che volevo scrivere. Conoscete un cinese che conosce il cinese? Potete mostrarglielo? Grazie. Tra i film di Cannes a Milano c’era anche A perfect day, che ho visto più che altro per curiosità, aspettandomi non molto. Lo spagnolo Fernando León de Aranoa (I lunedì al sole, Princesas) stavolta dirige un cast internazionale (ci sono un americano, una russa, un portoricano, uno spagnolo, ché detto così sembra una barzelletta) per quello che, esagerando, si può definire un sorta di M.A.S.H. delle associazioni umanitarie: infatti, tra una bevuta, uno scazzo e una scopata, scontrandosi con l’ottusità della guerra e della burocrazia, Benicio Del Toro, Tim Robbins, Mélanie Thierry, Sergi López e Olga Kurylenko cercano di dare una mano in qualche parte devastata dei Balcani. Dramma e commedia si alternano con un buon ritmo e senza buonismi. Forse però, paradossalmente, il limite è proprio nel ritmo: non c’è tempo (o non si vuole dar tempo) per le lacrime, e la risata a tratti diventa liberatoria, come nel beffardo finale. Un film imperfetto ma interessante. In Italia distribuisce Teodora, ma non si sa ancora quando. Da vedere in originale con i sottotitoli, perché ciascuno, almeno per un po’, parla la sua lingua.

domenica 21 giugno 2015

愛的後果


Liangzi, Tao e Jinsheng sono amici. Il povero Liangzi ama Tao che però sposa il ricco e coglione Jinsheng. Se questo fosse stato il nocciolo e non il punto di partenza di Shan he gu ren (titolo internazionale Mountains may depart), probabilmente non ne starei neanche a parlare. Il lungo prologo, ambientato alla vigilia del 2000, sembra un po’ un melodrammone neorealista trapiantato in Cina; poi però, dopo quasi tre quarti d’ora partono i titoli di testa (eh già!) e il film cambia musica (più o meno, ché il leit motiv è sempre Go west nella versione dei Pet Shop Boys). Scopriamo così che, in realtà, le vere protagoniste della pellicola di Jia Zhangke sono Tao e la Cina attraverso 25 anni di storia (sì, finiamo in un futuro che è poi abbastanza presente…): di fianco, addosso e tutt’intorno al bildungsroman di Tao, scorrono i profondi cambiamenti della società cinese con le sue mille contraddizioni. Certo, alcune idee lasciano il tempo che trovano (il taglio dell’immagine che man mano che si procede si allarga, il nome del figlio, il cane che doveva vivere solo 15 anni, la canzone che apre e chiude il film…). Inoltre il capitolo finale, con quella punta di edipo moralista, è un po’ irritante. Tuttavia alcune trovate sono meravigliose (il padre che voleva fa’ l’americano e si ritrova a non capire il figlio che parla solo inglese) e la storia trabocca di spunti che magari restano lì, e sedimentano, e tornano quando meno te lo aspetti, come ogni buon film dovrebbe fare. In Italia distribuisce Bim, ma non si sa ancora quando.


Bene, sappiate che questo post contribuisce al China day. Insomma, finalmente, dopo mesi, sono tornato a scrivere insieme al “solito” gruppo di amici di cinema. Ecco, di seguito, i loro contributi:

Storia di fantasmi cinesi (Siu-Tung Ching, 1987) sul Bollalmanacco di Cinema
The Killer (John Woo, 1989) su Director's Cult
Lanterne rosse (Yimou Zhang, 1991) su Scrivenny 2.0
I love Beijing (Ning Ying, 2000) su The Obsidian Mirror 
Infernal Affairs (Wai-Keung Lau e Alan Mak, 2002) su Non c’è paragone
Life without principle (Johnnie To, 2011) su Solaris
Il tocco del peccato (Zhangke Jia, 2013) su White Russian
Closed Doors Village (Xing Bo, 2014) su Mari's Red Room

venerdì 19 giugno 2015

pastorale francese (ovvero john c. reilly is the new james franco)


«Scusi, che rivista è?». La ragazza ha gambe interminabili e pantaloncini minuscoli, capelli corti e celestini e, se non fosse che se sta qua dentro è maggiorenne, la prenderei per una di 15 anni. Sto leggendo un articolo di Internazionale sulla cultura pop giapponese, onestamente una robetta, ma «Sa, quello nella foto è il mio manga preferito!». Le cedo la rivista, tanto l’ho già letta tutta, si spengono le luci, le gambe infinite si arrampicano sulla poltrona, cerco di non distrarmi più di tanto. Beh, Les cowboys, opera prima dello sceneggiatore Thomas Bidegain (ha scritto un sacco di robe belle, buttate un occhio su Imdb) in effetti non permette grandi distrazioni. Sì, forse come ha detto qualcuno del pubblico, in certi momenti il regista «la fa facile», ma la disperata ricerca, nell’arco di una ventina d’anni, di una ragazza scappata di casa per vivere con una specie di terrorista musulmano, prima da parte del padre, poi del fratello, ha momenti davvero notevoli. E, soprattutto, fa incazzare e pone di fronte a interrogativi mica da ridere. L’ormai onnipresente John C. Reilly si ritaglia il ruolo di un americano molto traffichino. Ah, il titolo del film gioca sul fatto che la famiglia in questione sia di vaccari patiti del country. Ma quanto è bella Tennessee Waltz? Peccato che nella colonna sonora non ci sia la versione di Leonard Cohen.

giovedì 18 giugno 2015

dio li fa e poi (qualcuno) li accoppia


Ma che meraviglia è il primo film “internazionale” di Yorgos Lanthimos? I rischi c’erano, i precedenti non mancano, l’europeo che prende in mano attori americani e… insomma, se non sei Sorrentino di solito fai una mezza cacata. E invece The lobster è un filmone. Con una prima parte che fa molto Buñuel, un finale forse aperto (ma di quelli che mi piacciono) e una parte centrale meno convincente ma bella lo stesso. In un presente distopico in cui tutti devono essere accoppiati (ma niente mezze misure, né bisex né scarpe 44 e ½) oppure vengono trasformati in animali, lo sfigatissimo Colin Farrell si rinchiude in un albergo insieme ad altri personaggi micidiali (John C. Reilly con la zeppola, per dirne uno) per trovare l’anima gemella. Cattivissimo fino in fondo, con dialoghi che non perdonano nella loro schiacciante e volutamente desolante banalità, un paio di scene decisamente memorabili (l'oliva e, ahia, il cane!), Rachel Weisz e Léa Seydoux che in un contesto del genere non potrebbero fare sesso neanche se girassero nude. Toni molto più leggeri dei film precedenti del regista greco, ma non per questo una pellicola meno riuscita. Premio della Giuria a Cannes più che meritato, e si capisce perché sia piaciuto ai Coen.

P.S.: non c’entra un cazzo ma oggi esce Infinitely polar bear. Che i soliti idioti titolisti italiani hanno ribattezzato Teneramente folle. Fidatevi, è una commedia deliziosa. Parola di poison («deliziosa») e anche mia.

venerdì 12 giugno 2015

trovo titoli bellissimi per post che non riesco a scrivere


Ciao, sono Dantès e ho il blocco dello scrittore. Più o meno, sennò col cazzo che stareste leggendo questo post. Insomma, da stasera vado via tre giorni a seguire la retrospettiva di Cannes a Milano. Tanto piove. E al mare ci si va la settimana dopo. Nel frattempo mi verrebbe voglia di divorziare da fratello e sorelle, ma pare che non si possa. E ho un nipote che va a lavorare all'estero di cui sono molto orgoglioso. Ho visto come sempre un fottìo di film, ma vi parlo brevemente di due. Uno è Leoni, scacatissimo (purtroppo) film italiano con Neri Marcorè di cui mi piacerebbe tanto un’opinione della mitica middle. Miiiiddle, se ci sei, batti un colpo (ehm, no, quello è l’altro film). Vabbè, insomma, ero curioso, se non altro per l’ambientazione (il Nordest in crisi) e l’argomento che poteva risultare “scomodo” (come avrebbe preso questo paese di merda la questione delle croci?). Sorpresa: il film mi è piaciuto. È parecchio divertente, ed è una commedia all'italiana abbastanza old style. Compreso l’happy end bastardo, credibile come una moneta da tre euro ma sanamente cattivo. Non so, ma ho l’impressione che Steno, Monicelli, forse anche Germi, avrebbero apprezzato. Ah, Treviso è tanto bella, peccato esistano i trevigiani. Poi, con ritardo clamoroso, ho visto The innkeepers di Ti West. Che io mica lo sapevo chi era. E, a dirla tutta, non lo so neanche adesso. Bello eh! Persino divertente. Almeno fino a tre quarti, forse anche più. Il problema è un finale che a dirgli banale gli fai un complimento. Un po' come il Babadook (che arriva fra qualche settimana anche al cinema, per quei due o tre che non l'hanno ancora visto). E sì che sembrava un film de paura finalmente diverso. Ritenta, sarai più fortunato. E porta con te di nuovo Kelly McGillis, nostalgia canaglia!

giovedì 4 giugno 2015

when a dumb man cries


Partiamo dal finale? Sì, insomma, a me ha ricordato la sequenza iniziale di Melancholia, ma con la voglia di mostrare l’opposto. Nel film di Von Trier era l’annuncio di qualcosa di impossibile, in Forza maggiore è una sorta di happy end: la vita è una merda, ma non possiamo farci niente e tiremm innanz insieme, nonostante tutto. Mi aspettavo di più dal film di Ruben Östlund che mi ero precocemente pentito di aver zompato al Torino Film Festival causa difficoltà d’incastri. Secondo Fofi è una specie di Bergman mainstream: io però, a parte la comune origine scandinava dei due registi, non ci ho visto molto di più. Ed è un peccato, perché il film comincia bene, benissimo: tutta la prima parte, a cominciare dalle foto, è praticamente perfetta, annuncia bene quello che si aspetta. E quella montagna, quella neve, quella un po’ troppa natura che il giorno dopo avrei trovato in un film che è invece una perla, Youth (ne parlerò, sì), ci stava alla perfezione. Uh, e ci si diverte, eh, c’è la giusta dose di cattiveria e di ironia, la critica brutale al concetto di coppia o di famiglia, l’analisi dell’ipocrisia (toh, come Youth, ma una scalinata più giù). Poi però il regista ambisce all’ammicco, e si vede, soprattutto attraverso i personaggi secondari. E il protagonista a un certo punto crolla e piange sullo schermo. Tanto. Beh, di solito è il contrario. Ed è un uomo con le palle. Io.

giovedì 21 maggio 2015

e poi se la gente sa, e la gente lo sa che sai parlare di cinema


Sto per andare a pranzo quando il mio collega E. mi ferma e mi chiede «Hai già visto Mia madre?». E insomma, è bello che cinque o sei dei miei colleghi siano sempre curiosi di sapere cosa penso di un film. Poi però guardo l’orologio. E non per fare quello a cui cade la penna, anche se taccio spesso di ipocrisia quelli che la penna la tengono in mano, magari a mezz’asta, quei cinque, dieci, venti interminabili minuti in più. «Ne parliamo alle due e mezza?» rilancio io. Perché in realtà non so bene cosa dirgli, tanto che non so bene neanche cosa scriverne qui. Ma poi cedo alla lusinga e abbozzo due frasi, tre, quattro. Ho visto Mia madre una domenica mattina a Milano, presente Nanni Moretti. Mi aspettavo un film diverso: il titolo, in fondo, un po’ inganna un po’ no. Non è la storia di una persona che muore, ma è l’elaborazione di un lutto, fin dall’inizio. Una doppia elaborazione, checché ne dica il regista. Perché, se così non fosse, Moretti non avrebbe usato libri, mobili, vestiti di sua madre per creare il personaggio interpretato (splendidamente, ça va sans dire) da Giulia Lazzarini. Di quella mattina però ricordo le domande stupide di due psicologhe della domenica (beh, in fondo era domenica!) e la docilità, la disponibilità di un Moretti che non ti aspetti. E poi il senso di disagio dato dal fatto che, a parte quelle due scene di cui ho già parlato qui e in parte per il finale, non ho pianto. È come se il film mi fosse arrivato solo fino a un certo punto. Come se John Turturro, fenomenale quanto eccessivo, scatenato nelle sue improvvisazioni (il sogno in macchina e il film raccontato in osteria sono opera sua), avesse alleggerito un po’ troppo il carico che mi aspettavo di portare. Oh, ma poi c’è Margherita Buy. C’è la scena in cui si affaccia al balcone e io penso «Quanto è sempre bella?!?» e - tac - le guardo i piedi. No, nessun feticismo, ma penso a una delle prime sue apparizioni tv, timidissima al Costanzosciò, in cui parlava con imbarazzo delle sue fette. O alla prima e unica volta che l’ho vista dal vivo, in stazione centrale, sempre Milano, mentre prende un taxi con Silvio Orlando, ai tempi dello splendido Fuori dal mondo. Mi dico che Moretti è riuscito a trasformarla in Moretti in un modo assolutamente perfetto. E il sogno con la fila al Capranichetta è grande cinema, puro.