Tranquilli, non parlo di bondi. Parlo di quelle simpatiche bestiole che noi uomini per qualche strana ragione abbiamo deciso di eleggere primas inter pares. Ora, io ho un gatto. E ho avuto altri gatti. E li amo, trovo che siano animali nettamente superiori a molti altri, compreso l’uomo, bestia imperfetta che, giusto per dirne qualcuna, invece di godersi la vita si racconta di anima e super io, s’infligge religioni filosofie psicanalisi, si martirizza il cazzo - o le ovaie - prima di decidersi ad agire, foss’anche per trombare. Ma ci addentriamo su un discorso troppo lungo e io scrivo post corti: torniamo ai gatti. In uno dei tanti spadellatoi televisivi, Beppe Bigazzi, che per essere uno che parla di cibo in tv non è neanche una persona stupida, ha ricordato con dovizia di particolari come si cucinavano (e come si potrebbero cucinare ancora oggi) i gatti. Le prefiche dell’animalismo a spruzzo (metodo do’ cojo cojo) si sono scatenate così tanto che il povero Bigazzi è stato fatto fuori dal programma. Programma che già faceva cacare, adesso sarà solo peggio. Ma il punto è: quante casalinghe disperate, dopo aver ascoltato il prode Bigazzi, avranno davvero pensato a Micio come a un simpatico arrosto per cena? Nessuna. Perché i gatti, in Italia, salvo poche zone e (salvo frodi) in tempi più o meno remoti, servono a farci compagnia quando siamo soli, a farci dire «Bella vita, la sua!» quando li vediamo dormire, a far finta di avere un figlio quando ci cachiamo in mano a pensarne uno nostro. Insomma soddisfano il nostro egoismo di bestie imperfette: un po’ come bondi con lo psiconano, a pensarci bene.