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martedì 8 settembre 2015

notte horror: dead snow


Dici: perché diffidi della montagna? Ma non è vero. Non nevica, tu mi porti in macchina per curve e strettoie, ci facciamo un'escursione di un bel po' di chilometri (giuro) ma non più di 300 metri di dislivello, tu riguidi verso casa. Fico no? Tutto ciò per dire che… quale film per concludere meglio la nostra Notte Horror di Dead snow? Era da un po' che 'sto film stava lì in attesa. E devo ammettere che me l'aspettavo più grand guignol, più kitsch, insomma più truzzo. E invece 'sta specie di La casa immerso nella neve e grondante di zombie nazisti ha il suo perché. Nessun miracolo, ma il film del norvegese Tommy Wirkola diverte, con il suo oscillare contento fra parodia, autoparodia e omaggi vari, con una confezione tutto sommato curata nonostante un budget limitato. Ah, adesso mi tocca il sequel, ovviamente. Nonché la parodia di Kill Bill. Perché Wirkola poi si sia buttato su Hansel e Gretel, vabbè… pecunia non olet, al massimo dà risultati che fanno cacare.


Cari zombetti miei, con questa recensione e quella di Obsidian Mirror, dalle 23 in poi con un altro classicone qual è Trilogia del terrore, si chiude la seconda edizione di Notte Horror: ci vediamo al prossimo anno, spero. E se vi siete persi qualche puntata, ecco il programma completo:

lunedì 24 agosto 2015

te lo ricordi demetrio quello sfigo


Vabbè, dai, c'ho un'età: se leggo Edoardo De Angelis penso a La casa di Hilde e, soprattutto, a Lella quella ricca, la moje de Proietti er cravattaro. Ma questo Edoardo De Angelis è solo un omonimo e fa il regista. E lo fa anche bene. Ho visto Perez. con un bel po' di ritardo, ma mi è piaciuto con la sua aria livida e sporchetta, e un Luca Zingaretti come sempre a portare a casa un buon risultato. Insieme allo splendido Si alza il vento (ma chi è quel cretino che diceva fosse un film militarista? ho pianto come un vitello, ed è come una lezione di storia dentro un quadro di Monet), mi ha disintossicato dall'ultimo Mission: Impossible che, ancora dieci minuti, e m'assopivo: noioso, faticoso, fuori tempo massimo. Cosa faccio di bello in questo periodo? Dopo aver finito di lavorare come un ciuco, sto lavorando come un ciuchino e aspetto con ansia la fine di settembre che mi porterà in vacanza. Per il resto, poco. Forse gatti in arrivo, forse altro, sostanzialmente forse. Scrivo poco, commento su fb, pratico shiatsu pagato in natura (canne e generi alimentari, che avete capito?), converto zia 86enne alla lettura di Internazionale, ed è la più grande delle soddisfazioni. Ah, e torno nella mia isola di blogspot. Com'è che diceva quel bel culo anni Settanta (e forse non solo quello)?


giovedì 2 luglio 2015

spoon river (ci stiamo invecchiando ragazzi)


Patrick Macnee, più inglese di qualsiasi 007, micidiale con la sua bombetta e il suo ombrello, quando i Vendicatori del fumetto si chiamavano Vendicatori e se dicevi The avengers parlavi di Agente speciale. Paolo Piffarerio, genio di tanto Carosello, mito nella realizzazione di Fouché, ma soprattutto colui che raccolse la pesante eredità di Magnus regalando un centinaio di meravigliosi Alan Ford alla mia infanzia. Laura Antonelli, sola, deturpata, abusata: altri ne hanno fatto un monumento per dimenticare un po’ più in fretta (cit.). Dick Van Patten, che a parte Colombo e Dallas credo abbia partecipato a qualsiasi altro telefilm dei suoi tempi. Sergio Sollima, padre e forse vittima del successo del Sandokan televisivo. Remo Remotti, Freud del più geniale e incompreso film di Nanni Moretti, ma soprattutto stralunato poeta che se ne voleva andare da quella Roma incazzata, puttanona, borghese, fascistoide che tanto somiglia all’Italia.

venerdì 12 giugno 2015

trovo titoli bellissimi per post che non riesco a scrivere


Ciao, sono Dantès e ho il blocco dello scrittore. Più o meno, sennò col cazzo che stareste leggendo questo post. Insomma, da stasera vado via tre giorni a seguire la retrospettiva di Cannes a Milano. Tanto piove. E al mare ci si va la settimana dopo. Nel frattempo mi verrebbe voglia di divorziare da fratello e sorelle, ma pare che non si possa. E ho un nipote che va a lavorare all'estero di cui sono molto orgoglioso. Ho visto come sempre un fottìo di film, ma vi parlo brevemente di due. Uno è Leoni, scacatissimo (purtroppo) film italiano con Neri Marcorè di cui mi piacerebbe tanto un’opinione della mitica middle. Miiiiddle, se ci sei, batti un colpo (ehm, no, quello è l’altro film). Vabbè, insomma, ero curioso, se non altro per l’ambientazione (il Nordest in crisi) e l’argomento che poteva risultare “scomodo” (come avrebbe preso questo paese di merda la questione delle croci?). Sorpresa: il film mi è piaciuto. È parecchio divertente, ed è una commedia all'italiana abbastanza old style. Compreso l’happy end bastardo, credibile come una moneta da tre euro ma sanamente cattivo. Non so, ma ho l’impressione che Steno, Monicelli, forse anche Germi, avrebbero apprezzato. Ah, Treviso è tanto bella, peccato esistano i trevigiani. Poi, con ritardo clamoroso, ho visto The innkeepers di Ti West. Che io mica lo sapevo chi era. E, a dirla tutta, non lo so neanche adesso. Bello eh! Persino divertente. Almeno fino a tre quarti, forse anche più. Il problema è un finale che a dirgli banale gli fai un complimento. Un po' come il Babadook (che arriva fra qualche settimana anche al cinema, per quei due o tre che non l'hanno ancora visto). E sì che sembrava un film de paura finalmente diverso. Ritenta, sarai più fortunato. E porta con te di nuovo Kelly McGillis, nostalgia canaglia!

mercoledì 20 maggio 2015

plokhoyvolya


Affronto la sesta serie di Dexter (vabbè, ma allora ditelo che da assuefazione!), frugo nel cruscotto della mia DeLorean dove trovo cose degne del carbonio-14, mi preparo a una caccia al tesoro con la poison e la tiz, confermo che al Salone del Libro tante, troppe persone non sanno quanto costa, in tutti i sensi, un libro. In tutto ciò, ho visto Leviathan di Andrei Zvyagintsev. E le prime cose che ho pensato sono state: 1) che brava la doppiatrice del giudice, pazzesca; 2) questo film dovrebbe vederlo la ms. Non è un film che mi ha fatto impazzire, è un po’ tanto lungo e non solo per la durata, però ci sono delle cose veramente notevoli. Innanzitutto, il finale, spietato, lugubre, cattivo. Gli interpreti, con quell’aria da Verga russo. Il dialogo col prete, inquadratura fissa, micidiale, da studiare nelle scuole di cinema. La vodka, che se mi piacesse sarei uscito con una voglia di sbronza colossale. Quel mare di Barents che sembra più o meno un block salmastro. E la scena del tiro a segno in spiaggia, che racconta della Russia di oggi più di un numero di Internazionale.

martedì 12 maggio 2015

il 730 è il mio fantasma del natale passato


Forse non era la serata giusta. Voglio dire, vedo la foto di una persona a cui sono stato legato tanti anni fa, che oggi è tale e quale a tanti anni fa, forse persino meglio, in un bianco e nero che quasi mi commuove, ché vorrei farle io, ’ste foto. E poi sono lì che, mentre spignatto, suona alla porta un cosetto magro magro un poco mammulino (come che vuol dire mammulino? ma se non conoscete le lingue ditelo!) e che, se avesse il testone, somiglierebbe a me alla sua età (ma mi somiglia già, ché alla sua età anch'io ero un viavai solitario in un balcone), con la mamma dietro che si scusa, ma lui ci teneva tanto a dare i confetti a tutto il palazzo per la sua comunione. E io penso: no, questa cosa qui io non l’avrei proprio fatta alla sua età. E poi zietta. Che mi fa morire, in senso proprio e figurato, che non ricorda il nome del pesce che cucinerà ma si sbatte finché non me lo dice e penso «la adoro» ma subito dopo mi fa incazzare per qualcos’altro. Azz, Margherita Buy e la macchina contro il muro, Margherita Buy e «sono solo tre passi» e penso a mia madre, senza corsivo, che mica si parla di film, stasera. Ah, già, il setteetrenta. A caccia di ricevute mi imbatto in gatto e gatta. Ecco, la frittata è fatta, anche se sto cucinando spezzatino.

martedì 7 aprile 2015

il signor g e l’amicizia (o il weekend dei recuperi)


Alla fine io e G. ci siamo rivisti comme il faut. A cena come i vecchi tempi, io porto il vino, voi il vino, la musica e il cibo, e insieme portiamo un tot di mesi (non contiamo quanti) di cose da raccontarci. Che poi il bello è questo: che, a parte i rispettivi aggiornamenti, sembrava non ci vedessimo da una settimana. Di nuovo, c’erano la barba di G. e un bambino che non è più bambino. E insomma si è cianciato di vacanze e di shiatsu e di Vinicio, e che forse Calitri a fine agosto non è niente male. È stato solo l’inizio di un lungo fine settimana, e poco importa se venerdì ho ancora lavorato. Ché sabato mattina è stata una full immersion di fotografie, quel ritorno ai miei anni Ottanta-Novanta con Letizia Battaglia a Bergamo (ma quelle didascalie… uhm, siamo sicuri fosse così importante sottolineare il partito di appartenenza di certi personaggi?), poi via a Milano a vedere la bocca di Mick Jagger immortalata nei primi Settanta da Jim Marshall ed esposta nel negozio Leica (ma quanto cazzo costano quelle macchine fotografiche?!?), quindi Robert Capa nell’Italia del ’43. Capa, ancora lui. E, a un certo punto, parafrasando Silvestri, me fece mele a Capa. E poi sorella in trasferta, che è bello ritrovare, in tutti i sensi, perché a volte non basta la presenza e sarebbe stato bello stare insieme un po’ di più. Film no. Ma solo perché gli orari, signora mia, non tornavano. Un po’ come i conti. E, da conte, non sarei neanche tornato, non ancora, ché c’è una gita al lago in sospeso, ma è solo rimandata.

mercoledì 25 marzo 2015

faccio cose, vedo gente


Dice: che fine ha fatto Dantès? Sto qui, solo che è più semplice e rapido commentare che scrivere. Sono pieno di lavoro fin sopra i capelli, anche quelli che non ci sono più da 25 anni. Nel frattempo ho ritrovato un amico, sfregiato la fronte, finito il terzo livello di shiatsu (adesso posso cominciare a praticare, tra l’altro), visto un tot di film, pensato alle prossime vacanze. Di Foxcatcher e Una nuova amica la poison ha scritto esattamente quello che avrei detto io. No, non è del tutto vero. A me Channing Tatum è piaciuto molto. E la bionda sciapa del film di Ozon è davvero poco credibile come gnocca preferibile alla roscia che fa tanto tanto più sesso. Dice: gentlemen prefer blondes. Mah. Io comunque ci sono. E appena ho due minuti di tempo vi parlo anche d’altro. Adesso scusate, ho una cassetta… no, un file, beh insomma una registrazione da trascrivere. Più o meno. Cheppalle.

martedì 27 gennaio 2015

il babadook dalla voce sottile


Lo so, l’ho già accennato un paio d’anni fa, ma è che il 2015 è cominciato da 27 giorni e sono già morte due paure della mia infanzia. Così. Taac. Paure di cui non è dato sapere perché. So solo che mi facevano paura. Joe Cocker. Non in persona, ma in quanto la sua canzone (che poi era una cover dei Beatles) era la musica di una sigla che mi spaventava. Vedere tutto quel giramento di macchine da presa (eh, buongiorno dottor Freud, prego, s’accomodi) mi faceva paura. La trasmissione era Avventura ed era una figata. Forse non proprio da bambini, ma andava durante la tv dei ragazzi quindi... E insomma, Joe Cocker è andato. Poi ieri ho letto di Demis Roussos (si sarà preso uno s'ciupun per la vittoria di Tsipras?) Insomma, quello stesso Demis Roussos per colpa del quale, per un certo periodo, ho rinunciato alla medesima tv dei ragazzi di cui era spesso ospite. No, non riuscivo a capacitarmi che un tizio così grosso avesse quella voce lì. Beh, una cosa tira l'altra ieri il mio pensiero è corso al cast di Jesus Christ Superstar, il primo (e per fortuna) unico film per il quale feci scappare i miei genitori dal cinema: avevo quattro anni e un’irrazionale paura allo stato puro. Poi però ho pensato che beh, forse se il tuo babadook muore è semplicemente perché tu stai invecchiando. E allora ho smesso di pensarci.

lunedì 29 dicembre 2014

in campagna ed in città


Tanti auguri di buon Natale. In ritardo. In effetti, il mio è poi stato un buon Natale. Se non altro sereno, persino quando in famiglia si è parlato di qualcosa di molto poco natalizio, per la prima volta ufficialmente. E il tutto senza incidenti, o meglio senza che la persona più vulnerabile potesse soffrirne. Ho assistito anche a una telefonata inaspettata. E un po’ (indovina!) mi sono commosso. Qualche giorno prima avevo chiacchierato del più e del meno con unfattosemprevéro seppure diverso e, sebbene fossi un po’ preoccupato del risultato, mi pare che sia andata bene. Uh, sempre poco prima delle feste mi sono pure alcolizzato con la simpatica accolita degli shiatsuisti. Ovviamente, in questi giorni ho visto pure un tot di film di cui vi parlerò. E sono andato anche alla mostra di De Chirico a Monza: piccola, magari leggermente pretestuosa, ma sicuramente ben costruita. Ah, ha finto di nevicare per tre o quattro ore, perché dicono che sennò non è Natale. Io ne avrei fatto a meno. Beh, buon anno. Davvero. A tutti voi.

lunedì 8 dicembre 2014

coronavirus


È stato bello averti insieme a me in questi tre mesi. Sei arrivata un po’ voluta un po’ per caso, ma quando ti ho vista sapevo già che saresti stata con me. E che, matta e vitale com’eri, sarebbero stati sorci verdi ma saremmo stati bene. Fino a ieri sera. Ti ho vista, nella gabbia di quel pronto soccorso, e ho capito che era l’ultima volta, sebbene fossero passate solo 24 ore. A coronamento di un autentico anno di merda, una sigla così ridicola per una malattia così fulminea e letale: peritonite infettiva felina. Addio piccola gatta.

giovedì 20 novembre 2014

la valigia sul letto, quella di un lungometraggio


Mentre preparo spazzolino, un numero imprecisato di numeri arretrati di Internazionale e un tot di calzini, mentre cerco inutilmente un ombrello piccolo piccolo (è prevista pioggia da mercoledì, esticazzi) e tolgo distrazioni a gatta (cinque mesi, l’età dei disastri), vi comunico che da domani sono al Torino Film Festival. Che quest’anno mi si scontra con il secondo livello del corso di shiatsu (ops, non vi ho detto che mi sono imbarcato in questa fantastica avventura? ne riparleremo). Ma noi uomini veri riusciamo a farci stare tutto, signora mia. Ché se tutto va bene vedo 26 film e tre corti. Tanto il lunedì dopo faccio un viaggio (?) di lavoro 48 ore a Trento. Arriverò al 3 dicembre che sarò morto. Nel caso ve lo comunicherò, così come vi parlerò dei capolavori e delle sòle del Tff grazie a un fantastico portatile. In programma ho Sion Sono, i cui pazzi film ho conosciuto proprio grazie al Tff, e Michel Houellebecq nel narcisistico ruolo di se stesso in un film che mi ero perso a Berlino. Tommy Lee Jones crepuscolarmente western (e te pareva) e Abramo Lincoln con i calzoni corti. Vampiri più cazzoni di quelli di Jarmusch e un’interminabile Bruno Dumont. Eleanor Rigby senza i Beatles e qualche sussulto erotico belga e inglese. Quelli di Boris e il Babadook che pare faccia tanta paura. Un documentario dell’ottima regista di Winter’s bone, Robert Pattinson stile Mad Max e l’ennesimo, ultimo Gandolfini. Voi però, se passate da queste parti, oltre a farmi un saluto godetevi senza indugio anche Nick Cave.

lunedì 18 agosto 2014

il collezionista di collezionisti


E insomma, ero lì, in attesa, dal barbiere. C’era solo un vecchietto prima di me, di più non potrei sopportare. Il mio barbiere (da cui vado pochissimo, usando prevalentemente la macchinetta) ha proprio la faccia da barbiere vecchio stile. Molto vecchio stile, roba che persino il fonatissimo abbronzatissimo anni Settanta che mi accorciava i capelli da bambino era già tanto, tanto avanti. Dal fonatissimo leggevo Diabolik, qui posso scegliere, dallo stesso cassetto (uh immagino già quando arrivano mamme con i bambini!) fra Topolino e Jacula. Albi tanto vecchi che se glieli rubo tiro su qualche soldo su ebay. E così stavolta mi sono messo a leggere Jacula, la vampira. In cui al massimo si vede la protagonista nuda stile Fujiko. In un Ottocento (?) dove spesso si parla come negli anni Settanta. Bellissimo. E, soprattutto, dio ti ringrazio, nessuna traccia di Visto e Chi.

martedì 12 agosto 2014

(brutti) risvegli


Ho una confessione da fare: da bambino non perdevo una puntata di Happy days. Mi piaceva proprio. Ed era un rito. Sette e venti (orario d’altri tempi, quando la pubblicità non (ir)rompeva ovunque), prima del telegiornale. La sera in cui Richie sognò Mork me la ricordo ancora, perché mi chiesi che stronzata fosse. Non lo dissi, ché all’epoca ero un bambino educato, ma lo pensai. Poi, poco tempo dopo, più o meno alla stessa ora ma sul secondo canale (come di che? della rai…), quell’essere strano riapparve, stavolta in una serie tutta sua, Mork e Mindy. E io lo adorai praticamente da subito. Beh, insomma questo fu il modo in cui buona parte della mia generazione ha conosciuto Robin Williams. Cosa sia successo ieri non si sa ancora, e anche se si sapesse con certezza mi sembrerebbe inutile o di cattivo gusto parlarne. Però ci sono due frasi dell’uomo Williams, non una delle sue mille facce sul grande schermo, che mi sono sempre piaciute. Una, che è forse la più famosa e riguarda la sua disintossicazione dopo la morte dell’amico John Belushi, dice «La cocaina è il modo che usa Dio per dirti che stai facendo troppi soldi». L’altra, di una serenità che oggi fa l’effetto di un graffio sulla lavagna, è «La morte è il modo in cui la natura ti dice: il tuo tavolo è pronto».

venerdì 30 maggio 2014

play the game


Sempre da un'idea del cannibale (ormai è peggio di Carlo Conti, solo meno abbronzato), un'ennesima idea di classifica che riguarda i giochi con cui si è cresciuti. E poiché (si sappia) anche Dantès è stato gggiovane, ecco il mio elenco, più o meno cronologico. 

Lego
Del mio rapporto con le costruzioni ho già parlato qui. Quando da operaio mi trasformai in dio, le cose andarono molto meglio e mi divertii un sacco. Mescolando i Lego, i Playmobil, qualche pezzo scrauso avanzato da chissà che gioco o che bancarella. Fico. 


Big Jim 
Il classico dei classici. Avevo un sacco di roba: i suoi amici che sembravano usciti da un video dei Village People, i suoi nemici (anche la versione bipolare che mi piaceva tanto...), la roulotte, persino l'elicottero che, se schiacciavi una leva, l'elica ruotava. Poi arrivarono gli anni Ottanta e G.I. Joe. E io misi una croce sopra la Mattel.

Trasferelli
Devo ancora fare un'autocitazione, vecchissima, di quando stavo ancora sull'altro blog. Copio e incollo: «Applicando in modo diverso quelle figurine, volendo, avrei anche potuto far vincere i giapu. Non so, ma in tutto questo, da qualche parte, credo ci sia una morale».



Paroliamo
Telemontecarlo, quand'ero bambino, potevo vederla solo quando andavo da mio fratello a Milano. Ai tempi era davvero monegasca, i programmi erano un po' in italiano, un po' in francese, dominava Lea Pericoli, ex tennista convertita con successo alla tv. Chi faceva la parola più lunga vinceva. Mi feci regalare il gioco. Ruzzle non era neanche un'utopia.

Pinnacola
Non amo i giochi con le carte, ma c'è stato un periodo in cui la sera, complice l'attuale marito di mia sorella, non si faceva altro, magari buttando un occhio distratto alla tv. E l'occhio distratto a volte faceva guai. O io avevo culo, chissà.




Space invaders
Mio fratello, sempre quello di Milano (solo uno ne ho!), aveva una consolle di quelle storiche, che era già vecchia quando iniziai a pistolarci. Oggi quel giochino fa ridere, eppure aveva un fascino irresistibile. Ma con l'audio basso, ché quando le astronavi scendevano e il suono aumentava d'intensità, avrei volentieri dato una testata al muro.

Pinbo
C'è stato un breve periodo della mia tarda adolescenza in cui, complice il mio amico F., frequentavo regolarmente una sala giochi. Ricordo l'odore, probabilmente la colonia del proprietario. Ricordo che lì conobbi una delle più cocenti delusioni d'amore. Ricordo che ci rimasi malissimo quando il locale chiuse per fare posto a un negozio di surgelati. Ah già, il Pinbo: un videogioco travestito da flipper con dentro tanti videogiochi, o forse viceversa. Una droga.



Scarabeo
I giochi con le parole mi sono sempre piaciuti. E, anche all'epoca, Ruzzle non era neanche immaginabile. Ero piuttosto bravo e adoravo aggiungere lettere a parole scrause di altri, facendo un botto di punti alla faccia loro.






Trivial pursuit
Vabbè, di geografia non ne azzeccavo una. E, se sapevo una risposta, mi facevo prendere dalla fretta e non facevo finire la domanda. A volte me la davano per buona, altre volte m'attaccavo. E cercavo sempre di finire sulla domanda di spettacolo.




Broken sword
Scoperto anche questo grazie al mio amico F., il secondo capitolo delle avventure di George Stobbart e Nicole Collard l'ho vissuto con grande coinvolgimento e matte risate con la scena del venditore di kebab. Poi passai al capitolo uno e, di recente, ho acquistato l'ultimissimo gioco destinato all'iPhone: non l'ho ancora iniziato, forse temo un po' la delusione.

mercoledì 14 maggio 2014

bello 'o salone, si se putesse vede'


E che ci posso fare? A me il film FF.SS., cioè Che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene? ha sempre divertito un sacco, e la battuta di Arbore che ha ispirato il titolo del post la parafraso continuamente. Perché c'è sempre qualcosa che sarebbe bello, se si potesse vedere. Tipo il Salone del Libro di Torino, dove mi tocca lavorare un paio di giorni l'anno: e mi diverto pure, se non fosse che non ne vedo una beata fava. Così, più che altro, l'ho sbirciato. E vi dirò: con 'sta cosa del Vaticano paese ospite, c'erano più preti che in un film di Fellini. E, tanto per dire come stiamo messi, il gadget dell'anno era la corona di carta con sopra Peppa Pig che spopolava fra i teenager (ggiuro!). Per non parlare della signora russa che presidiava lo stand della Regione Sicilia e che ha tentato di convincermi che quello che si dice di Putin è tutto falso. Poi c'erano i cosplayer: una ragazzina bellissima (non chiedetemi l'età, è meglio) era vestita da Uomo Ragno ma aveva meno tette. Quest'anno il mio parco vips ha contemplato tutti quelli che avrei anche fatto a meno di vedere: Paolo Mieli; Geppy Cucciari (che pure mi sta molto simpatica) che se è dimagrita così tanto con il purgante della Marcuzzi compriamocelo tutti!!!; Andrea Vianello, che mi ha decantato le qualità culinarie (niente battute!) della moglie. Per il resto, un po' di puzza di scarico dovuta al passaggio di Sgarbi e Ferrara. Benni, Guccini, il Principe, Fossati: non pervenuti, mannaggiammé. Poi però domenica mattina mi sono goduto Loretta Goggi. Che è il mito camp della mia parte bisexcheadoracertemilf. Nel senso che non solo ero tentato di comprarne l'autobiografia, ma anche che quella donna mi piace proprio fisicamente, nonostante l'età. La risata contagiosa, il suo umorismo a dispetto delle ultime batoste, il ricordo di quella passeggiata insieme dietro le quinte di My fair lady una quindicina d'anni fa («Perché non torna a cantare?» «Ma io canto sempre, sotto la doccia»), me la fanno adorare. Bella Loretta, che se po' vede'.

venerdì 9 maggio 2014

the reader


Come promesso, dopo i film e i fumetti, ecco la lista dei romanzi con cui sono cresciuto, quelli che hanno maggiormente contribuito a farmi diventare quello che sono (così sapete con chi prendervela). Ci ho messo un po’ (’ste liste sono faticose, signora mia!), però mi piaceva l’idea di pubblicarla mentre a Torino è in corso il Salone del Libro. L’ordine, più o meno, è cronologico.


Trilogia del capitano Nemo
Jules Verne e i suoi romanzi d’avventura venati da quel pizzico di fantascienza e di esotico sono stati un mito per la mia infanzia. E, da bravo feticista del libro, ricordo ancora il profumo di quei tomoni Mursia corpo 14 con le illustrazioni ogni 32 pagine.








Il giallo per ragazzi
Questa collana davvero ce la ricordiamo solo io e il Bradipo, anche se avevamo gusti abbastanza diversi: i miei preferiti erano Rossana, i Tre Investigatori e i Pimlico Boys. Li ho letti quasi tutti e, come un piciu, li ho dati via per fare posto ai libri “per adulti”. Ne parlai già qui.






Agatha Christie
Anche in questo caso non posso indicare un singolo titolo: c’è stato un periodo della mia prima adolescenza in cui non leggevo quasi altro. Amavo soprattutto Poirot, ma non mi dispiaceva miss Marple: mentre leggevo, i due avevano ovviamente le fattezze di Peter Ustinov e Margaret Rutherford.







L’amante di Lady Chatterley
Primo romanzo adulto non di genere? Può darsi. Di sicuro primo romanzo per adulti, trafugato dalla stanza delle mie sorelle: lo sapevano? boh, se sì fecero finta di non saperlo. Me lo ricordo poco, non mi eccitò (ma è un problema tra me e i libri), però mi piacque.






L’ombra dello scorpione
Un tomone gigantesco finito in cinque giorni d’estate. Il miglior Stephen King che avessi mai letto fino a quel momento. E, come è accaduto anche in seguito con il Re, partendo (per via della trama) da aspettative non molto alte sulla qualità della storia.







Cent’anni di solitudine
Insieme a L'amore ai tempi del colera, il mio preferito di García Márquez. Non mi importava perdermi in quei nomi tutti uguali, quegli alberi genealogici quasi biblici: mi affascinava la storia e, forse soprattutto, il modo in cui era raccontata.






Madre notte
Ricordo come l'ho scoperto, per caso, parecchi anni fa: una vecchia copia (credo la prima edizione italiana) che qualcuno aveva regalato a mio padre. Ne raccontai qui. Amore a prima vista per Kurt Vonnegut, autore all'epoca totalmente sconosciuto nel nostro Paese. Geniale, come sempre.








Cinema tedesco: dal Gabinetto del dott. Caligari a Hitler, 1918-1933
Come fosse arrivato nella nostra libreria quel volumetto vecchiotto (anche lì, una delle prime edizioni italiane) non so. Ma avevo il trip degli espressionisti tedeschi che andavo a guardare al Goethe Institut col mio amico F. e lo lessi d'un fiato. Merito della scrittura piacevolissima di Siegfrid Kracauer.



L’insostenibile leggerezza dell’essere
Poiché cominciavo già all’epoca a essere un po’ snob, decisi di leggerlo solo prima di vedere la (buona) trasposizione cinematografica. Fu folgorazione. Come mescol(av)a narrativa e “altro” Milan Kundera, oggi, forse, non c’è nessuno.








Il conte di Montecristo
Ci sarà mica bisogno di spiegarlo? Vabbè, come scrissi nel primo post di questo blog, il romanzo di Dumas è uno dei miei libri della vita, perché tutti sogniamo prima o poi di fuggire dalla nostra If personale, trovare una Montecristo in cui rinascere, quindi tornare belli ricchi e spietati a far danni.

mercoledì 30 aprile 2014

e non m’annoio


A me questa cosa delle feste, specie se civili e sensate, sembra bellissima. Persino la parola ponte, dissociata da Messina, ha un fascino tutto particolare, un apostrofo rosa tra “venerdì” e “non lavoro”. Così io e la ms venerdì scorso siamo andati a Genova a vedere la mostra di Munch. Non proprio insieme, ché quando ci mettiamo di buzzo buono siamo proprio stupidi, comunque poi siamo rimasti lì. Edvard Munch è uno che, parole sue, deve ai suoi drammi e ai suoi problemi la sua arte. Io, al posto suo, avrei preferito qualche disgrazia in meno e la capacità di disegnare cornicette di prima elementare, ma tant’è: la mostra è bella e neanche tanto angosciante. Manca L’urlo, in compenso fuori dal museo c’è una troiata che si chiama Urla con l’urlo: una cabina più o meno insonorizzata dove puoi… urlare, esatto, e farti una foto o un video con la riproduzione del quadro. Passata ’a nuttata a Genova, dove ci siamo anche discretamente strafogati, siamo tornati a Torino. Sì, perché a Torino in questo periodo ci sono circa 1482 cose da fare. Tutte insieme, ovviamente. Tipo i concerti, gratis o a prezzi stracciati, del Jazz Festival. E sabato la doppietta prevedeva Uri Caine al pomeriggio e Diane Schuur la sera. La Schuur è impressionante: da dove tiri fuori quella voce stando seduta (è cieca e non sembra neanche propriamente in salute) è un bel mistero. È la terza volta che ascolto dal vivo Uri Caine, lo adoro perché non fa un concerto (né un disco) uguale all'altro: peccato che “genio e regolatezza” si vesta sempre come un prete d’estate. Domenica pomeriggio, con un po’ di tristezza perché in sala eravamo davvero in pochi, ci siamo dati a Luca Ronconi per tre ore: Pornografia, dal romanzo di Witold Gombrowicz, ovviamente non è una roba porno, ma si ride e ci si angoscia il giusto. Valentina Picello è uno spettacolo nello spettacolo, straordinaria nella parte della vecchia “santa” su cui ruota tutto il secondo atto. E da domani sto qua.

giovedì 24 aprile 2014

quattro passi fra le nuvole


Il virus del cannibale è sempre più deleterio e corrosivo: questa è la mia ennesima classifica della vita, e ne sono in preparazione altre due. Quindi? Quindi cazzi vostri, questa volta tocca ai fumetti con cui sono cresciuto. Poiché in tanti hanno fatto un’unica lista generica “letture”, prevengo le possibili critiche spaccapilifere: dei romanzi mi occuperò a parte, non perché li reputi qualcosa di più “alto”, ma semplicemente per dare uguale spazio e dignità a due mie grandi passioni. E ringraziate che leggo sì e no due saggi l’anno, altrimenti vi sareste beccati un terzo elenco. L'ordine è più o meno cronologico. Pronti? Via. Ah, si capisce che sono cresciuto a pane e Marvel?

La notte che morì Gwen Stacy
Quando lessi quest'albo de L'Uomo Ragno avevo sei anni: capite che infanzia difficile? Scherzi a parte, per la prima volta nella storia Marvel un personaggio principale moriva. Bon, fine. Niente resurrezioni, ma mille sensi di colpa (se l'avesse presa meglio con la ragnatela forse non le si sarebbe spezzata la schiena?) e una serie di albi profondi e devastanti. Opera dell'immenso Gerry Conway e del buon Gil Kane.





Alan Ford
Per ragioni anagrafiche, la mia conoscenza del Gruppo T.N.T. coincide con le storie di Paolo Piffarerio, il disegnatore dei nasi, come l'ho sempre definito. I primissimi albi, quelli di Magnus, li scoprii un po' dopo. E, ovviamente, arrivai ad Alan Ford in quanto pubblicato dall'Editoriale Corno (che allora stampava tutta la Marvel) e in quanto scritto dal fondatore della medesima, Luciano Secchi.





Shakespeare a fumetti
Ci credereste? Negli anni Settanta Il giornalino era una rivista a fumetti con i controcazzi, con autori importanti, grandi storie d'avventura e di attualità, nonché una serie di eccellenti trasposizioni di opere letterarie. Tra queste, Amleto, Romeo e Giulietta e La tempesta, frutto di quel genio di Gianni De Luca, che diede all'operazione un innovativo e spettacolare taglio cinematografico.





Asterix
Ho sempre adorato le storie dei mitici Goscinny e Uderzo: i cartoni “storici” li avrò visti mille volte, Asterix e Cleopatra lo conosco a memoria. I fumetti li leggevo a puntate ne Il giornalino dei tempi d'oro, quando il buonismo e la voglia di strizzare l'occhio ai più piccoli e alla tv erano più o meno impensabili. Il mio preferito? Il druido Panoramix.






Lucky Luke
Ancora Il giornalino. L'eroe di Morris e Goscinny era un altro mio mito, forse in risposta al western “serioso” che piaceva tanto a mio padre. Più del protagonista adoravo lo stupidissimo cane Ran-tan-plan e il cavallo saggio Jolly Jumper. Non so perché, e sarebbe interessante scoprirlo, mi ricordo molto bene la storia Western circus, proprio io che detesto il circo.





L’eternauta
Molti anni dopo, di fronte alla mostra dedicata a Héctor Oesterheld e inspiegabilmente ospitata in quel barcone in disuso che era fino a qualche tempo fa il Museo dell'Automobile di Torino, mi sono quasi commosso. Cosa poteva capirne un bambino, leggendo il Lanciostory delle sorelle maggiori, di una fantascienza “da camera” metafora della dittatura argentina? Nulla. Ma quanto mi piaceva!


Yor
Qui c'entrano le tette. Ancora Lanciostory, ancora Argentina, ma stavolta quel genere fantasy che a me, tranne rare eccezioni, non è mai piaciuto. Eppure trovavo parecchio erotico questo fumetto (ero un bambino, bastava qualche trasparenza qua e là) ambientato in una fantapreistoria abbastanza nebulosa ma a suo modo affascinante.




Mister Macchina
Pubblicato su Gli Eterni (ancora Marvel, ancora Corno), che raccoglieva un mix di fumetti fantasy e di fantascienza. Nonostante Jack Kirby mi stesse sul cazzo con i suoi inchiostri pesanti, la storia di questo strano androide, e della sua buffa, eroica, tragica fine, mi aveva conquistato anche da ragazzino. Ritrovato, riscoperto, riamato dopo anni, altro acquisto fortuito, credo al Cartoomics.






La saga di Fenice Nera
Pubblicato negli Usa nel 1980, da noi, a causa delle tristi vicende dell'Editoriale Corno, uscì nel 1988. Meno male: nell'80 mi feci convincere che ero troppo grande per leggere i fumetti e smisi. Mi sarei perso questa perla. Fu il mio amico F. a riattirarmi nella tela. Avevo sempre amato gli X-Men, e questa è una delle loro storie più belle in assoluto. Testi e disegni del mitico duo Claremont-Byrne.




Marvels
Nel 1994, non so più dove e come scoprii questa miniserie la cui quarta di copertina mi conquistò e che acquistai immediatamente. Kurt Busiek e Alex Ross raccontano, attraverso la storia di un fotografo dagli anni Quaranta ai Settanta, come si sarebbero intrecciate le vite dei supereroi a quelle della gente comune, mescolando come mai prima la Storia alle storie dei personaggi Marvel. Imprescindibile.

mercoledì 23 aprile 2014

et stop


Ieri, per la prima volta nella mia vita, ho mandato un telegramma. La mia collega simpatiapiù, che si chiama come poison ma che con la nostra blogger non ha ahimè altro punto di contatto, ha deciso di sbolognarmi quest’incombenza senza neanche un «per favore», perché lei era troppo impegnata e non c’era nessun altro nei paraggi. «Io invece mi sto grattando l’uccello» è stata la risposta immediatamente partorita dalla mia dolce e paziente personcina: poi, quando simpatiapiù ha abbassato la cresta, i toni e ogni altra cosa al mondo, ho preso e lento pede sono andato in posta, con l'entusiasmo di un bradipo morto ma il sorriso di Franti l'infame. In posta, vi chiederete? Già, perché via telefono da noi non si può, neanche volessimo chiamare Luana la porcona con sede a Tahiti. E farlo via internet? No, perché il sito richiede una registrazione che dovrebbe fare l’azienda: non posso mica mandare un telegramma di condoglianze a un perfetto sconosciuto a nome mio… Che poi, per carità, magari i parenti apprezzano lo stesso. Oppure si spaccano la testa a chiedersi «ma questo chi minchia è? vorrà mica una fetta di eredità?». Comunque, il problema non è tanto andare a fare il telegramma: è passare qualche minuto della propria vita in un ufficio postale, luogo che per me ha per me lo stesso appeal di una grossa cacca fresca appena pestata dalla suola di gomma istoriata di una immacolata scarpa da tennis stile nonfacciosportdallottantatremafafico. Detesto i colori windows (per non parlare del giallo Posta, che è quasi peggio del celestino Panda) e - che vi aspettavate da uno come me? - detesto le code. Voglio dire: se internet ha un senso, è quello di poter evitare le file, almeno quasi sempre. Ma facciamo finta per un attimo che l’ufficio postale sia un luogo meraviglioso e parliamo dell’oggetto in sé. Non il telegrafo, che ebbe un senso glorioso, importante, dal 1844 a... diciamo il 1980? No, io voglio parlare del telegramma. Cioè quell’affare di carta giallina ripiegata che appartiene a un passato di cui non essere nostalgici e che oggi sopravvive solo in frangenti funerei. Un ridicolo e stringato comunicato da 4,47 euro (se va bene e stai sotto le venti parole) contro la gratuità di WhatsApp. Una roba finta, ché non c’è più nessun Giovanni telegrafista che stia lì a picchiettare l’alfabeto morse. Insomma ciarpame buono per musei morti, come il fax o il gusto puffo. E invece niente, (r)esistono ancora tutti e tre.