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venerdì 18 settembre 2015

chiedi chi era wes craven


Insomma ci pensavo guardando L'ultima casa a sinistra, e poi pensando a Nightmare e Scream. Ci saranno adolescenti che non si cacheranno in mano vedendo un film di Wes Craven, l'uomo che ha reinventato, almeno per tre decadi, il teen movie de paura. Ci mancherà, quell'uomo lì. Uno che ha cercato, e un po' c'è riuscito, a fare film sempre diversi. Una specie di highlander che, con tutte quelle reincarnazioni, sembrava non dovesse morire mai. Il film di cui parlo oggi è del 1972. Craven debutta grazie a Sean S. Cunningham con questo film datato e malato (non so a quale aggettivo dare la precedenza) che ha, nientemeno, che un'ispirazione bergmaniana, La fontana della vergine. Beh, i punti di contatto ci sono, ma... La protagonista, che muore presto, è una ragazza senza reggiseno. Cerca maria, cerca sesso, cerca vita. E un po' se la fa sotto un po' no. Purtroppo lei e la sua amica (muore anche lei, ma non è un grande spoiler) incontrano degli psicopatici scappati di galera. La vera svolta del film, checché se ne dica, è nell'ultima mezz'ora, quella della vendetta. Un film datato, sì. Imperfetto, d'accordo. Con una coppia di poliziotti che sembra uscita da una puntata di Hazzard, ma alla fine sono gli unici personaggi sopra le righe. La meraviglia sta nei contrasti, nelle musiche sempre suadenti, quell'easy rock vagamente country spalmato su scene agghiaccianti eppure quasi prive di dettagli macabri. E sta nel montaggio incrociato fra le torture nel bosco e la vita da mulino bianco dei genitori di lei. Una piccola perla.


Ed ecco gli altri partecipanti alla giornata dedicata a Wes Craven. Buona lettura!

Il Bollalmanacco - Il serpente e l'arcobaleno 
Non c'è paragone - La casa nera
Mari's Red Room - L'ultima casa a sinistra
Scrivenny - Scream
Combinazione casuale - Nightmare - Dal profondo della notte
WhiteRussian - Red Eye
Cinquecento Film Insieme - Scream 3 e 4
Pensieri Cannibali - Nightmare - Nuovo incubo
In Central Perk - Nightmare - Dal profondo della notte
Il Zinefilo - Dovevi essere morta
Director's Cult - La casa nera


martedì 8 settembre 2015

notte horror: dead snow


Dici: perché diffidi della montagna? Ma non è vero. Non nevica, tu mi porti in macchina per curve e strettoie, ci facciamo un'escursione di un bel po' di chilometri (giuro) ma non più di 300 metri di dislivello, tu riguidi verso casa. Fico no? Tutto ciò per dire che… quale film per concludere meglio la nostra Notte Horror di Dead snow? Era da un po' che 'sto film stava lì in attesa. E devo ammettere che me l'aspettavo più grand guignol, più kitsch, insomma più truzzo. E invece 'sta specie di La casa immerso nella neve e grondante di zombie nazisti ha il suo perché. Nessun miracolo, ma il film del norvegese Tommy Wirkola diverte, con il suo oscillare contento fra parodia, autoparodia e omaggi vari, con una confezione tutto sommato curata nonostante un budget limitato. Ah, adesso mi tocca il sequel, ovviamente. Nonché la parodia di Kill Bill. Perché Wirkola poi si sia buttato su Hansel e Gretel, vabbè… pecunia non olet, al massimo dà risultati che fanno cacare.


Cari zombetti miei, con questa recensione e quella di Obsidian Mirror, dalle 23 in poi con un altro classicone qual è Trilogia del terrore, si chiude la seconda edizione di Notte Horror: ci vediamo al prossimo anno, spero. E se vi siete persi qualche puntata, ecco il programma completo:

venerdì 28 agosto 2015

e adesso sta con lei


Ma uno fa un film solo perché giri come una trottola da un festival all'altro? Mah, chissà. Intanto, a guardare su Imdb, c'è poco da stare allegri: I'm Michael, oggi, un'uscita normale, non dico in Italia, ma almeno in un Paese normale, non ce l'ha ancora. Forse perché è di quelli scomodi. Ma scomodi forti, fatti per scontentare, pardon, fare incazzare tutti. Ancor di più perché si tratta di una storia vera. Michael Glatze era un attivista omosessuale con i controcazzi, stava con un bel ragazzo, avevano una liaison stile Love story (nel senso dei fotoromanzi rosa, non della leucemia). Poi, un giorno, come Paolo a Damasco, venne folgorato da un coglionetto che gli disse più o meno «io sono Luca e Luca era gay». Da allora violentò la sua natura, divenne etero e più in là predicatore mormone. La vostra reazione è «Masticazziiii!!!»? Ecco, pure la mia. James Franco (il film l'ho visto alla scorsa Berlinale, che praticamente era una "retrospettiva in avanti" dei film di Franco) è perfetto nel ruolo forse combattuto forse no forse boh del protagonista. Justin Kelly, regista esordiente, ha un tocco pulito, preciso: non gliene frega niente di strafare, ma riesce a dare qualche cazzotto in pancia quando meno te l'aspetti. Sarebbe uno di quei rari casi, forse, da «sì, il dibattito sì». Nel dubbio, però, non invitatemi.


Questa recensione fa parte di quelle dedicate al Rainbow day, ovvero a tutti i colori dell'amore. Un'idea di Arwen Lynch per festeggiare il compleanno del suo blog. Quindi innanzitutto i miei migliori auguri! E poi ricordatevi che ci sono da leggere anche questi post qui:

Delicatamente Perfido
Director's Cult
Il Bollalmanacco di Cinema
In Central Perk
La Fabbrica dei Sogni
Non C'è Paragone
Obsidian Mirror
Pensieri Cannibali
Solaris
White Russian

martedì 14 luglio 2015

notte horror: il conte dracula


- I am Dracula. Enter freely and of your own will.
(Count Dracula, Jesús Franco)

È con grandissimo piacere che apro le danze di questa seconda edizione di Notte Horror, e non con un film qualunque, ma con Il conte Dracula (1970) di Jesús Franco, con il mitico e (pensavamo) inossidabile Christopher Lee. Come tutti i grandi personaggi letterari, Dracula, come Frankenstein o Pinocchio o il conte di Montecristo, è stato trasfigurato, banalizzato, accorciato, minoreitanizzato (chi coglie la citazione senza ricorrere a Google vince una cena col sottoscritto) da mille film diversi. Ebbene, il regista spagnolo che più ha dato al cinema di genere con boiate enormi, film decenti e piccole perle lungo una carriera sterminata, è stato, almeno fino al capolavoro di Francis Ford Coppola, quello che, con questo film, pur semplificando e accorciando, è rimasto più fedele al romanzo di Bram Stoker. Lee, ovviamente, interpreta per l'ennesima volta il vampiro, anche se, obiettivamente, il migliore tra gli attori è senz'altro Klaus Kinski nei panni del povero, pazzo Renfield. Il compianto Herbert Lom, già straordinario Dreyfus nella saga della Pantera rosa ma non ancora assurto a mito, qui è Van Helsing. Il film, oltre ad essere ottimo per chi si voglia cimentare con la versione originale (l'inglese perfetto, quasi scolastico, è meglio di un corso della Fabbri Editore), è un curioso esempio di bmovie con un cast non proprio povero (ma le protagoniste sono due attrici culto di Franco, Maria Rohm e Soledad Miranda). Ondeggia tra un Hammer privo di ironia e l'horror di qualità, alternando effettacci scalcagnati, buchi di sceneggiatura e sequenze de paura mica male come quella iniziale del viaggio in carrozza e quella degli animali impagliati. Ne esiste anche una specie di making of molto sui generis, Cuadecuc del mitico produttore Pere Portabella, che si può ammirare qui su youtube: solo per feticisti del cinema, tipo tu che mi stai leggendo, insomma.


E adesso non dimenticate l'appuntamento dei prossimi martedì, nonché, soprattutto, quello delle 23 di stasera con Director's Cult e un altro, mitico titolo che ha per protagonista Sir Christopher Lee: The wicker man.

il giorno degli zombetti


Ci siamo: poche ore e si parte per il secondo anno consecutivo con la Notte Horror on the Blog, l'omaggio che noi zombetti più o meno cresciuti facciamo alla mitica rassegna che ci teneva svegli davanti alla tv ormai qualche secolo fa. Tutti i martedì, da stasera all'8 settembre, doppia recensione: una alle 21, una alle 23. Comincio io con Il conte Dracula, di Jesús Franco, segue due ore dopo Director's cult con uno dei film della lista che preferisco, il malatissimo The wicker man. A più tardi, e ricordatevi di diffondere il verbo. Quello qua sotto.

domenica 21 giugno 2015

愛的後果


Liangzi, Tao e Jinsheng sono amici. Il povero Liangzi ama Tao che però sposa il ricco e coglione Jinsheng. Se questo fosse stato il nocciolo e non il punto di partenza di Shan he gu ren (titolo internazionale Mountains may depart), probabilmente non ne starei neanche a parlare. Il lungo prologo, ambientato alla vigilia del 2000, sembra un po’ un melodrammone neorealista trapiantato in Cina; poi però, dopo quasi tre quarti d’ora partono i titoli di testa (eh già!) e il film cambia musica (più o meno, ché il leit motiv è sempre Go west nella versione dei Pet Shop Boys). Scopriamo così che, in realtà, le vere protagoniste della pellicola di Jia Zhangke sono Tao e la Cina attraverso 25 anni di storia (sì, finiamo in un futuro che è poi abbastanza presente…): di fianco, addosso e tutt’intorno al bildungsroman di Tao, scorrono i profondi cambiamenti della società cinese con le sue mille contraddizioni. Certo, alcune idee lasciano il tempo che trovano (il taglio dell’immagine che man mano che si procede si allarga, il nome del figlio, il cane che doveva vivere solo 15 anni, la canzone che apre e chiude il film…). Inoltre il capitolo finale, con quella punta di edipo moralista, è un po’ irritante. Tuttavia alcune trovate sono meravigliose (il padre che voleva fa’ l’americano e si ritrova a non capire il figlio che parla solo inglese) e la storia trabocca di spunti che magari restano lì, e sedimentano, e tornano quando meno te lo aspetti, come ogni buon film dovrebbe fare. In Italia distribuisce Bim, ma non si sa ancora quando.


Bene, sappiate che questo post contribuisce al China day. Insomma, finalmente, dopo mesi, sono tornato a scrivere insieme al “solito” gruppo di amici di cinema. Ecco, di seguito, i loro contributi:

Storia di fantasmi cinesi (Siu-Tung Ching, 1987) sul Bollalmanacco di Cinema
The Killer (John Woo, 1989) su Director's Cult
Lanterne rosse (Yimou Zhang, 1991) su Scrivenny 2.0
I love Beijing (Ning Ying, 2000) su The Obsidian Mirror 
Infernal Affairs (Wai-Keung Lau e Alan Mak, 2002) su Non c’è paragone
Life without principle (Johnnie To, 2011) su Solaris
Il tocco del peccato (Zhangke Jia, 2013) su White Russian
Closed Doors Village (Xing Bo, 2014) su Mari's Red Room

giovedì 15 gennaio 2015

fantasmi e sarcomi


Torno in famiglia, quella dei blogger cinematografari, per l’appuntamento mensile con il ricordo di chi, purtroppo, non c’è più mentre le teste di cazzo continuano a vegetare e figliare in sovrannumero. Questa volta parliamo di Mike Nichols, un regista che, dagli esordi fino ai tempi più recenti, ha firmato una sfilza di pellicole importanti, a volte belle, a volte splendide, ma anche qualche discreta sòla come Wolf e, più raramente, creature di difficile classificazione e giudizio come Angels in America. Si tratta di una serie tv in sei episodi prodotta dalla Hbo nel 2003 e fedelmente tratta dal lungo, celebre spettacolo teatrale scritto una decina d’anni prima da Tony Kushner. La storia, ambientata a New York nella seconda metà degli anni Ottanta, racconta la tragica scoperta dell’Aids attraverso le storie intrecciate di un avvocato traffichino, una coppia gay e una coppia etero e frustrata (lui, infatti, teoricamente sarebbe gay…). Il cast è pazzesco, a cominciare da un meraviglioso Al Pacino passando per Mary-Louise Parker (l’altmaniana moglie repressa) e una multiforme Meryl Streep che interpreta un tot di ruoli di cui ho perso il conto (superato il wtf iniziale, adorerete anche il rabbino). Finché la storia resta ancorata alla realtà, beh, chapeau: l’intreccio appassiona e ci sono dialoghi e monologhi che farebbero la felicità di ogni attore. Poi, però, alla realtà si alternano le visioni. E arrivano gli angeli. Anzi l’angelo Emma Thompson, che scopa per aria più o meno come nella piscina di Cocoon. E c’è anche una specie di aldilà che richiama Cocteau. E i fantasmi, compresa quella Ethel Rosenberg che, negli anni Cinquanta, fu condannata a morte con il marito per attività antiamericane in seguito a un processo piuttosto ridicolo. Nel frattempo il film si perde, e non si capisce più bene dove vada a parare. Però, a dispetto delle follie e della durata, non annoia mai.


Ed ecco chi partecipa con me al ricordo di Mike Nichols:

Director's cult - Wit, la forza della mente
Il bollalmanacco di cinema - Chi ha paura di Virginia Wolf?
La fabbrica dei sogni - Una donna in carriera
Mari's red room - Wolf la belva è fuori
Non c'è paragone - Il laureato
Onironauta idiosincratico - Il laureato
Pensieri cannibali - La guerra di Charlie Wilson
Recensioni ribelli - Closer
Scrivenny - Closer
White Russian - Silkwood

martedì 9 settembre 2014

notte horror: l’aldilà


E insomma spiace, cari zombetti miei. Spiace che siamo all’ultimo appuntamento con Notte Horror (ma la rifacciamo il prossimo anno, sì?), proprio ora che l’estate stava iniziando (sarà un caso che qui è tutto un lampi, tuoni e allagamenti?). E spiace che a chiudere sia ... E tu vivrai nel terrore! L'aldilà (1981). Ve lo dico subito? Mi levo il pensiero? È una roba brutta. Piacerà a Sam Raimi, Quentin Tarantino e compagnia cantante ma… secondo me è una boiata. No, attenzione, non che sia brutta la storia: non sarà il massimo dell’originalità (l’albergo abbandonato, i fantasmi, gli zombie), addirittura leggo che si ispira, come The others, a Il giro di vite di Henry James (anche se non si capisce bene dove), alcune buone idee ci sono (la prima apparizione della ragazza col cane, il finale) ma è l’insieme che non funziona. Buchi nella sceneggiatura che ci passiamo in due, musiche ed effettacci scontati, attori esagerati ed esagitati (tranne il fin troppo compassato Michele Mirabella, non ancora formidabile alla radio con Toni Garrani, e tantomeno non ancora assopente con Elisir). Secondo me, l’avesse girato Dario Argento oggi, l’avreste lapidato. Certo, tanto splatter, per chi apprezza (io non apprezzo, ma giuro, sono super partes). Insomma preferisco il Fulci di Nando Moriconi, delle commedie con Buzzanca o Franco e Ciccio, del thriller geniale stile Non si sevizia un paperino, dell’erotico, malato e sottovalutato Il miele del diavolo.


E ora, volendo fare cosa buona e giusta, spero vogliate apprezzare, cari zombetti miei, il riassunto delle puntate precedenti. Buona lettura e, mi raccomando, fate tanti begli incubi!

Vamp 
Saw 
Una lucertola con la pelle di donna

martedì 2 settembre 2014

scrivi ragazzo scrivi


Come ho già detto, complice il viaggio a Cipro Nord, non ce l’ho proprio fatta a partecipare al Robin Williams day. È il momento di recuperare, e quindi parlo de Il mondo secondo Garp (1982), tratto dal romanzo di John Irving (di cui mi dicono un gran bene soprattutto per Preghiera per un amico, ma di cui non ho mai letto nulla) e diretto da George Roy Hill, anomalo regista che ha vissuto un grande inizio anni Settanta con Butch Cassidy e La stangata, ma che prima e dopo non ha mai trovato bene la quadra (andrebbe studiato un po’ meglio?). Il film in questione, che in Italia ebbe un’uscita ritardata e disgraziata solo grazie al successo di Glenn Close ne Il grande freddo, racconta di una possessiva infermiera e del suo figlio voluto in autarchia (Williams, per l’appunto) attraverso un bell’arco temporale. Lui decide di diventare scrittore quando si innamora, ma la madre lo smollerà solo quando risucirà a scavalcarlo a destra in campo letterario. Nel mezzo, crisi di coppie, femminismo esasperato, gente che spara un po’ ovunque e sempre, il passaggio dagli anni Settanta a Ottanta raccontati come una cavalcata al trotto, commedia e dramma che non sempre trovano il giusto equilibrio, un grande John Lithgow nella parte del travestito Roberta e un dolcissimo, quasi straziante, brevissimo cameo di Amanda Plummer. Prima parte deliziosa. A pensarci, è una delle più pacate interpretazioni del povero Robin Williams: niente faccette o esibizioni, solo Garp. Cazzo se ci mancherà, quell’uomo lì.

giovedì 31 luglio 2014

quentin chi?


Allora, cominciamo dall’inizio: Tarantino, a dispetto di certe critiche miopi quanto Mr. Magoo, non c’entra una beata fava. Tuttalpiù c’entra Tarantini, Michele Massimo, indimenticato (?) autore di un cinema di genere che non esiste più. Esattamente come Mario Bava, che oggi avrebbe compiuto cent’anni e che la solita cricca dei blogger cinematografari omaggia oggi con una serie di recensioni. Tipo la mia. Nella fattispecie, Cani arrabbiati. Film del 1973, quasi invisibile fino al 1995 (data di uscita del dvd) e trasmesso ufficialmente in tv solo nel 2004. Dici: perché? Boh. Misteri della fede. Comunque, uno dei migliori film del Maestro, conosciuto più per i suoi horror, ma che, probabilmente, con questa pellicola si mostra molto, molto più avanti di tanti del suo periodo. Liberamente tratto da un racconto di Ellery Queen (sì, il finale a sorpresa è uguale…), Semaforo rosso (titolo dato alla messa in onda in tv che a me fa pensare a quella hit di Cicciolina che io adoro!) è la storia di tre balordi (il quarto muore subito) che, dopo una rapina, sequestrano una donna e un uomo con il figlio infermo. Comincia così un road movie piuttosto malato in cui la povertà di mezzi diventa quasi virtù. Se la sceneggiatura non sempre convince, brillano le interpretazioni che non ti aspetti: Maurice Poli nella parte dell’unico uomo “normale” (?), il gigante bello e psicopatico George Eastman (ovvero Luigi Montefiori, attore, regista, produttore e scrittore da Cannibal holocaust a Il maresciallo Rocca), ma soprattutto Don Backy, sottoutilizzato come attore quanto sottovalutato come cantante, qui perfetto nel ruolo. Riccardo Cucciolla, poi, si ritaglia una parte insolita, proprio lui con quella faccia da vittima e buon padre di famiglia, pronto a narrare, con la flemma di un figlio di Piero Angela, qualsiasi documentario dell’epoca. Violento, bastardo, imperdibile.


Ovviamente partecipano al Mario Bava Celebration Day anche questi tizi qui:

Director's cult
La fabbrica dei sogni
Non c'è paragone
Recensioni Ribelli
Scrivenny

mercoledì 30 luglio 2014

italianiiii


Eh, oh, quanno ce vò ce vò. Perché il film di cui vi parlo oggi, complice il War No More organizzato dai soliti blogger «che siamo noi» (vedi banner a sinistra), è una cosa speciale. Una piccola grande croce che mi sono appioppato da solo causa guasto al computer (come sta? bene, grazie, si è ripreso ma non si ricorda un cazzo di chi era prima). Puntavo a Giardini di pietra di Coppola, che non ho mai visto, o a Streamers di Altman, che vidi millemila anni fa quando la tv serviva a qualcosa, ma non potendo streamizzare o scaricare una fava, ho ceduto. Uh se odio parlare dei capolavori! Perché cosa dici che non abbiano già detto tutti? Va beh, però La grande guerra l’ho rivisto quasi di recente, accanto allo sguardo vergine e conquistato della ms che non lo conosceva. E cazzarola! Insomma, secondo me il film di guerra italiano più importante insieme a Roma città aperta, Tutti a casa e I due marescialli (non scherzo, ne sono convinto!), nonché vincitore ex aequo di Venezia nel 1959 con Il generale Della Rovere. Uno dei film di Monicelli più riusciti, proprio perché giocato su un azzardo assoluto: un tema serio e ancora bruciante come la guerra affidato alla presenza di due mattatori della commedia. Il Sordi provinciale, bastardo e vigliacco dei suoi film migliori, e un Gassman che, sebbene considerato ancora un attore drammatico, con I soliti ignoti, l'anno prima, aveva spiazzato tutti. E poi, finalmente, un film (sceneggiato da Age, Scarpelli e Vincenzoni, micacotiche…) che distruggeva l’idea dell’esercito italiano valoroso, implume e ancora vagamente fascista: no, si trattava di poverialloro (pugliesità, scusatemi), pieni di fango, con le scarpe di cartone, a bere la neve dove probabilmente qualcuno aveva pisciato poco prima. Umani, con le loro paure. E con le loro differenze, i loro dialetti: cazzo, era un secolo fa, Piemonte e Sicilia erano vicine come Torino e Kuala Lumpur! E poi, una commedia (?) in cui gli eroi muoiono: insomma tanta, tanta roba. E grande cast, perché oltre alla coppia perfetta, c’è Silvana Mangano prostituta senza troppi eufemismi, c’è Romolo Valli (IL teatro, almeno all’epoca), e poi Bernard Blier, l’immortale Tiberio Murgia, e il povero, allora neanche trentenne, Ferruccio Amendola. Non l’avete mai visto? E non vi vergognate?


In attesa della recensione di Full metal jacket da parte di questo simpatico omino qui, se ve le siete perse, leggete anche queste:

 "Il mestiere delle Armi" e Recensioni Ribelli con "Good Morning Vietnam" - See more at: http://cinquecentofilmisieme.blogspot.it/2014/07/war-no-more-starship-troopers.html#sthash.UtwO2a1u.dpuf

Solaris, inizia ieri 28 luglio, hanno debuttato lo stesso Solaris con  "Il mestiere delle Armi" e Recensioni Ribelli con "Good Morning Vietnam". - See more at: http://cinquecentofilmisieme.blogspot.it/2014/07/war-no-more-starship-troopers.html#sthash.UtwO2a1u.dpuf

martedì 8 luglio 2014

notte horror: vamp


Ma Robert Rodríguez e Quentin Tarantino, nel 1986, per caso, videro un film che si intitolava Vamp? Perché quei due o tre punti di contatto (esclusi violenza esasperata, criminalità, ritmi serrati...), Dal tramonto all'alba ce li ha. Beh, comunque, sai quando hai la curiosità di un film qui? Sì, qui, guardami, proprio in gola. Uno di quei film di cui hai vagheggiato da gggiovane e che poi sono scomparsi nel nulla? Ecco, Vamp. Ma siccome questa è Notte Horror in versione reload, lascio la parola al mitico Zio Tibia.
Salve, ahem, piccoli zombetti miei! Maltrovati, ah eh! Come state? Ehm, bene? Peccato. Ahah... Ehm, ve la ricordate Grace Jones, eh ah? Dunque, ehm, eheh, sì, quella gnocca nera di quando eravamo giovani? Sì, di quando ero giovane io, doveva essere il mille... oddio, vabbè, eheh, non mi ricordo più. Beh, nel film in questione è una vampira. Insomma, anche un po' zombie. O licantropa. Eh eh, bene non sta, insomma. E balla tutta nuda (quasi eh, eheh) in un locale di spogliarelliste dove vanno tre sfig... tre ragazzi che vogliono ehm, ahm, come si dice? noleggiarla, ecco sì, per uno spettacolino nella loro confraternita universitaria. Ah, e nel mezzo c'è una gang capeggiata da un marcantonio albino, eheh. Come va a finire? Ahah, ehm, indovinate. Ah, ma c'è anche la sorella sfig... meno fortunata di Michelle Pfeiffer, ma lei non è una vampira, almeno, ehm, credo, ahahah... Insomma, ci si diverte da morire ahahahah... Il regista... sì insomma, sono parole grosse, è Richard Wenk, quello che ha sceneggiato The expendables 2 e il remake (ce n'era - ehm eheh - proprio bisogno?) di Professione assassino. Buona visione, zombetti miei, e vi auguro ogni cosa di peggio – ahah - che vi possa capitare...
  

Per chi si fosse perso le prime recensioni della Notte Horror Special Blog Edition:

Dovevi essere morta su Il giorno degli zombi
Brivido su Solaris

Di seguito i prossimi appuntamenti...

lunedì 30 giugno 2014

zombetti si nasce


Non lo sapete ancora? Sapevatelo: da domani sera e fino al 2 settembre, ogni martedì alle 21 e alle 23, torna il doppio spettacolo della mitica Notte horror. Torna nei nostri blog, non in tv. E torna sotto forma di recensione light, estiva, cercando se possibile di far rivivere lo spirito del mitico Zio Tibia e delle sue presentazioni trash e divertenti. Al debutto troverete Il giorno degli zombi e Non c’è paragone, rispettivamente alle prese con Dovevi essere morta e Mimic, ma tutto il programma è, obiettivamente, una gran figata. Eccolo qua:

mercoledì 25 giugno 2014

e marlon brando è sempre lui


Beh, è stata dura. Scegliere un film di Sidney Lumet, voglio dire. Che è uno dei grandi. E uno dei pochi che fino alla fine (Onora il padre e la madre) ha fatto cose magnifiche. Ma visto che ormai approfitto di questi festeggiamenti tra blogger per recuperare film mai visti, mi sono buttato su una delle sue prime opere, quelle tratte da Williams, O'Neill, Miller... e sceneggiate da Williams, O'Neill, Miller. Immaginatevi oggi il grande teatro che incontra il grande cinema in questo modo: non ce la fate? Beh, diciamo che a parte Mamet, è difficile. Pelle di serpente (The fugitive kind, 1959) è tratto da La calata di Orfeo, rivisitazione in chiave moderna del mito di Orfeo e Euridice da parte di Tennessee Williams. La sceneggiatura è in buona parte opera sua, ma tra gli accreditati c'è anche un certo Marlon Brando. Il protagonista. Il vagabondo con la giacca di serpente che trova rifugio nella casa-negozio di Lady (Anna Magnani), la quale accudisce un marito moribondo che la odia. I temi di Williams sono sempre quelli: il razzismo, le donne disperate e insoddisfatte, gli uomini di merda tranne uno (indovina chi?). Brando è sesso allo stato puro (c'è un dialogo tra lui e la Magnani che non si sa come non sia stato tagliato, vista l'epoca). Nannarella è potente, potentissima, come sempre. Joanne Woodward, nel ruolo della sbandata che non ha il coraggio di andare via da questa specie di Dogville in cui è ambientato il tutto, è spettacolare. Filmone. E come nella maggior parte dei filmoni, non c'è spazio per l'happy end.


Ed ecco gli altri blogger che onorano la memoria di Sidney Lumet:

Director’s cult
Il bollalmanacco di cinema
In central perk
Non c’è paragone
Recensioni ribelli
Scrivenny
Solaris
White russian

 

domenica 25 maggio 2014

trenta centimetri di dimensione artistica


Ancora una volta le celebrazioni tra blogger mi permettono di recuperare un titolo dimenticato, mancato o, in questo caso, all'epoca stupidamente ignorato. Sì, perché Boogie nights è gioia per gli occhi quasi per tutti i suoi 150 minuti. Dico quasi perché la repentina equazione Seventies:gioia=Eighties:merda è, sebbene comprensibile e in parte veritiera, un po' tirata via a metà film, quasi fosse una didascalia durante l'intervallo tra il primo e il secondo tempo. Detto ciò, l'opera seconda di Paul Thomas Anderson, regista che da queste parti si ama ma di cui, ahimè, non ho mai parlato, è uno spettacolo. Mescolando con arguzia un po' di storie del mondo del porno dell'età d'oro (il protagonista, dotazione a parte, non ha poi molto a che vedere con John Holmes), e mettendo insieme un cast eccezionale (dalla scoperta di un bravissimo Mark Wahlberg al redivivo e sempre splendido Burt Reynolds, da Julianne Moore a John C. Reilly passando per Don Cheadle, William H. Macy e un eccellente Philip Seymour Hoffman in versione checca disperata), il regista, privo dei soliti americanissimi moralismi del cazzo, gira da dio ricreando perfettamente il clima di quegli anni, mostrando splendori e miserie di un mondo che, così com'era, non esiste più da un pezzo. Molte le sequenze d'antologia, da quella della sala di incisione all'irresistibile virata pulp dell'ultima parte.


Ed ecco di seguito l'elenco di tutti gli altri blogger che sono cimentati con i film ambientati nei favolosi anni Settanta:


martedì 1 aprile 2014

shakespeare in war


Per festeggiare la menzogna, lo scherzo, lo sberleffo, la truffa, insieme ai “soliti” blogger, stavolta non ho avuto dubbi. Faccio outing subito: avevo dimenticato l'originale. Avevo bene in mente il remake-omaggio di Mel Brooks, persino ne canticchiavo il motivo, ma di Vogliamo vivere! (To be or not to be) ricordavo quasi nulla. Eppure è un film perfetto, un capolavoro di complessa leggerezza (o leggera complessità) come solo Ernst Lubitsch riusciva a concepire. Pochade divertente fino alle lacrime ma anche drammone di guerra, amarissima presa di coscienza e satira tagliente sul nazismo (e siamo nel 1941, ché adesso sono bravi tutti), metacinema e metateatro lievi come un soffio e profondi come la Storia. Un fiotto (o fottìo?) di attori straordinari che recitano la parte di attori molto più ordinari, equivoci e travestimenti, spy story e tragedia reale che avanza ineluttabile, una Carole Lombard purtroppo al suo ultimo film, morta poco tempo dopo in un incidente aereo ad appena 33 anni. Che aspettate a vederlo?

 

Insieme a me festeggiano il primo aprile anche loro:


mercoledì 19 febbraio 2014

non proprio un bicchiere di vino con un panino


Il 2 febbraio ci siamo giocati uno dei più grandi talenti del nuovo cinema americano. La morte è stupida di per sé, a 46 anni per overdose forse lo è anche di più. Il gruppo di blogger che di solito festeggia idealmente i compleanni, stavolta sceglie di dedicare un doveroso tributo a Philip Seymour Hoffman.


Io lo ricordo con Happiness (1998), a oggi ancora il film più geniale e disturbante di quel geniaccio di Todd Solondz, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del 51º Festival di Cannes e vincitore in quell'occasione del premio Fipresci. Di felicità, a parte forse quella del ragazzino nella scena finale, ovviamente non c’è traccia. Le storie, a incastro, raccontano di uno psicologo pedofilo (l’elemento davvero più inquietante nella sua “normalità”), le sue due cognate che quando provano a cercarsi uno straccio d’uomo si ritrovano una con un ladro, l’altra con l’orrendo vicino di casa pornomane e voyeur (Seymour Hoffman), i genitori delle tre donne che hanno perso ogni piacere tra loro ma anche fuori dalla coppia, una vicina che ha fatto a pezzi il suo stupratore. Poche le star (il povero Ben Gazzara, Lara Flynn Boyle…), attori comunque tutti eccellenti. Durante la visione si ride perfino, ma si esce con un senso di malessere e di fastidio davvero lungo da metabolizzare. Film potentissimo, da vedere nella sua versione integrale. Interessante ma meno riuscito il seguito, Perdona e dimentica (2009), in cui tornano gli stessi personaggi ma interpretati da attori diversi.


giovedì 30 gennaio 2014

l'atomica non è un'anima, piciu


Vidi L'impero del sole al cineforum del liceo. E non capivo. Non capivo perché un genio del cinema di intrattenimento volesse a tutti i costi fare film impegnati. Per avere una risposta avrei dovuto aspettare Munich, e poi l'assolutamente sorprendente Lincoln. Ma Steven Spielberg è così, ed è in cima, lassù, nel mio empireo personale, anche se dopo War horse ero molto tentato di cacciarlo. Detto ciò, signori, oggi si festeggia Christian Bale. Che all'epoca era un ragazzino e che, de L'impero del sole, è protagonista assoluto. Ricordo che quando lo vidi pensai: «Ecco, il solito petulante sfigato». Neanche fosse Remì. Che poi un po' Remì lo è, visto che tra una fuga, una guerra (la seconda mondiale), una prigionia giapponese e qualche compagnia poco raccomandabile, il bimbo in fondo cerca i suoi genitori. La storia, già romanzata di per sé, è quella autobiografica di J.G. Ballard, uno dei padri della fantascienza. Il film non è di quelli memorabili, ma una scena in particolare sì: Bale, che è convinto di essere capace di ridare la vita con il massaggio cardiaco (gli è andata di culo una volta e già urlava «Io sono dio!»), si dispera e piange quando la seconda volta gli va buca. Comprimari di lusso John Malkovich, Miranda Richardson e un quasi debuttante Ben Stiller.


È il Christian Bale day, sapevatelo! E vi aspettano un gran bel tot di recensioni da parte di questi marcantoni qui:

giovedì 23 gennaio 2014

there's a new girl in town


Amavo Alice. Irripetibili pomeriggi di quasi adolescenza in cui Linda Lavin occupava quella mezz'ora facendomi ora ridacchiare ora immalinconire insieme a Mel, Flo e Vera. Solo qualche anno dopo avrei scoperto che quell'adorabile sitcom, protagonista una cameriera che sogna di tornare a fare la cantante e durata ben nove stagioni (1976-1985, ma noi ne abbiamo viste molte di meno...), era stata innanzitutto un film, Alice non abita più qui, diretto da Martin Scorsese nel 1974. Un film, diciamolo subito, che perde al confronto col prodotto televisivo, a cominciare da una sceneggiatura un po' tagliata con l'accetta: è come se tutto avvenisse troppo in fretta, a discapito della credibilità. Ellen Burstyn è un po' troppo gatta piagnona e quell'Oscar nell'anno di Gena Rowlands (Una moglie) e Faye Dunaway (Chinatown) grida vendetta. Decisamente più azzeccato il resto del cast, che comprende Diane Ladd nel ruolo di Flo, Vic Tayback che sarà Mel anche in tv, un giovanissimo e manesco Harvey Keytel, Kris ficodellamadonna Kristofferson e l'inquietantissima Jodie Foster, appena due anni prima del suo exploit in Taxi driver.


Con questo post il blog aderisce al Martin Scorsese day insieme a:

Director's Cult
Ho Voglia di Cinema
In Central Perk
Life functions terminated
Non c'è paragone
Pensieri Cannibali
Recensioni Ribelli
Scrivenny 2.0
White Russian

venerdì 6 dicembre 2013

nostalgia de menasse


Dici: ma tu non sei snob? No, comunque all'invito al Tamarrata day, partito dal mitico Frank Manila e spalmato su ormai due settimane, non potevo mancare. A modo mio, perché qui, toglietevi il cappello e sciacquatevi la bocca, parliamo di mr Walter Hill. Uno che ha fatto film memorabili e spesso ignorati, uno che mancava dal grande schermo da undici anni, da quell'invisibile, magnifico cult che era Undisputed. Il ritorno era un'occasione ghiotta perché, diciamocelo, Sly mi è sempre stato un po' sul cazzo, ma è anche uno che, servito da un buon copione, fa la sua porca figura. Ecco, qua cominciano i guai. Perché Jimmy Bobo-Bullet to the head (per una volta mollo lì la polemica sui titoli italiani, questo è stato scelto democraticamente e varrebbe la pena stenderci un plaid pietoso...) è un filmetto che, sebbene girato come si deve, resta un filmetto. Stallone, killer di vecchia scuola con figlia tatuatrice bona (Sarah Shahi), decide di farsi giustizia insieme (o malgrado) un poliziotto asiatico ingenuo e fissato con internet (Sung Kang) contro il cattivissimo (e non è il solo) Christian Slater. Indovinate come finisce? Ecco, esatto. E non si può neanche dire, come ho letto da qualche parte, che sia un omaggio a certo cinema anni Ottanta: la violenza è meno caricaturale, più diretta. E poi le tecniche di ripresa, ahimè, appartengono di più ai giorni nostri, con tutti quegli insopportabili flash che sembra sempre ci sia qualcuno che scatta le foto. Un'ora e mezza scorrevole, ma Hill ci ha abituato a perle di cui qui c'è solo qualche traccia sbiadita: non bastano il riscatto dei perdenti e le atmosfere livide e notturne di New Orleans e New York.


Ed ecco, di seguito, tutti i blogger della partita:

26/11 - Movies Maniac
30/11 - WhiteRussian