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venerdì 28 agosto 2015

e adesso sta con lei


Ma uno fa un film solo perché giri come una trottola da un festival all'altro? Mah, chissà. Intanto, a guardare su Imdb, c'è poco da stare allegri: I'm Michael, oggi, un'uscita normale, non dico in Italia, ma almeno in un Paese normale, non ce l'ha ancora. Forse perché è di quelli scomodi. Ma scomodi forti, fatti per scontentare, pardon, fare incazzare tutti. Ancor di più perché si tratta di una storia vera. Michael Glatze era un attivista omosessuale con i controcazzi, stava con un bel ragazzo, avevano una liaison stile Love story (nel senso dei fotoromanzi rosa, non della leucemia). Poi, un giorno, come Paolo a Damasco, venne folgorato da un coglionetto che gli disse più o meno «io sono Luca e Luca era gay». Da allora violentò la sua natura, divenne etero e più in là predicatore mormone. La vostra reazione è «Masticazziiii!!!»? Ecco, pure la mia. James Franco (il film l'ho visto alla scorsa Berlinale, che praticamente era una "retrospettiva in avanti" dei film di Franco) è perfetto nel ruolo forse combattuto forse no forse boh del protagonista. Justin Kelly, regista esordiente, ha un tocco pulito, preciso: non gliene frega niente di strafare, ma riesce a dare qualche cazzotto in pancia quando meno te l'aspetti. Sarebbe uno di quei rari casi, forse, da «sì, il dibattito sì». Nel dubbio, però, non invitatemi.


Questa recensione fa parte di quelle dedicate al Rainbow day, ovvero a tutti i colori dell'amore. Un'idea di Arwen Lynch per festeggiare il compleanno del suo blog. Quindi innanzitutto i miei migliori auguri! E poi ricordatevi che ci sono da leggere anche questi post qui:

Delicatamente Perfido
Director's Cult
Il Bollalmanacco di Cinema
In Central Perk
La Fabbrica dei Sogni
Non C'è Paragone
Obsidian Mirror
Pensieri Cannibali
Solaris
White Russian

martedì 13 gennaio 2015

niente froci, siamo inglesi


Cos’è che dicevamo ieri? Ah, non era ieri? Era mercoledì? Cazzo come passa il tempo! Vabbè, viene quasi uguale, perché comunque oggi torniamo a parlare di solido cinema classico. Fatto nel 2014, visto nel 2015. Dopo Tim Burton, un’altra sorpresa. Un film da cui mi aspettavo poco, dato il trailer piuttosto loffio: The imitation game non è solo un buon tentativo di creare un biopic da Oscar (tentativo probabilmente disperato, visto che se la dovrà vedere con La teoria del tutto), The imitation game è proprio un buon film e basta. Non cercate svolazzi, virtuosismi di macchina o di scrittura: Morten Tyldum, regista norvegese al suo primo film di successo internazionale, forse si farà, o forse no. Ma sappiate che, anche se cercate bene, di retorica qui ne troverete davvero poca. La storia di Alan Turing, padre dell’informatica, matematico simpatico come un punteruolo nel culo ma capace di grandi slanci e di grande genio, l’uomo che con il suo computer ha aiutato la sconfitta dei nazisti, l’omosessuale represso che, una volta scoperto, da gloria dei servizi segreti diventa un malato da castrare chimicamente (vi ricorda qualcosa?), ti prende, ti emoziona, ti coinvolge. E insomma, io quando Keira Knightley va a visitarlo dopo tanto tempo, un pianto me lo sono fatto. Benedict Cumberbatch veste a pennello i panni di Turing. A Keira Knightley, forse un po’ sottotono, tocca il ruolo di Joan Clarke, la donna che, in quanto tale, partecipò in incognito alla decifrazione del codice e che, per amore del tutto, accettò anche di sposare il matematico, salvando lui dalle malelingue e lei stessa da un probabile marito stupido. Si esce gravidi di riflessioni: era solo metà del secolo scorso, ma non è che poi le cose siano cambiate così tanto. L’ipocrisia, in fondo, mi pare sempre più bulimica.

venerdì 22 agosto 2014

francesca s’è svegliata


Mentre guardavo I dolci inganni mi chiedevo inevitabilmente: se uscisse oggi, avrebbe meno problemi? No. Certo, con internet si farebbe in fretta a vederlo piratato, ma l’asfittico moralismo democristiano del 1960 cinquantaquattr’anni dopo è sempre lì in agguato: non cercatelo solo in politica, leggetelo nei post sui social, pensate cosa scriverebbero su un qualsiasi giornale. Beh, comunque, il film di Alberto Lattuada (che all’epoca fu sequestrato, uscì tre anni dopo e non incassò una lira) ha i quattro minuti iniziali più erotici del cinema italiano e un primo piano finale battuto solo da De Niro in C’era una volta in America. Vi ho incuriosito abbastanza? No? Ok, proseguo. La storia è quella, nell’arco di una giornata, della ricca sedicenne Francesca (Catherine Spaak, in realtà appena quindicenne e di una bravura incredibile) che, dopo averlo sognato, capisce di desiderare un amico di famiglia che ha vent’anni di più; in serata riuscirà a scoparselo, ma le cose non andranno propriamente come previsto. Grandi comprimari Christian Marquand coprotagonista, Jean Sorel che fa l’attore burino e mantenuto, Milly deliziosa nei panni della nobile in decadenza e Donatella Chi l’ha visto? Raffai stronza compagna di scuola. Divertente, malinconico, erotico. Cinema che non si fa più, purtroppo.

mercoledì 30 luglio 2014

italianiiii


Eh, oh, quanno ce vò ce vò. Perché il film di cui vi parlo oggi, complice il War No More organizzato dai soliti blogger «che siamo noi» (vedi banner a sinistra), è una cosa speciale. Una piccola grande croce che mi sono appioppato da solo causa guasto al computer (come sta? bene, grazie, si è ripreso ma non si ricorda un cazzo di chi era prima). Puntavo a Giardini di pietra di Coppola, che non ho mai visto, o a Streamers di Altman, che vidi millemila anni fa quando la tv serviva a qualcosa, ma non potendo streamizzare o scaricare una fava, ho ceduto. Uh se odio parlare dei capolavori! Perché cosa dici che non abbiano già detto tutti? Va beh, però La grande guerra l’ho rivisto quasi di recente, accanto allo sguardo vergine e conquistato della ms che non lo conosceva. E cazzarola! Insomma, secondo me il film di guerra italiano più importante insieme a Roma città aperta, Tutti a casa e I due marescialli (non scherzo, ne sono convinto!), nonché vincitore ex aequo di Venezia nel 1959 con Il generale Della Rovere. Uno dei film di Monicelli più riusciti, proprio perché giocato su un azzardo assoluto: un tema serio e ancora bruciante come la guerra affidato alla presenza di due mattatori della commedia. Il Sordi provinciale, bastardo e vigliacco dei suoi film migliori, e un Gassman che, sebbene considerato ancora un attore drammatico, con I soliti ignoti, l'anno prima, aveva spiazzato tutti. E poi, finalmente, un film (sceneggiato da Age, Scarpelli e Vincenzoni, micacotiche…) che distruggeva l’idea dell’esercito italiano valoroso, implume e ancora vagamente fascista: no, si trattava di poverialloro (pugliesità, scusatemi), pieni di fango, con le scarpe di cartone, a bere la neve dove probabilmente qualcuno aveva pisciato poco prima. Umani, con le loro paure. E con le loro differenze, i loro dialetti: cazzo, era un secolo fa, Piemonte e Sicilia erano vicine come Torino e Kuala Lumpur! E poi, una commedia (?) in cui gli eroi muoiono: insomma tanta, tanta roba. E grande cast, perché oltre alla coppia perfetta, c’è Silvana Mangano prostituta senza troppi eufemismi, c’è Romolo Valli (IL teatro, almeno all’epoca), e poi Bernard Blier, l’immortale Tiberio Murgia, e il povero, allora neanche trentenne, Ferruccio Amendola. Non l’avete mai visto? E non vi vergognate?


In attesa della recensione di Full metal jacket da parte di questo simpatico omino qui, se ve le siete perse, leggete anche queste:

 "Il mestiere delle Armi" e Recensioni Ribelli con "Good Morning Vietnam" - See more at: http://cinquecentofilmisieme.blogspot.it/2014/07/war-no-more-starship-troopers.html#sthash.UtwO2a1u.dpuf

Solaris, inizia ieri 28 luglio, hanno debuttato lo stesso Solaris con  "Il mestiere delle Armi" e Recensioni Ribelli con "Good Morning Vietnam". - See more at: http://cinquecentofilmisieme.blogspot.it/2014/07/war-no-more-starship-troopers.html#sthash.UtwO2a1u.dpuf

giovedì 10 luglio 2014

è qui che ci sono le donne nude?


Torno su Giorgio Faletti perché, come si dice, a pensar male si fa peccato ma si indovina. In questi giorni il corriere.it mette on line un'intervista inedita (e sottolinea "inedita") al comico-scrittore-cantante ecc... Qualche mese fa era un periodo, per chi non lo ricordasse, in cui, con la scusa del revival anni Ottanta, il Corrierone (?) cercava di far dire ai comici di Drive In quanto fosse greve (?) e sessista (?) quella esibizione di tette e di culi. All'epoca. Vabbè, ci siamo capiti: redazione di segaioli di mezz'età senza neanche la scusa dell'estate. Ecco, Faletti (a parte il momento di smemoratezza sul nome del geniale Enzo Trapani) se ne uscì con una signora disamina. Senza abboccare, e senza fare gnanca un plissé. Da ascoltare. Chissà com'è che non è mai andata on line prima...

mercoledì 14 maggio 2014

bello 'o salone, si se putesse vede'


E che ci posso fare? A me il film FF.SS., cioè Che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene? ha sempre divertito un sacco, e la battuta di Arbore che ha ispirato il titolo del post la parafraso continuamente. Perché c'è sempre qualcosa che sarebbe bello, se si potesse vedere. Tipo il Salone del Libro di Torino, dove mi tocca lavorare un paio di giorni l'anno: e mi diverto pure, se non fosse che non ne vedo una beata fava. Così, più che altro, l'ho sbirciato. E vi dirò: con 'sta cosa del Vaticano paese ospite, c'erano più preti che in un film di Fellini. E, tanto per dire come stiamo messi, il gadget dell'anno era la corona di carta con sopra Peppa Pig che spopolava fra i teenager (ggiuro!). Per non parlare della signora russa che presidiava lo stand della Regione Sicilia e che ha tentato di convincermi che quello che si dice di Putin è tutto falso. Poi c'erano i cosplayer: una ragazzina bellissima (non chiedetemi l'età, è meglio) era vestita da Uomo Ragno ma aveva meno tette. Quest'anno il mio parco vips ha contemplato tutti quelli che avrei anche fatto a meno di vedere: Paolo Mieli; Geppy Cucciari (che pure mi sta molto simpatica) che se è dimagrita così tanto con il purgante della Marcuzzi compriamocelo tutti!!!; Andrea Vianello, che mi ha decantato le qualità culinarie (niente battute!) della moglie. Per il resto, un po' di puzza di scarico dovuta al passaggio di Sgarbi e Ferrara. Benni, Guccini, il Principe, Fossati: non pervenuti, mannaggiammé. Poi però domenica mattina mi sono goduto Loretta Goggi. Che è il mito camp della mia parte bisexcheadoracertemilf. Nel senso che non solo ero tentato di comprarne l'autobiografia, ma anche che quella donna mi piace proprio fisicamente, nonostante l'età. La risata contagiosa, il suo umorismo a dispetto delle ultime batoste, il ricordo di quella passeggiata insieme dietro le quinte di My fair lady una quindicina d'anni fa («Perché non torna a cantare?» «Ma io canto sempre, sotto la doccia»), me la fanno adorare. Bella Loretta, che se po' vede'.

martedì 13 maggio 2014

zucchero e catrame


E, come dire, il weekend se n'è andato. Un po' a merengue, come direbbe quell'adorabile donna lì, un po' a ramengo, come si dice in quella città per la quale ho smesso di giustificarmi come nel mitico pezzo tragicomico di Paolo Rossi: Milano. Dici: che c'entra? C'entra, perché sabato, come un bambino che si aspetta il lunapark, sono andato con la ms alla mostra di Bruno Munari al Museo del Novecento. Una mostra che, se Munari fosse vivo, gli verrebbe uno sciupun: secco, definitivo, taàc. Perché non puoi rinchiudere un genio che ha fatto dell'interattività una forma d'arte in vetrine sigillate e gabbie di dubbio gusto arancione. Perché io posso anche non sapere un cazzo del signor Munari Bruno e, quindi, ho il diritto di leggere una scheda biografica e avere informazioni che non siano seghe mentali di uno che vuole fare il primo della classe. Munari era gioco, era genio, era il futurismo spiegato ai bambini e agli adulti che si sentivano tali (no, non eterni adolescenti, non cretini vestiti da idioti, proprio bambini dentro, con ancora l'emozione viva della scoperta e del gioco). Di questo, nella mostra c'è poco o nulla. E mi sono tornati alla mente i festeggiamenti per i 90 anni del Maestro, alla Triennale: pazienza fosse sindaco l'Albertina, quella sì che era una festa per gli occhi! E allora ho detto alla ms: beh, però al bucsciòp ci saranno i “libri illeggibili” che sono una figata, dai che li sfogliamo! E invece ce n'erano sì e no tre. Delusi, prima di prendere il treno abbiamo azzardato, vista la desolazione di Porta Garibaldi, di portarci via una birra da corso Como: impossibile, senza sedersi in piena movida quasi non ancora sfatta. E loolapaloosa (o lupamalupa?) ormai mi fa venire in mente sono la canzone degli Elii.

mercoledì 23 aprile 2014

et stop


Ieri, per la prima volta nella mia vita, ho mandato un telegramma. La mia collega simpatiapiù, che si chiama come poison ma che con la nostra blogger non ha ahimè altro punto di contatto, ha deciso di sbolognarmi quest’incombenza senza neanche un «per favore», perché lei era troppo impegnata e non c’era nessun altro nei paraggi. «Io invece mi sto grattando l’uccello» è stata la risposta immediatamente partorita dalla mia dolce e paziente personcina: poi, quando simpatiapiù ha abbassato la cresta, i toni e ogni altra cosa al mondo, ho preso e lento pede sono andato in posta, con l'entusiasmo di un bradipo morto ma il sorriso di Franti l'infame. In posta, vi chiederete? Già, perché via telefono da noi non si può, neanche volessimo chiamare Luana la porcona con sede a Tahiti. E farlo via internet? No, perché il sito richiede una registrazione che dovrebbe fare l’azienda: non posso mica mandare un telegramma di condoglianze a un perfetto sconosciuto a nome mio… Che poi, per carità, magari i parenti apprezzano lo stesso. Oppure si spaccano la testa a chiedersi «ma questo chi minchia è? vorrà mica una fetta di eredità?». Comunque, il problema non è tanto andare a fare il telegramma: è passare qualche minuto della propria vita in un ufficio postale, luogo che per me ha per me lo stesso appeal di una grossa cacca fresca appena pestata dalla suola di gomma istoriata di una immacolata scarpa da tennis stile nonfacciosportdallottantatremafafico. Detesto i colori windows (per non parlare del giallo Posta, che è quasi peggio del celestino Panda) e - che vi aspettavate da uno come me? - detesto le code. Voglio dire: se internet ha un senso, è quello di poter evitare le file, almeno quasi sempre. Ma facciamo finta per un attimo che l’ufficio postale sia un luogo meraviglioso e parliamo dell’oggetto in sé. Non il telegrafo, che ebbe un senso glorioso, importante, dal 1844 a... diciamo il 1980? No, io voglio parlare del telegramma. Cioè quell’affare di carta giallina ripiegata che appartiene a un passato di cui non essere nostalgici e che oggi sopravvive solo in frangenti funerei. Un ridicolo e stringato comunicato da 4,47 euro (se va bene e stai sotto le venti parole) contro la gratuità di WhatsApp. Una roba finta, ché non c’è più nessun Giovanni telegrafista che stia lì a picchiettare l’alfabeto morse. Insomma ciarpame buono per musei morti, come il fax o il gusto puffo. E invece niente, (r)esistono ancora tutti e tre.

venerdì 11 aprile 2014

passano gli anni (ma otto son lunghi)


Uh se è invecchiato male Yannick! 

lunedì 31 marzo 2014

enrico laughed


Aver visto due ore prima in piazza Castello uno sparuto gruppetto di persone che faceva tutto tranne ascoltare il vetusto comizio di una ragazzotta che magari diceva anche cose condivisibili, col suo microfono alimentato dalla batteria del pulmino e un linguaggio che ti aspettavi che da un momento all’altro distribuissero ciclostilati, non ha fatto che aumentare il senso di tristezza e smarrimento che ho provato vedendo Quando c’era Berlinguer. Perché quella ragazza, i fancazzisti che stavano lì a far numero mentre parlavano della serata che li aspettava e si facevano una canna, la polizia in assetto di guerra neanche fosse arrivato in centro il pulmino di Bin Laden, sono figli del degrado culturale di questo paese esattamente come quella fenomenale carrellata di capre e marziani intervistati nella parte iniziale del documentario di Walter Veltroni: da chi parla dell’ex Ursus a chi pensa che Berlinguer sia francese («con quel nome!») e abbia fatto tante guerre, da chi lo scambia per un giudice antimafia a chi ancora, nell’era di internet, con grande faccia da culo si lamenta di non conoscerlo perché «è colpa del sistema scolastico». E mi chiedo com’è che siamo diventati così, da un lato acriticamente nostalgici di qualcosa che neanche ci appartiene, dall’altro rincoglioniti senza memoria. Il film non è esente da difetti: Veltroni si ritaglia qualche commento qua e là che ci saremmo risparmiati, indugia per intero sulla sequenza del comizio che ne precedette la morte, copre con una canzone la scena del funerale… eppure si tratta di una pellicola da vedere. Perché per capire la caratura dell’uomo e del politico Berlinguer, basta ascoltare il suo attualissimo discorso sui pericoli dell’apolitica, gli interventi alle tribune politiche, i motivi del compromesso storico, il coraggio di parlare di democrazia e libertà davanti a Brežnev e Ceaușescu. E poi c’è il suo sorriso. Sincero, mai ruffiano, a volte con quell’ombra di malizia che sembra dire «Mi vorresti fottere e io non te lo permetto», ma sempre il sorriso di un uomo perbene.

mercoledì 27 febbraio 2013

kunta kinte inside


Il caso non esiste, m’insegna la ms, e mi sa che ha ragione. Nella sala d’attesa del medico, che alle otto e mezza pullula già di pensionati e casalinghe (santo Ruzzle protettore degli impazienti!), una calabrese inquartata e razzistoide ciancia del “padrone” che non fa più lavorare il figlio il sabato. Poco dopo, mentre rimedio la colazione, la ragazza del forno parlando con qualcuno chiede «È vero che stasera vedi la mia padrona?». Non un capo, un datore di lavoro, al limite chill’ strunz, no, un padrone. Sì, buana: la libertà, che non sia quella di farsi i cazzi i propri, è un concetto che agli italiani proprio non piace.


martedì 26 febbraio 2013

kali nikta


Sempre che importi a qualcuno, ecco la mia lucida analisi del voto: è un paese per cialtroni. Miserabili cialtroni, peraltro. D’altra parte avrei dovuto immaginare cosa si preparava appena un paio d’ore prima degli exit poll, in cassa a un super, con la smandrappona Uomini e donne style che ostentava il suo voto di fronte a un divertito commesso gaio che avrebbe tanto voluto spaccarle gli occhialoni da zoccola. O, peggio, con la madre di famiglia che, candida come la malattia venerea che prima o poi le trasmetterà il marito, se n’è uscita con «Io ho votato pdl perché mi hanno dato 50 euro». Non so, pensavo che la dignità valesse un po’ di più. Detto ciò è stato un bel weekend lungo, in cui ho incontrato due persone vere e gggiovani che, nonostante stiano a Bari, si fanno un culo così per creare qualcosa di diverso, uno con l’arte, l’altro con la birra. Un bel weekend lungo in cui, un po’ più delle altre volte, ho avuto modo di conoscere Mr. Cì e Piotra e capire perché la ms sia così legata a questi due simpatici, insopportabili, testardi, adorabili, meravigliosi personaggi. C’è stato spazio anche per il cinema, ma ne riparleremo. Quanto agli Oscar, felicissimo per Argo, Vita di Pi, Paper man e, sulla fiducia, per Searching for Sugar Man. Ah, mi dicono un gran bene dei capezzoli di Anne Hathaway.

Construction, Carolin Jörg

mercoledì 13 febbraio 2013

ingravescentem aetatem


La casualità degli eventi (sempre che il caso esista) mi spinge a fare il terzo post con questo titolo (almeno tra i blog che leggo io). E non è facile manco per un cazzo (scusate se ho scritto manco), perché sandali e la middle son donnini di curtura mica da ridere. Si capisce perché sto ravanando lanugine dall’ombelico da quattro righe? Eh, mannaggiavvoi, mi avete scoperto. Proprio come ha fatto uno dei blogger che seguo, spesso in silenzio ma con assiduità, e che, fatti due conti, mi ha chiesto l’amicizia su fb. Ah, per inciso, sono stato ben felice di accettarla. Dite che sto andando fuori tema? Dite che vorrei smenarla sul papa proprio oggi che tutti parlano di Sanremo e io no, perché lo vedrò a pezzetti su youtube in quanto sono talmente snob che il festival mi piace ma non lo reggo per più di 10 minuti? Mi sa che avete ragione. È che non riesco a pensare a uno meno dimissionario di un papa. Insomma, sei... dovresti essere una guida spirituale, non un impiegato del catasto. Il tuo compito non finisce alle sei del pomeriggio, poi il sabato all’iper a far la spesa. Per te niente orologio con la scritta (hai già lo sbrillocco al dito!), niente rinfresco con la ditta, gomitate e occhiolini, «adesso chissà come ti divertirai, beato te!». Quello ti toccava fare: essere un faro. Detto ciò, come papa facevi cacare.

giovedì 31 gennaio 2013

vietato ruttare


In questi giorni mi è toccato spulciare alcuni siti di birrifici e mi sono sentito come se bazzicassi su youporn (ma con molta meno soddisfazione). Sei maggiorenne? mi chiede uno. Cliccando dichiari di avere più di 18 anni, dice la schermata di un altro. E io mi annoio. E mi deprimo. E penso macheccazzo. E mi chiedo che cos’è diventato questo piccolo piccolo paese che sguazza fuori dalla realtà. Dove metti una pecetta sulla fica come 40 anni fa mentre divieti e chiese e frustrazioni, quelli sì, continuano a condurre dritto ad alcolismo, pestaggi “d’onore”, gravidanze a minchia.


mercoledì 23 gennaio 2013

paroliamo


Che poi io capisco: conti un cazzo, nel tuo ufficetto openspeis. Il caporedattore con l’occhietto da gattoelavolpe ti suggerisce un pezzetto sulla mania del momento e tu, googolando, ruzzli verso l’abisso: alcune parole riconosciute dal giochino non esistono. Fonte: livorosi ignorantelli incapaci di fare più di 900 punti a partita, immagino. Perché se le parole le cerchi sullo Zanichelli, sorpresa, le trovi. Le usa solo più il signor Zanichelli (mi sembra di sentirlo strillare alla moglie «Arri, vedi di non farmi irco che mi fai aumentare l’itto!»), però esistono. La parola che invece mi viene fuori come un rutto leggendo queste minchiate sul sito del Corsera è «cialtroni»: nove lettere, con un DW o un TW praticamente mi risolve la partita.


lunedì 14 gennaio 2013

essere genitori oggi (non più cagafigli)


No, io della chiesa non parlo. Né delle vacche impellicciate che pascolano in piazza San Pietro. Mi annoiano gli omofobi che non sanno di essere gay e, per quello che mi riguarda, il moige si potrebbe cancellare con una fiammata di napalm, se solo inquinasse meno. Il post, come sempre più spesso questo blog, parla di cinema, l’unica certezza di questi tempi cupi, caldo utero dei momenti bui, fresco abbraccio delle ore felici, amante sempre presente e sempre diversa, in una parola: una ficata. Tuttavia il cinema racconta il presente, e a volte ci si scontra. Prendiamo La bottega dei suicidi, che la commissione censura (diosanto, esiste ancora) voleva vietare ai 18 anni, salvo poi fare una patetica marcia indietro. Certo non è un cartoon per bambini, perché, al di là del messaggio positivo, bisognerebbe far digerire loro un tot di cose sperando che nel frattempo non si annoino. Ma se hai 12-13 anni e, accanto ai film d’azione e a quelli che te lo fanno venire duro (a quell’età va bene anche Twilight), hai voglia di vedere qualcosa di un po’ più furbo, beh il film di Patrice Leconte potrebbe piacerti, specie la riuscitissima parte in cui la ragazzina complessata scopre di sentirsi bella, complice un cd e un foulard. E comunque non si capisce quale sia il compito dei genitori, se all’educazione dei figli devono pensare tutti tranne loro. Come? Ah, già, crescete e cagat... moltiplicatevi.


mercoledì 17 ottobre 2012

miracolo a pampa


Ieri sera piuttosto che uscire avrei preferito che un camion mi zompasse sui coglioni, ma c’era un insieme di cose che mi ha fatto stringere denti e culo e filare verso Torino da bravo soldatino insieme alla spoah: miss po’, la tiz (addirittura al di fuori del Tff!), Werner Herzog in persona e i quattro episodi di Death row, i suoi documentari per la tv americana dedicati ai prigionieri in attesa di esecuzione. Che dici: ma con le premesse di cui sopra, non era meglio un filmettino? Ma anche no. Perché il regista tedesco delude raramente ed è incredibile come questi quattro film-intervista (soprattutto i primi tre) ti avvincano pur nella straordinaria semplicità dell’impianto. Gran parte del merito va al “casting”, alla capacità di scegliere facce e storie che non ti si schiodano facilmente dalla memoria. Poi c’è stato lo spazio per le domande del pubblico e siamo piombati nella tristezza accademico-segaiola delle affermazioni col punto interrogativo. E la pazienza, persino l'inattesa remissività, del regista tedesco, sono state quasi commoventi. Io quell’uomo lì lo adoro.


lunedì 15 ottobre 2012

ivistomai


Adoro il mondo Mac. Mi piace l’unicità del connubio tra bellezza formale, tecnologia e funzionalità. Ma siccome non mi pagano per dire tutto ciò, potrei anche parlare della questione ambientale o dei diritti dei lavoratori. E invece parlo di una libreria, di quelle un po’ all’antica, non imperdibile, soprattutto in una zona della città dove ce ne sono di migliori e più fornite. Eppure, ieri sera, passare da lì e scoprirci il nuovo Apple store mi ha messo un po’ tristezza. Tristezza che, entrando a fare un giro, non si è mitigata. Troppi ragazzetti a dirti buongiorno e arrivederci, un ambiente asettico «così nuovo che viene voglia di pisciarci dentro» (cit.), una grandeur di facciata. Come se la bellezza e la classe avessero bisogno d’altro. Come se Nicole Kidman andasse dal chirurgo plastico (oddio, dite che c’è andata?).


martedì 2 ottobre 2012

catatonici e anche molto brutti


Non parlo di (e con) quelli secondo cui «questo film è troppo italiano per un festival internazionale, gli altri non possono capire» e minchie varie: preferivo i diccì che sputavano sul neorealismo, almeno erano ipocriti e consapevoli di esserlo. Bella addormentata è proprio bello e Marco Bellocchio continua la sua stagione felice. Quella interminabile settimana in cui pareva fosse fondamentale decidere con un decreto legge la vita di una persona già morta, i giorni in cui sembrava che la tifoseria tutta nazionale si fosse spostata da Inter-Juve, sinistra-destra, a morte-vita, sono raccontati non già attraverso i protagonisti ma attraverso quattro storie “esterne” ma emblematiche, tutte utili, compresa quella apparentemente più “lontana” del colpo di fulmine tra la Rohrwacher e Riondino. Herlitzka si diverte, Gianmarco Tognazzi è una sorpresa, i titoli dei giornali dell’epoca sono un pugno nello stomaco, lo psiconano in tv è un monito contro l’imbecillità, i dialoghi dei politici un po’ didascalici ma utili per un buon ripasso. E pur se con una sua opinione forte, il film piuttosto che dare risposte, vivaddio, ti gonfia di domande.

P.S.: la Huppert che prega ad alta voce avanti e indietro sempre più veloce con le suore è una citazione di Todo modo o è solo un caso?


martedì 25 settembre 2012

ah che disgrazia le questioni di stile


Complice una domenica pigra, di quelle tracimate finché per Torino è già tardi, decidiamo che, tra una cosa e l’altra, o si va a Moncalieri per vedere Pietà, o difficilmente lo si vedrà. Ora, l’Ugc un tempo non era male. Multisala sì, ma aveva la birra buona, e il centro commerciale intorno, all’aperto, insomma fuori dai coglioni. Poi l’Ugc è diventata Uci: stessa tristezza e sciatteria del Lingotto, il cartello che minaccia che durante alcuni film «potrebbe esserci un intervallo», un personale adeguato nei numeri ma infinito nei tempi, capace di avvitarsi su se stesso come certe brutte trame. D’altra parte, una cassiera che non fa, non dico un sorriso, ma gnanca un plissé quando le chiedo «Due biglietti per pietà», dà già un po’ la misura. Sorvolando sul fatto che le luci si sono accese dopo cinque minuti dall’inizio (e così sono rimaste per altrettanti cinque minuti, finché un simpatico omarino in tutto e per tutto uguale al sottoscritto è uscito fuori urlando «Il film si vede come al cazzo!») e sorvolando sul fatto che i simpatici ramazzapopcorn sono entrati parlando fra loro mentre c’erano ancora i titoli di coda, dirò del film: mah. Come? È poco? Ok, vado. La storia è bella, la violenza c’è ma non è quasi mai esibita, e ci sono sequenze notevoli come quella finale. Peccato che Kim Ki-Duk, che in quanto Kim Ki-Duk non avrebbe bisogno di nessun orpello pseudoautoriale, qua e là se ne serve a piene mani: fotografia affanculo, incomprensibili zoomate e traballii di macchina, ricerca dello scandaletto sessuale spacciata per iconoclastia.