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giovedì 2 luglio 2015

spoon river (ci stiamo invecchiando ragazzi)


Patrick Macnee, più inglese di qualsiasi 007, micidiale con la sua bombetta e il suo ombrello, quando i Vendicatori del fumetto si chiamavano Vendicatori e se dicevi The avengers parlavi di Agente speciale. Paolo Piffarerio, genio di tanto Carosello, mito nella realizzazione di Fouché, ma soprattutto colui che raccolse la pesante eredità di Magnus regalando un centinaio di meravigliosi Alan Ford alla mia infanzia. Laura Antonelli, sola, deturpata, abusata: altri ne hanno fatto un monumento per dimenticare un po’ più in fretta (cit.). Dick Van Patten, che a parte Colombo e Dallas credo abbia partecipato a qualsiasi altro telefilm dei suoi tempi. Sergio Sollima, padre e forse vittima del successo del Sandokan televisivo. Remo Remotti, Freud del più geniale e incompreso film di Nanni Moretti, ma soprattutto stralunato poeta che se ne voleva andare da quella Roma incazzata, puttanona, borghese, fascistoide che tanto somiglia all’Italia.

martedì 27 gennaio 2015

il babadook dalla voce sottile


Lo so, l’ho già accennato un paio d’anni fa, ma è che il 2015 è cominciato da 27 giorni e sono già morte due paure della mia infanzia. Così. Taac. Paure di cui non è dato sapere perché. So solo che mi facevano paura. Joe Cocker. Non in persona, ma in quanto la sua canzone (che poi era una cover dei Beatles) era la musica di una sigla che mi spaventava. Vedere tutto quel giramento di macchine da presa (eh, buongiorno dottor Freud, prego, s’accomodi) mi faceva paura. La trasmissione era Avventura ed era una figata. Forse non proprio da bambini, ma andava durante la tv dei ragazzi quindi... E insomma, Joe Cocker è andato. Poi ieri ho letto di Demis Roussos (si sarà preso uno s'ciupun per la vittoria di Tsipras?) Insomma, quello stesso Demis Roussos per colpa del quale, per un certo periodo, ho rinunciato alla medesima tv dei ragazzi di cui era spesso ospite. No, non riuscivo a capacitarmi che un tizio così grosso avesse quella voce lì. Beh, una cosa tira l'altra ieri il mio pensiero è corso al cast di Jesus Christ Superstar, il primo (e per fortuna) unico film per il quale feci scappare i miei genitori dal cinema: avevo quattro anni e un’irrazionale paura allo stato puro. Poi però ho pensato che beh, forse se il tuo babadook muore è semplicemente perché tu stai invecchiando. E allora ho smesso di pensarci.

martedì 12 agosto 2014

(brutti) risvegli


Ho una confessione da fare: da bambino non perdevo una puntata di Happy days. Mi piaceva proprio. Ed era un rito. Sette e venti (orario d’altri tempi, quando la pubblicità non (ir)rompeva ovunque), prima del telegiornale. La sera in cui Richie sognò Mork me la ricordo ancora, perché mi chiesi che stronzata fosse. Non lo dissi, ché all’epoca ero un bambino educato, ma lo pensai. Poi, poco tempo dopo, più o meno alla stessa ora ma sul secondo canale (come di che? della rai…), quell’essere strano riapparve, stavolta in una serie tutta sua, Mork e Mindy. E io lo adorai praticamente da subito. Beh, insomma questo fu il modo in cui buona parte della mia generazione ha conosciuto Robin Williams. Cosa sia successo ieri non si sa ancora, e anche se si sapesse con certezza mi sembrerebbe inutile o di cattivo gusto parlarne. Però ci sono due frasi dell’uomo Williams, non una delle sue mille facce sul grande schermo, che mi sono sempre piaciute. Una, che è forse la più famosa e riguarda la sua disintossicazione dopo la morte dell’amico John Belushi, dice «La cocaina è il modo che usa Dio per dirti che stai facendo troppi soldi». L’altra, di una serenità che oggi fa l’effetto di un graffio sulla lavagna, è «La morte è il modo in cui la natura ti dice: il tuo tavolo è pronto».

venerdì 4 luglio 2014

porchilmondo


E insomma dispiace un bel po’. Perché a me Giorgio Faletti ha sempre divertito proprio tanto. Vito Catozzo in primis, ma anche il testimone di Bagnacavallo e il mattomattomatto col suo giumbotto. Per non parlare di Franco Tamburino all’interno di quello strano miracolo tv che fu Emilio. Poi l'ho scoperto come autore di canzoni. No, non le canzoncine sceme (per quanto «Le donne vanno e vengono lungo il viavai del porto…» sia un delizioso e brevissimo flash comico), non la retorica di Signor tenente, ma quella piccola perla d'album che è Il dito e la luna cantato e suonato da Angelo Branduardi. Al cinema, curiosamente, ha credo sempre fatto lo stronzo, ma niente di memorabile. Si piaceva, e probabilmente aveva un ego di discrete dimensioni: e questo gli italiani non lo perdonano a nessuno, tranne a se stessi e forse ai calciatori. I romanzi non li conosco: le persone più diverse me ne hanno detto tutto il meglio e tutto il peggio. Però Io uccido sta nel mio kindle da mò, tanto che adesso sembra quasi brutto infilarcisi, così.

martedì 22 aprile 2014

adieu


Ci sono persone che non sai mai se sono ancora vive, inghiottite improvvisamente dall’ingiusto anonimato di una tv cannibale e sempre più volgare. Io me lo ricordo bene questo buffo uomo con la pipa e il papillon, il cui sogno segreto era quasi sicuramente di somigliare a Simenon. In un improbabile salotto o in chroma key, con quello sguardo sornione, quell’affabulazione di chi a volte sembrava parlare de per lu e l’autoironia che da un critico cinematografico chissà perché non si aspetta nessuno, Claudio G. Fava per decenni ha raccontato al pubblico televisivo il cinema francese, non quello piacione degli ultimi tempi, non quello cervellotico degli anni Ottanta, ma la grande tradizione del poliziesco e, ovviamente, la nouvelle vague. Dirigente Rai quando la Rai era servizio pubblico, ha commissionato il doppiaggio e ridoppiaggio dei grandi classici del cinema americano. E poi si è anche divertito, come uno Sgalambro del cinema, a parodiare se stesso nei programmi di Gloria De Antoni e Oreste De Fornari in tempi che sembrano lontanissimi e invece no. Se n’è andato il giorno di Pasqua a 84 anni. Malinconia.

mercoledì 19 febbraio 2014

non proprio un bicchiere di vino con un panino


Il 2 febbraio ci siamo giocati uno dei più grandi talenti del nuovo cinema americano. La morte è stupida di per sé, a 46 anni per overdose forse lo è anche di più. Il gruppo di blogger che di solito festeggia idealmente i compleanni, stavolta sceglie di dedicare un doveroso tributo a Philip Seymour Hoffman.


Io lo ricordo con Happiness (1998), a oggi ancora il film più geniale e disturbante di quel geniaccio di Todd Solondz, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del 51º Festival di Cannes e vincitore in quell'occasione del premio Fipresci. Di felicità, a parte forse quella del ragazzino nella scena finale, ovviamente non c’è traccia. Le storie, a incastro, raccontano di uno psicologo pedofilo (l’elemento davvero più inquietante nella sua “normalità”), le sue due cognate che quando provano a cercarsi uno straccio d’uomo si ritrovano una con un ladro, l’altra con l’orrendo vicino di casa pornomane e voyeur (Seymour Hoffman), i genitori delle tre donne che hanno perso ogni piacere tra loro ma anche fuori dalla coppia, una vicina che ha fatto a pezzi il suo stupratore. Poche le star (il povero Ben Gazzara, Lara Flynn Boyle…), attori comunque tutti eccellenti. Durante la visione si ride perfino, ma si esce con un senso di malessere e di fastidio davvero lungo da metabolizzare. Film potentissimo, da vedere nella sua versione integrale. Interessante ma meno riuscito il seguito, Perdona e dimentica (2009), in cui tornano gli stessi personaggi ma interpretati da attori diversi.


giovedì 13 febbraio 2014

il cattivo sceriffo (con postilla funebre)


Mentre guardavo La voie de l'ennemi (o Two men in town o come cacchio si chiamerà), pensavo a quel vecchio articolo di Internazionale (e tiriamocela, va) sulla globalizzazione di certi autori. Ma poi mi sono detto fanculo, il problema non è quello. Rachid Bouchareb può benissimo fare un film ammerigano, ma deve metterci il suo stile. E invece qui il regista potrebbe essere chiunque, per esempio un Cronenberg stile History of violence ma non troppo ispirato. Liberamente tratta dal poliziesco francese anni Settanta Due contro la città, trasposta negli Usa e interpretata da Forest Whitaker e Harvey Keitel, la pellicola non merita i buh che gli sono stati attribuiti quando l’ho visto a Berlino, però è vero che lascia un po’ così. La storia dell’assassino che torna in libertà grazie alla buona condotta e alla fede in Allah, e che spinto dalla stronzaggine dello sceriffo e dalla cattiveria del mondo, fatica a trovare la quadra, poteva essere gestita molto meglio. Brutto proprio no, deludente sì.


P.S.: non c'entra nulla, ma mi è giunta notizia che è morto Freak Antoni. Che anche a me piacciono le sbarbine e, soprattutto, si sa, non sono un duro, mi commuovo anche al cine. Che la terra ti sia lieve, Roberto!

venerdì 24 gennaio 2014

anche quella dai necrologi


Prima che arrivi in sala e che sull'onda della commozione si dica che La sedia della felicità è un bel film, sappiate che non è così. Ne scrissi all'epoca e sottoscrivo. Però, sapere della morte di Carlo Mazzacurati mi ha messo una discreta tristezza. Perché i bei film, nella sua carriera, non mancano: penso a Notte italiana, a Il toro, a Vesna va veloce. E a Marrakech express, perché era uno dei tre sceneggiatori. Ah, e ho anche scoperto che da giovane virgulto ha collaborato alla scrittura di quel piccolo colpo di genio (inconsapevole?) che fu Fracchia contro Dracula. Ma siccome devo recitare fino in fondo il mio ruolo di snob (poi la Tiz mi picchia), per rendergli omaggio sono andato a recuperare uno dei suoi (non pochi in verità) insuccessi di pubblico, che invece avrebbe meritato molta più attenzione: La giusta distanza. Girato nel 2007 e ambientato in un Polesine (ma potrebbe essere quasi ovunque) ricco e volgare, fintamente integrato, dove finché tutto va bene il razzismo sembra un'eco lontana, il film è una storia d'amore che a un certo punto si tinge tragicamente di giallo. E il giallo, come già in Notte italiana, diventa la chiave perfetta per raccontare le miserie del nostro paese. Serve altro? Beh, sappiate che c'è Valentina quantosessomifai Lodovini che si innamora (come darle torto?) di Ahmed Hafiene. Che ci sono un laido Battiston e un immancabile cameo di Fabrizio Bentivoglio. Che la festosa musica dei Radiodervish arriva subito prima di una di quelle scene, semplici ma girate coi controcazzi, che sono un vero calcio nello stomaco. E che l'esordiente Giovanni Capovilla è una bella sorpresa.

mercoledì 29 maggio 2013

tua nipote mi tirava i capelli


In scena l’ho vista il giorno che è nata Mattea. Due atti unici tutti per lei, con appendice su quell’orrenda cosa che fu il suo stupro. Palermo, secoli fa. Lei e Dario prendono gli applausi, quindi annunciano emozionati di essere diventati nonni. Poi Dario si piazza lì, all’uscita. Io e P. emozionati come bambini gli stringiamo la mano, lei di là ancora a struccarsi. Anni dopo, a oggi ne sono passati quasi diciotto, ho conosciuto Jacopo e la sua terribile figlia strappabulbi piliferi, Alcatraz e tutto il resto. Ma ricordo ancora quella matineé di un secolo fa. E un pensiero a quel che sarà. Una tristezza in più in una giornata che a dirle plumbea le fai un complimento.

lunedì 20 maggio 2013

come i' babbo


Carlo Monni (1943-2013)

martedì 2 aprile 2013

la sua libertà


S'era fatto un sacco di donne, s'era fatto er gabbio, s'era fatto e basta. Il Califfo ha scritto Minuetto, E la chiamano estate, L'urtimo amico va via, Tutto il resto è noia, Ce stanno artre cose, La nevicata del '56, ma si è spesso sprecato a fare la caricatura di se stesso. Qualche anno fa aveva detto candidamente di essere diventato povero perché s'era mangiato tutti i soldi. Troppo trasparente, troppo puro per l'italietta democristiana che continuiamo a essere.

venerdì 29 marzo 2013

sensa de ti


E poi sto lì, ruzzlo in attesa che si liberi il bagno, scorro facebook e improvvisamente scoppio a piangere. Neanche fosse mio zio. Perché lui non era «...neanche un parente né mi guarda come si fa con (citazione colta del medesimo): parlo dell'immenso Enzo Jannacci, uomo che io amo (e da tanto) alla follia. Uno che mi appare immenso comunque, anche quando dice cose che non condivido. Perché confrontarsi con le idee di persone libere è un piacere sempre più raro». Così scrivevo da queste parti qualche tempo fa, e non trovo parole in più. Solo tanta tristezza, un dolore sordo, una roba che mi si piazza là, immobile, non scende. Mi metto a borbottare di Vincenzina che vuol bene alla fabbrica, e di Natalia la bambina in attesa di trapianto, e di Veronica al Carcano in pè. Mentre i singhiozzi si mescolano al fumo del sigaro, e questa notte si ingrigisce ancora di più.

giovedì 18 ottobre 2012

primo amore


Mette una gran tristezza sapere della morte di Emmanuelle (quella francese con due m, quella vera, quella dei primi due film, ché già il moralismo del terzo mi faceva girare abbastanza i coglioni e sui seguenti scenda l’oblio), per una morte tra l’altro così brutta (ma esiste poi la bella morte? suvvia!). Sylvia Kristel è stata la prima attrice di film erotici a farmi sognare, prima ancora della sora Edvige. In un periodo in cui alla tv passava tutto, senza tagli. In cui non c’erano muli e torrenti, bastavano le emittenti locali. E i sogni, almeno i miei, forse erano più facili.

venerdì 28 settembre 2012

l’unico dreyfus che ci piacesse


Come ha ricordato un mio amico su fb, non è stato solo la strepitosa spalla di Peter Sellers in quella trappola per attori e spettatori che fu il ciclo della Pantera rosa. Herbert Lom, morto ieri a 95 anni, è stato anche protagonista di alcuni irripetibili horror della Hammer così come dell’impensabile – oggi – Charleston: puro genio artigianale, una complicata Stangata con scazzottate protagonista il miglior Bud Spencer. Prima che il cinema d’essai per sopravvivere si rifugiasse in parrocchia. Prima che certi film restassero solo nella testa di Tarantino. O del mio amico P. Mica per niente, d’altra parte, penso che lui (P., forse anche Tarantino) sia un genio.


giovedì 28 giugno 2012

charlie chaplin non riusciva a prenderli in braccio


È da ieri mattina che cerco di ricordarmi la volta che ho visto al cinema Harry, ti presento Sally. Era il 1989, dunque non ero in compagnia femminile. Dubito di esserci andato con M., mio compagno di visioni dell’epoca, perché non era il suo genere. Probabilmente ero da solo. Che, al cinema, mica è una roba brutta, anzi. Comunque. Ricordo invece che il film mi entrò in circolo lentamente. Uscii convinto che fosse finita lì, ridacchiando per qualche battuta, punto, amen. Eppure già la notte stessa mi rinvennero come dolcissima peperonata certi dialoghi, certe situazioni, la geometrica perfezione dell’impianto, quella levità mai sciatta o banale, la gnocchezza e la faccia da tolla della Ryan. E da allora, quando guardavo ancora la tv e saltellando tra un canale e l’altro beccavo una scena, mi dicevo «Beh, dai, ne guardo un pezzettino» e finiva che rimanevo lì fino ai titoli di coda. Come se non bastasse, credo lo scrissi già nel vecchio blog, Harry, ti presento Sally ha contribuito notevolmente alla mia educazione sentimentale insieme a Pensavo fosse amore invece era un calesse. Ed è anche per questo che mi ha messo una gran tristezza sapere della morte di chi quel piccolo miracolo di commedia americana lo ha scritto (così come ha scritto anche Silkwood, Heartburn, Sleepless in Seattle).


giovedì 10 maggio 2012

neve di pioppi e di (poche) parole


C’era un uomo con un naso, due baffi e una risata da vecchio west, l’età infinita come sembrava la sua vita. Da ieri non c’è più. Ricordo la volta che mi ospitarono, io appena catapultato da una vita a due a una in attesa di casa. Stessa timidezza, ma espressa in modo diverso. Una riservatezza antica, un sorriso irresistibile, paraculo, da nonno. G. gli somiglierà, forse anche suo figlio.

giovedì 22 marzo 2012

life has a funny way of sneaking up on you


Lo so, questo blog sta diventando una rubrica di necrologi. Ma la moria continua, purtroppo. Tonino Guerra. Uno che ha scritto la storia del cinema italiano insieme a Fellini, Elio Petri, Antonioni, i fratelli Taviani. Sì, è vero, a scorrere la filmografia degli ultimi 25 anni ci sono poche cose fondamentali, forse perché le aveva già scritte tutte prima. Un utopista, un pensatore, uno che era anche poeta. Un poeta morto, sommo dell’ironia, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia. Chissà che non se ne sia fatto una gran risata.


lunedì 12 marzo 2012

parabole


Aspettavo un'articolessa, di quelle lunghe, accorate, magari anche noiose. Ma Lucia Mannucci è morta e non se l'è filata nessuno. Nel giorno della festa della donna (rido? rido) è stata ricordata come la donna del Quartetto Cetra. L'ennesimo orpello nella festa dei cotillons, come fosse stata solo la moglie di Virgilio Savona. D'altronde anche il Quartetto nella sua interezza è stato dimenticato, salvo ricordare le simpatie comuniste di Savona (per le quali furono alienati dalla Rai) o per intitolare loro un palco della Scala (e perché non una vecchia fattoria?). Insomma il nulla. Così come è sconfortante vedere la pochezza in fotocopia (magari di quelle col toner scarico) dei commenti alla morte di Moebius. Uno dei più grandi artisti visionari del Novecento, uno cui l'idea di fumetto e di cinema devono tantissimo, uno che c'è mancato poco facesse Dune con Jodorowski (altro che Lynch, ma non lo sapremo mai) e che, capendo la grandezza di un personaggio a lui apparentemente estraneo come Silver Surfer, gli ha dedicato un graphic novel che commovente è definire poco. Che c'entrano Moebius e la Mannucci? Niente. Ma c'è una moria insopportabile, e purtroppo non è quella delle vacche.


giovedì 1 marzo 2012

lucio dove vai


A mio padre non piaceva. In verità non gli piaceva nessun cantante "moderno", ma chissà perché ce l'aveva con lui in modo quasi “fisico”. Sarà anche per quello che Dalla l'ho scoperto tardi? Chissà. Ho saltato a piè pari il periodo Roversi (troppo complicato per un ragazzino, vero, ma continuo a pensare anche a quaranterott'anni che sia un po' sopravvalutato) e mi sono trovato ad amare incondizionatamente tre dischi: Lucio Dalla, Dalla e, ma molto più tardi, quando stavo con la Drfm che con i suoi racconti di bambina me l'ha fatto scoprire, Come è profondo il mare. Che è un concept album (o almeno io l'ho sempre pensato come concept album) molto più concept di Automobili, per dire. È soprattutto questa canzone qui, scritta come un disegno di Jacovitti, che mi scatena una risata, un buonumore, una illogica allegria per dirla alla Gaber. Come ha detto giustamente Assante alla radio poco fa, sia quando ha fatto cose notevoli, sia quando ha fatto robe brutte, ha sempre dimostrato di essere uno che non si fermava mai, uno che voleva sempre sperimentare cose nuove: che senso ha la morte? che senso ha la vita.


venerdì 7 ottobre 2011

lc 630


Perché oggi? Perché sono uno snob, perché ci sono rimasto di merda, perché volevo capire se e cosa scrivere, perché tutt’intorno è un fiorire di cazzi miei. Buttar lì le frasi di mr. Jobs mi sembrava una roba da fb, anche se più le leggo e più rendo conto di quanto spesso mi ci ritrovi. Il fatto è che il patron di Apple ha invaso piacevolmente la mia vita come quella di qualche miliardo di persone. Ha saputo coniugare bellezza e funzionalità. Un pezzo sostanziale di Pixar è opera sua. E lo slogan «la fantasia al potere» sembrava avere trovato finalmente il suo senso. Non sopportando le prefiche, mi piace citare uno Spinoza di ieri, impagabile come spesso accade: «Steve Jobs è morto. Vediamo se Bill Gates gli copia pure questa».