lunedì 15 febbraio 2010

animali d'affezione


Tranquilli, non parlo di bondi. Parlo di quelle simpatiche bestiole che noi uomini per qualche strana ragione abbiamo deciso di eleggere primas inter pares. Ora, io ho un gatto. E ho avuto altri gatti. E li amo, trovo che siano animali nettamente superiori a molti altri, compreso l’uomo, bestia imperfetta che, giusto per dirne qualcuna, invece di godersi la vita si racconta di anima e super io, s’infligge religioni filosofie psicanalisi, si martirizza il cazzo - o le ovaie - prima di decidersi ad agire, foss’anche per trombare. Ma ci addentriamo su un discorso troppo lungo e io scrivo post corti: torniamo ai gatti. In uno dei tanti spadellatoi televisivi, Beppe Bigazzi, che per essere uno che parla di cibo in tv non è neanche una persona stupida, ha ricordato con dovizia di particolari come si cucinavano (e come si potrebbero cucinare ancora oggi) i gatti. Le prefiche dell’animalismo a spruzzo (metodo do’ cojo cojo) si sono scatenate così tanto che il povero Bigazzi è stato fatto fuori dal programma. Programma che già faceva cacare, adesso sarà solo peggio. Ma il punto è: quante casalinghe disperate, dopo aver ascoltato il prode Bigazzi, avranno davvero pensato a Micio come a un simpatico arrosto per cena? Nessuna. Perché i gatti, in Italia, salvo poche zone e (salvo frodi) in tempi più o meno remoti, servono a farci compagnia quando siamo soli, a farci dire «Bella vita, la sua!» quando li vediamo dormire, a far finta di avere un figlio quando ci cachiamo in mano a pensarne uno nostro. Insomma soddisfano il nostro egoismo di bestie imperfette: un po’ come bondi con lo psiconano, a pensarci bene.

domenica 14 febbraio 2010

che tutti gli uomini e le donne sappiano vigilare


Giorgio Diritti è il nuovo Ermanno Olmi? No, per fortuna. Il tocco è un altro. Più lieve, forse più ingenuo, eppure più incisivo. L'uomo che verrà è un gran bel film. Nulla per cui stracciarsi le vesti, ma avercene di storie potenti come questa. E quanto sono ben rappresentate le onnipresenti ritualità, paure, censure della civiltà cattolica contadina, così convinta e fiera della propria subalternità e così inevitabilmente destinata a soccombere (strepitosa una delle scene finali, in cui il battesimo del neonato si alterna al seppellimento delle statue sacre da parte di uno dei sopravvissuti). Greta Zuccheri Montanari è straordinaria nel ruolo della piccola protagonista, gli altri attori (professionisti e non) di fronte a lei scompaiono davvero. Peccato per il finale che, per quanto emozionante, arriva piuttosto telefonato. Colonna sonora mai banale, tutta da ascoltare.
P.S.: ma quanto è ingrassato Vito?

giovedì 11 febbraio 2010

trappola per polpi


In un ferragosto di quasi dieci anni fa, improbabilmente arrampicato su una scogliera di Saint-Malo («i bambini sì e io no?»), ho perso le paure. Credo siano scivolate nell’acqua gelida, o forse si sono sciolte nei rivoli di sudore e fatica. O magari le ho espulse per via rettale insieme all’enorme granchio che ho mangiato al ritorno. Qualcuna però a quanto pare si è nascosta bene. Qualcun’altra forse ha ritrovato la strada di casa. Fatto sta che anni dopo (e anni fa), un giorno ho aperto la porta ma non riuscivo a scendere le scale. Ho anche conosciuto l’ebbrezza del tako-tsubo che, come ho appena scoperto, non è una posizione sessuale giapponese. Giapponesi che, com’è noto, girano dei porno che fanno cacare. Ma per il resto, compresi i nomi con cui battezzano le cose, sono inquietantemente geniali.

Oggi? Oggi 11 febbraio parlo così

lunedì 8 febbraio 2010

rivoli vari


Sneea «abbondante e leggera giù dal molino del cielo». Lo zen e l’arte della manutenzione dell’amicizia. Un libro iniziato, amato, borbottato, piaciuto, meditato e finito tutto in un aeroporto. Un quartetto di ex sessantottini che cita un motto attribuito a Churchill per giustificare il proprio voto allo psiconano. Baci di bagna caoda, pareti storte su pavimenti obliqui, liberatorie da firmare come prima di un ponte sospeso, parole nuove, antiche vertigini. Certo, spostato dal suo angolo, Charlie non fa surf ma neanche più tanta paura. E il cielo, almeno inteso come massa d'aria che circonda la terra, ci guarda benevolo. Weekend.

sabato 6 febbraio 2010

come se poi nella vita ci fossero i violini


Ci sono cose che non capisco e che probabilmente non capirò mai, cose della cui utilità nel mondo mi sfugge il senso. Come la neve mentre guido. Come le curve in autostrada. Come mcdonald's. Come lo psiconano e la sua corte. Eppure ci sono rari momenti in cui la poesia di un attimo, o una di quelle minchiate che il nostro cervello chissà perché realizza con struggente sottofondo musicale, sembra mi possa fare avvicinare al senso di queste cose altrimenti inafferrabili. Perché la neve che frulla via dai vetri dal basso verso l'alto in mille rivoli, o che sciogliendosi sul tergilunotto disegna strane geometrie, è onestamente qualcosa che starei a guardare per ore, a patto di non andare a sfasciarmi contro la macchina davanti. Perché provare la tenuta di strada della mia macchina tra le curve di un'autostrada deserta, in una bella giornata di sole, mi fa sentire fico anche se accanto non c'è nessuno che mi dice «Certo che 'ste macchine giapponesi, eh!». Perché sapere che da qualche parte qualcuno sta facendo causa, sta facendo una dieta, si sta disintossicando, sta vomitando all'angolo per colpa di mcdonald's mi fa pensare che, magari, quel qualcuno la prossima volta ci penserà due volte prima di tornare in quel posto di merda. E perché pensare... no, ecco, con lo psiconano no. Per quanto mi sforzi, la poesia muore, come in un sonetto di bondi.

martedì 2 febbraio 2010

crucifige e così sia


- 'A ggioventù italiana ha trascorso fin troppo tempo sotto er bbombbardamento de messaggi sbajati e ppericolosi lanciati de vorta 'n vorta da ddivi der cinema, d'a musica, d'a a tivvù. Gente che non si rendono conto dell'impatto drammatico che le parole sue possono avere e che in questa totale assenza de responzabbilità dimostrano il suo scarso valore umano... Ma che mò te ce metti pure te?
- Non sei più comunista, ora siamo gente di potere, siamo cattolici. Non puoi condannare a morte giovani ingenui e sprovveduti! La pena capitale non ce l'abbiamo ancora... Aspetta, tempo al tempo e la rimettiamo.
- In Italia efiftono norme ben precife che, pecquanto riguarda le fostanze ftupefacenti, vietano la loro propaganda attraverfo fpettacoli ed efbizioni! Nzomma, te devi da fa' cura'!
- Dai, Gianfranco, convinciti: per quest'anno Sanremo veditelo a casa e non ne parliamo più!

lunedì 1 febbraio 2010

the winner takes it all



Cioè niente, perché nessuno ha indovinato. La risposta? In Avatar manca la bandiera americana! Vuoi espiare in quanto regista Usa? Mettiti in fila. Poi, quando sarà il tuo turno (no, non adesso! mister Stone prego, mister Soderbergh da questa parte, oh c'è anche lei mister Spielberg, è sempre un piacere vederla!), beh allora toccherà a te. Ora hai capito, mister Cameron? Ci vuole la bandiera, sopra quei cazzo di bombardieri! Perché sarà una favola, sarà una metafora, ma sempre di Usa si parla.
Pirla!

sabato 30 gennaio 2010

ricchi premi e cotillons


Domandona quiz: che cosa manca in Avatar?

- Bravo Elio, bravo Fogli, bravi Chieftains, bravi tutti, bello il budello, ecc.,
belle le sonorità molto intense, come l'altra volta, mi piace.
Sai cosa non m'è piaciuto? Posso dirtelo?
- Dimmi, dimmi.
- Il finale del vitello.
(Il vitello dai piedi di balsa reprise, Elio e le Storie Tese con Claudio Bisio)

giovedì 28 gennaio 2010

10 04:33


Me la ricordo sì, quella serata bolognese. Io, mio fratello, i suoi amici più grandi, la prima volta a un concerto, i miei 16 anni. Cosa ci fossimo inventati perché i miei mi lasciassero andare, non lo so più. Forse c'è una foto: vestita anni Settanta fuori tempo massimo, capelli lunghi e lisci con la scrima in mezzo, tremenda. Come mi sentivo? Brutta. Inadeguata. Ah se il Principe era bello, invece! Dalla no, con tutto quel sudore sui peli metteva quasi paura, l’inquietudine smorzava un po' solo quando attaccava Anna e Marco o suonava il clarinetto. E poi c’era lui, lì: a dividerci tre metri e cinque o sei persone. Mi fissava, mi fissava e sorrideva. Occhi neri, sguardo sicuro, un poco stronzo, sotto sopracciglia folte. Denti tanti, bianchissimi. E alto. Alto più di mio fratello, che già era una spanna su tutti. Guardavano tutti il palco, io mi avvicinai piano. Gli afrori da stadio a un tratto non c'erano più: via il sudore, via i profumi da due lire, via le canne. Il Principe iniziò con i ringraziamenti, lui iniziò ad accarezzarmi. Camminammo per non so dove, tornammo fra le cartacce e le bottiglie vuote. Mesi dopo scoprii che mio fratello mi aveva cercato a lungo. E cercato così forte da finire in un disco dal vivo. Non gli ho mai raccontato nulla, lui non mi ha mai chiesto. Io, mi chiamo Mariapia.


martedì 26 gennaio 2010

ghost in the spell


- Siamo ancora una famiglia?
- Certo, tua madre è a pezzi e tuo padre è disperato.
- E tu chi saresti?
- Io sono il capo.
(Amabili resti, Peter Jackson)

Il rischio era enorme. Dopo i danni irreparabili procurati dalla coppia Swayze-Demi Moore, era davvero temerario pensare di fare un film di fantasmi – e non de paura – che parlasse di sentimenti senza sentimentalismi. Ma Peter Jackson è Peter Jackson, mica un Jerry Zucker qualsiasi. L’ambientazione anni Settanta non è mai banale, la terra di mezzo in cui si aggira Saoirse Ronan (perfetta nel ruolo della protagonista) è fantasmagorica, Stanley Tucci è davvero inquietante come serial killer anche (o forse proprio) quando somiglia a Massimo Lopez, Susan Sarandon completa una terna che non sfigurerebbe agli Oscar. Varrà la pena leggere il libro?



(vedere Amabili resti con tre settimane d’anticipo sull’uscita italiana,
seduto a pochi metri da Zeudi Araya incredibile cinquantanovenne,
è stata la ciliegina su una splendida torta durata tre giorni)