E, come dire, il weekend se n'è andato. Un po' a merengue, come direbbe quell'adorabile donna lì, un po' a ramengo, come si dice in quella città per la quale ho smesso di giustificarmi come nel mitico pezzo tragicomico di Paolo Rossi: Milano. Dici: che c'entra? C'entra, perché sabato, come un bambino che si aspetta il lunapark, sono andato con la ms alla mostra di Bruno Munari al Museo del Novecento. Una mostra che, se Munari fosse vivo, gli verrebbe uno sciupun: secco, definitivo, taàc. Perché non puoi rinchiudere un genio che ha fatto dell'interattività una forma d'arte in vetrine sigillate e gabbie di dubbio gusto arancione. Perché io posso anche non sapere un cazzo del signor Munari Bruno e, quindi, ho il diritto di leggere una scheda biografica e avere informazioni che non siano seghe mentali di uno che vuole fare il primo della classe. Munari era gioco, era genio, era il futurismo spiegato ai bambini e agli adulti che si sentivano tali (no, non eterni adolescenti, non cretini vestiti da idioti, proprio bambini dentro, con ancora l'emozione viva della scoperta e del gioco). Di questo, nella mostra c'è poco o nulla. E mi sono tornati alla mente i festeggiamenti per i 90 anni del Maestro, alla Triennale: pazienza fosse sindaco l'Albertina, quella sì che era una festa per gli occhi! E allora ho detto alla ms: beh, però al bucsciòp ci saranno i “libri illeggibili” che sono una figata, dai che li sfogliamo! E invece ce n'erano sì e no tre. Delusi, prima di prendere il treno abbiamo azzardato, vista la desolazione di Porta Garibaldi, di portarci via una birra da corso Como: impossibile, senza sedersi in piena movida quasi non ancora sfatta. E loolapaloosa (o lupamalupa?) ormai mi fa venire in mente sono la canzone degli Elii.
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martedì 13 maggio 2014
martedì 28 maggio 2013
famedio
Tanti turisti: chi l'avrebbe detto che Mazzini, Hayez e Munari avessero così successo da morti? La prima domenica d'estate, la giacca di pelle dentro lo zaino, esco a Porta Garibaldi, supero i cantieri, il passaggio del piscio, il vialone pieno d'auto e sono nel quartiere giallo. Di fronte al primo quattro stelle cinese, il cimitero monumentale. Ho una specie di appuntamento, quello con Vincenzo Jannacci medico e artista, oggi ossa, cartilagine, poco altro. Ho aspettato. Non avrei potuto sentire applausi, folla, futilità. È un pezzo di Milano che mi mancava, ed è strano essere oggi in questo museo quasi a cielo aperto, statue enormi che non sono quasi per niente inquietanti. C'è sporco e grigio, quello sì. Verrebbe voglia di prendere una grossa spugna, tirare via la cracia da tutto. Faccio un giro sopra, sotto, intorno, poi mi arrendo. Torno all'ingresso dove un guardiano con la sigaretta in bocca sembra il bigliettaio effesse del bdcdP. Sembra, perché invece è gentile. «Davanti a lei, la galleria sulla destra, sempre dritto, dopo Gaber». Lo trovo subito. C'è una lastra di marmo nuda e cruda, persino una specie di provetta con un fiore attaccata con lo scotch. Dentro non c'è più niente, lo so. Và no via Enzo... ciao Enzo, oeh!
martedì 27 marzo 2012
tutti noi ce la prendiamo con la storia...
Intrappolati nel traffico di Milano, chiamiamo: mi hanno insegnato così. Sì, mi scusi, arriviamo fra un quarto d'ora. Come? Il tavolo già dato via? Ah, ma ce ne trova un altro. Grazie. Arriviamo, c'è un sacco di posto libero. Luogo carino, molta tradizione, loro simpatici. Un po' meno simpatica quella nostalgia canaglia fatta di scritte sul pane apocrifamente attribuite a Gandhi e appartenute invece ad altro pelato. Ops, molto meno simpatiche quelle bottiglie da autogrill messe lì acchiappacitrulli col profilo in bella vista. Psss, mssss, sono fasciiiii... Come? Sono fasciiiii... Shhh, arriva la cameriera. Posso dirvi una cosa? Dicci, giovane virgulta implume. Non so, io faccio il mio mestiere, non dovrei forse, eh, boh, insomma, volevo dirvi che... siete proprio belli. Ti guardo: come darle torto?
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martedì 20 marzo 2012
ancora 48 ore
Andiamo al Cartoomics che se ti vesti da fumetto entri gratis? Eva Kant, che poi son 50 anni di Diabolik, vuoi mettere? No, la calzamaglia di Diabolik io no. Però col senno di poi potevo fare Ginko. Vabbè. Questo accadeva settimane fa. Poi succede che ma sai che in quel weekend c’è anche Blackbird a teatro? Roba pesa, un pedofilo e la sua vittima che si ritrovano dopo anni, ma le cose non sono mai così semplici, il bianco e il nero che si confondono, si va? Internet santo subito, compriamo i biglietti. Poi sfoglio Vivimilano e sai che sabato mattina c’è Besson che presenta il suo film all’Anteo? Io chiamo ma figurati se… Ho prenotato per due. E così fu. Sveglia come se si lavorasse, ma arriviamo in anticipo, e se c’è folla, c’è traffico, c’è coda, non ci sono i posti numerati? Besson non è un campione di simpatia ma direi che non ci fa, quindi lo adoro. Girula per Brera a cercare un posto aperto a pranzo che non sia spennaturisti: missione quasi compiuta. Un po’ di metro e un po’ di auto e un po’ di metro ché si sa che io volevo solo avvicinare la macchina ma non mi è riuscito benissimo. Teatro in seconda fila “prospettica” allo Studio del Piccolo, Blackbird risulta meno pugno dello stomaco del previsto, ma proprio per questo tocca molte più corde: Anna Della Rosa, con il suo lungo monologo a metà spettacolo, ti mozza il fiato. Cena a casa, zia e nipoti, anni da 1 a 83, io - anche anagraficamente - nel mezzo. E domani a che ora andiamo al Cartoomics? Pranzo, c’è meno gente. Ma ti vesti come Eva Kant? Ms? Ms? Ms!
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lunedì 13 dicembre 2010
milano vs. milano
«Non ti preoccupare: stando a mia madre, più che la passione conta l'abitudine»
(Porco rosso, Hayao Miyazaki)
Il prossimo che parla di crisi, giuro gli spacco la faccia. L'opulenza non è solo di facciata, non sono solo l'orrendo capannone in cui si vendono brutti vestiti con su scritto Milano o Tiffany che vende di fronte al Duomo i gioielli che costano meno (meno di quanto?). È la folla che li riempie che impressiona. E riempie tutti i negozi, anche quelli strafichi. Anche Abercrombie, ma lì gioca l'ormone e di fronte all'ormone posso solo comprendere e sorridere. Per non parlare della morte del brusio, del trionfale squallore di canzoni napoletane malcantate, zampogne e techno contro cui non regge nessuna protezione ipod, un soffocante casino che dà al tutto una confezione da immensa sagra paesana di lusso. E allora meglio infilarsi all'Apollo per vedere la Milano più o meno reinventata, quella in cui sui Navigli si navigava e non grazie al wi-fi. Porco rosso (sia benedetta la Lucky Red per l'opera benemerita, seppure tardiva, di diffusione dei film di Hayao Miyazaki) non è un film per bambini. O perlomeno, non per i bambini di oggi. Portateci i bambini che eravate: semplice eppure imprevedibile, divertente, appassionante, con quel tocco sentimentale mai sputtanato o dolciastro, di sicuro vi piacerà.
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mercoledì 13 ottobre 2010
sì, ma i fiori?
Di là i concerti, di qui il regno dei non luoghi. Aggiro il parcheggio a pagamento infilandomi in quello gratuito del vicino centro commerciale. Quattro passi nell'uggia ed eccoci nell'equivalente milanese uso foresteria delle Vele di Scampia. Lì gli spacciatori, qui gli spacciati. Uffici-banche-uffici-banche-uffici, edifici di cinque piani di cui solo uno o due sono abitati. Adesso non c'è nessuno ma tra un po' li vedrai, giovani zombie incravattati a metà delle loro otto ore quotidiane, alle prese con pasta e verdure strapazzati da un microonde di troppo, Mtv senza volume dagli schermi piatti, il piacere di lavorare in un ambiente così triste. Piccola città bastardo posto in cui non manca neanche un tristanzuolo asilo nido. C'è tutto. C'è così tutto che non mi stupirei se passassero lì anche la notte. Anche perché, ad arrivare in centro, se non hai la macchina ci va quasi un'ora e mezza. Eppure guardali: se potessero non lavorare, probabilmente si impiccherebbero.
mercoledì 28 luglio 2010
she don't lie
Scrivere qualcosa di meglio di quello che è uscito ieri a firma Michele Serra è piuttosto difficile. E poi è anche difficile star dietro alla cronaca, un po' perché mi annoia a morte, un po' perché i sigilli a quanto pare saranno rimossi in quanto quel bagno e quel privè ripresi dalle telecamere non ci sono più (giuro!). Tuttavia, io che dall'Hollywood ci passo di tanto in tanto in orari non canonici – dalla stazione Garibaldi in direzione galleria Sozzani o cinema Anteo e viceversa – non posso non pensare a un'altra Milanobbene, quella dei ragazzini della discoteca al sabato pomeriggio. E non perché nelle loro improbabili mise gli implumi meneghini scimmiottino gli adulti (?), ma perché preferisco dieci-cento-mille sfigate tapparelle al conformismo di quelle vite terribilmente basse, destinate a finire tra qualche anno (pochi?) nello stesso cesso, nello stesso privè, con la stessa striscia bianca, la stessa gazzosa color piscio pagata fior di pezzi da 100.
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giovedì 25 marzo 2010
espò 2010
C'è un posto a Milano con una rotonda che ti ci imbrogli quasi sempre. Un posto che di qua c'è via Padova, quella dove fino all'altro giorno ci si ammazzava tutti, adesso è la pace (forse quella eterna) e dove, se cercate bene, c'è una traversa con un piccolo ristorante friulano (è o no zona etnica?) in cui si mangia da dio (ma dio mangia?). A fianco c'è viale Monza: vai su e c'è lo Zelig (o c'era?), le puttane, la Brianza che tu pensi che è ancora Milano e invece è lì pronta, capannoni e tutto il resto. Sull'altro fianco, tiri su e c'è (c'era?) il Leonka, che io i centri sociali mai capiti, ma massimo rispetto. Dalla parte opposta, Buenos Aires (ma non la città, ché siamo a Milano, il corso!) con i negozi dello shopping un po' sfigato un po' no, il cinema Arcobaleno dove vidi un paio di film saran dieci anni, un mcdonald's che puzza fino a Porta Venezia e il ricordo di una delle canzoni più geniali di Lucio Dalla. Beh, comunque, sappiate che questo posto, con la rotonda e tutto il resto, è l'unico in cui mi piacerebbe presto incontrare Al Cafone. Incontrare, beh, adesso è una parola grossa. Vedere bene, diciamo. A costo di mettermi anch'io a testa in giù.
domenica 28 febbraio 2010
cartier cardin gucci
Cara Sandali, che dire? Mi sono impegnato ma, evidentemente, io e le modelle abbiamo frequentazioni diverse. Però Milano in questo weekend sembrava Istanbul, peccato mancasse il mare: freddo, estate, grigio, così così (giusto a smentire che non ci sono più le mezze stagioni). E poi c'erano un sacco di fotografi, dal più scafato alla mezzasega. Ah, e stranieri come se piovesse. La cosa più vicina a una stragnocca è stato un gran bel paio di gambe avvolto da un gonnellino stile collegiale, ma già il resto - a guardar bene - era noia. Tuttavia almeno un contributo al dibattito sulla moda voglio darlo: qualcuno può spiegarmi gli stivali senza tacchi? quelli che sono talmente rasoterra che sembrano anche senza suola?
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martedì 3 marzo 2009
ritorno al futuro
Siete mai stati al President di Milano? Non l'albergo, il cinema. Ci si arriva dopo aver camminato per un pezzo di storia del nostro paese. Superato il duomo, sulla destra, passate dalla questura, la cui aiuola sottostante ospita le due lapidi ricordo di Giuseppe Pinelli: una è quella originale con la scritta «ucciso», l'altra è del comune e dice «morto tragicamente». Poi attraverserete piazza Fontana: sobriamente, forse troppo, una targa sulla facciata della banca nazionale dell'agricoltura ricorda la strage che si avvia verso i suoi quarant'anni di interrogativi irrisolti. Un semaforo ancora e poi, sulla sinistra, ecco il cinema. Dove, a parte il dolby surround e la vendita dei dvd, tutto il resto è miracolosamente Seventies. Vederci Frost/Nixon mi ha fatto un certo effetto: uscendo avrei voluto ordinare un punt e mes al bar, magari leggendo sul Corsera le ultime bravate di Vallanzasca. E invece sulle colonne del medesimo giornale ho scoperto che, secondo Alberto Pezzotta, il film di Ron Howard parla di «una materia per noi estranea». Massì, forse ha ragione lui: in Italia un uomo di potere che, messo alle corde, ammette di avere sbagliato e chiede scusa al Paese potrebbe esistere solo in un film di fantascienza.
giovedì 22 gennaio 2009
milano (poveri pirla di...)
Andrea Casamassima è uno che dà peso alle parole. O semplicemente è uno a cui lo psiconano sta sul cazzo. Che poi sono due buoni motivi per essere d'accordo con lui. Qualche tempo fa aveva denunciato il ducetto di Palazzo Grazioli in quanto inadempiente nei confronti del famigerato contratto con gli italiani. Forse perché il notaio era Bruno Vespa, il tribunale civile di Milano non ha ritenuto fondata l'accusa. Morale: Casamassima dovrà dare 500 euro allo psiconano (che vadano tutti in medicine, se dio vuole) e 7.551 allo stato per le spese di giudizio.
•••
Springsteen salterà Milano per il prossimo tour. M'importerebbe sega (verrà a Torino), ma le motivazioni meritano una riflessione. L'ultima volta che Springsteen ha suonato a Milano è stato denunciato per eccesso di decibel: San Siro, dopo le 23.30, deve morire. Impossibile emettere una nota troppo alta, anche se sei il Boss e il tuo concerto dura tre ore.
P.S.: quanto al titolo del post, che Guccini mi perdoni!
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