Aver visto due ore prima in piazza Castello uno sparuto gruppetto di persone che faceva tutto tranne ascoltare il vetusto comizio di una ragazzotta che magari diceva anche cose condivisibili, col suo microfono alimentato dalla batteria del pulmino e un linguaggio che ti aspettavi che da un momento all’altro distribuissero ciclostilati, non ha fatto che aumentare il senso di tristezza e smarrimento che ho provato vedendo Quando c’era Berlinguer. Perché quella ragazza, i fancazzisti che stavano lì a far numero mentre parlavano della serata che li aspettava e si facevano una canna, la polizia in assetto di guerra neanche fosse arrivato in centro il pulmino di Bin Laden, sono figli del degrado culturale di questo paese esattamente come quella fenomenale carrellata di capre e marziani intervistati nella parte iniziale del documentario di Walter Veltroni: da chi parla dell’ex Ursus a chi pensa che Berlinguer sia francese («con quel nome!») e abbia fatto tante guerre, da chi lo scambia per un giudice antimafia a chi ancora, nell’era di internet, con grande faccia da culo si lamenta di non conoscerlo perché «è colpa del sistema scolastico». E mi chiedo com’è che siamo diventati così, da un lato acriticamente nostalgici di qualcosa che neanche ci appartiene, dall’altro rincoglioniti senza memoria. Il film non è esente da difetti: Veltroni si ritaglia qualche commento qua e là che ci saremmo risparmiati, indugia per intero sulla sequenza del comizio che ne precedette la morte, copre con una canzone la scena del funerale… eppure si tratta di una pellicola da vedere. Perché per capire la caratura dell’uomo e del politico Berlinguer, basta ascoltare il suo attualissimo discorso sui pericoli dell’apolitica, gli interventi alle tribune politiche, i motivi del compromesso storico, il coraggio di parlare di democrazia e libertà davanti a Brežnev e Ceaușescu. E poi c’è il suo sorriso. Sincero, mai ruffiano, a volte con quell’ombra di malizia che sembra dire «Mi vorresti fottere e io non te lo permetto», ma sempre il sorriso di un uomo perbene.
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lunedì 31 marzo 2014
mercoledì 18 febbraio 2009
l'ora x
È riuscito a sbagliare argomenti, tempi, ritmi e intonazione. No, non è Povia, è Veltroni. Ma come, si dimette mentre c'è Sanremo? Già i media lo scacano abitualmente abbioccati, figuriamoci in questi giorni! Ma non bastava, no, doppio salto carpiato: si dimette il giorno in cui l'avvocato di Al Cafone viene condannato mentre il suo cliente se ne esce candido come un giglio nel vituperio generale (Italia esclusa, of course). Con un colpo di genio si è ficcato tra la Zanicchi (che, in quanto donna in un paese di puttanieri, non può parlare di sesso) e la vergogna reiterata del lodo Alfano. Oscurato da Sanremo, ha oscurato lo sdegno per lo psiconano. Un ultimo regalo, neanche nei migliori sketch di Corrado Guzzanti. Mastigrancazzi.
P.S.: se Mina avesse cantato Ti voglio senza amore forse avrebbe vinto. E forse l'avrebbe pure meritato.
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