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venerdì 28 agosto 2015

e adesso sta con lei


Ma uno fa un film solo perché giri come una trottola da un festival all'altro? Mah, chissà. Intanto, a guardare su Imdb, c'è poco da stare allegri: I'm Michael, oggi, un'uscita normale, non dico in Italia, ma almeno in un Paese normale, non ce l'ha ancora. Forse perché è di quelli scomodi. Ma scomodi forti, fatti per scontentare, pardon, fare incazzare tutti. Ancor di più perché si tratta di una storia vera. Michael Glatze era un attivista omosessuale con i controcazzi, stava con un bel ragazzo, avevano una liaison stile Love story (nel senso dei fotoromanzi rosa, non della leucemia). Poi, un giorno, come Paolo a Damasco, venne folgorato da un coglionetto che gli disse più o meno «io sono Luca e Luca era gay». Da allora violentò la sua natura, divenne etero e più in là predicatore mormone. La vostra reazione è «Masticazziiii!!!»? Ecco, pure la mia. James Franco (il film l'ho visto alla scorsa Berlinale, che praticamente era una "retrospettiva in avanti" dei film di Franco) è perfetto nel ruolo forse combattuto forse no forse boh del protagonista. Justin Kelly, regista esordiente, ha un tocco pulito, preciso: non gliene frega niente di strafare, ma riesce a dare qualche cazzotto in pancia quando meno te l'aspetti. Sarebbe uno di quei rari casi, forse, da «sì, il dibattito sì». Nel dubbio, però, non invitatemi.


Questa recensione fa parte di quelle dedicate al Rainbow day, ovvero a tutti i colori dell'amore. Un'idea di Arwen Lynch per festeggiare il compleanno del suo blog. Quindi innanzitutto i miei migliori auguri! E poi ricordatevi che ci sono da leggere anche questi post qui:

Delicatamente Perfido
Director's Cult
Il Bollalmanacco di Cinema
In Central Perk
La Fabbrica dei Sogni
Non C'è Paragone
Obsidian Mirror
Pensieri Cannibali
Solaris
White Russian

venerdì 20 febbraio 2015

provvisorio l'amore che c'è sì ma forse no


È bello ritrovare una vecchia passione. Che magari non ami più come un tempo, o forse non ami più e basta, però state bene insieme il tempo che state insieme e amen. È più o meno quello che ho pensato guardando a Berlino Eisenstein in Guanajuato, il nuovo film di Peter Greenaway. Un po’ la temevo questa mezza biografia del mitico regista russo venuto in Centro America per girare Que viva Mexico!, ma ho dovuto ricredermi. Dopo le deviazioni onanistiche de Le valigie di Tulse Luper, Greenaway torna alla grande, fa sorridere, riempie lo schermo e il cuore. Non so se Sergej Ėjzenštejn fosse davvero il gayo fuori di testa dipinto dal regista gallese, fatto sta che è impossibile non appassionarsi al suo modo di vedere il cinema e, soprattutto, la vita. Greenaway non rinuncia quasi a nessuno dei suoi vezzi (compreso l'infinito finto piano sequenza del litigio a colazione), ma non sono quasi mai fine a se stessi: li mette al servizio di uno strepitoso, incontenibile (anche fisicamente) Elmer Bäck, E, ripeto, ci si diverte. A tratti ci si emoziona. Quasi sempre, se un po’ si ama il cinema, si segue a bocca aperta.

giovedì 19 febbraio 2015

poliziotto di contrabbando


Ma com’è che i film belli con Tim Roth da un po’ di tempo girano solo per festival? Temo che, dopo The liability, accadrà lo stesso per questo 600 millas, opera prima di Gabriel Ripstein, regista messicano figlio del più celebre Arturo. Il bello è che parte come una roba quasi banalotta, con due ragazzetti che sognano di fare i gangster spacciando armi e droga fra Usa e Messico e, a due terzi, si trasforma in una caccia all’uomo con tempi dilatatissimi da cardiopalma stile Tarantino (uh, la scena della colazione!) per finire con un finale inaspettato e bastardissimo da applausi. Forse una delle vere sorprese di Berlino.

mercoledì 18 febbraio 2015

la verità ti fa male lo so


Ma sono proprio contento che l’Orso di cristallo (giuro, esiste), ovvero il premio di noiggiovani al film della sezione Generation, sia andato a Flocken di Beata Gårdeler. Che non è propriamente un film per ragazzi, almeno non nell’accezione italiana. Ma in quella nordeuropea sì, tant’è che si tratta di una pellicola svedese. La storia è quella di uno stupro non creduto, in una piccola città bastardo posto dove tutti sono amici finché tutto va bene, salvo bastonarsi lato sensu e lato proprio quando i conti non tornano, specie se la vittima ha una madre smandrappatissima e il violentatore è uno dei ragazzi più popolari della scuola. Insomma non un film da tarallucci e vino. Ah, (spolier) la foto sotto è solo la migliore che ho trovato: non immaginatevi lacrime e sangue, a parte un pestaggio e un cavallo morto. La protagonista, Fatime Azemi, è perfetta, ma anche il resto del cast non scherza. Non ci si annoia mai, in compenso ci si incazza tantissimo.

martedì 17 febbraio 2015

e fuori nevica


Ho fatto bene ad aspettare qualche giorno prima di scrivere del nuovo film di Wim Wenders, presentato alla Berlinale insieme ad alcuni dei suoi migliori film del passato in occasione della consegna dell'Orso d'oro alla carriera. Il fatto è che Everything will be fine non sembra un film di Wim Wenders, e questo, lì per lì, ti spiazza un po’. E poi, dopo una parte iniziale notevole, non sempre regge il giusto ritmo per le sue due ore di durata. Tuttavia, metabolizzando, dici «cazzo». Sebbene non esente da difetti (la lunghezza in primis, ma anche il fatto che l’unico a “invecchiare” verosimilmente sia il bambino), questo drammone dalla sceneggiatura essenziale, che vede nell’arco di dieci anni evolversi quasi sempre in parallelo le esistenze di Charlotte Gainsbourg e di James Franco, colpevole di averle ucciso accidentalmente uno dei due figli investendolo con l’auto, funziona. E fa male, e scava, e qualcosa, prima o poi, dentro di noi trova. Forse non un Wenders fondamentale, ma un film sincero, doloroso, pieno.

lunedì 16 febbraio 2015

non è una berlinale per animalisti


Non l’avrei mai detto, ma sono contento che a Berlino l'Orso d'oro sia andato a Pablo Larraín. Ah, non l'ha vinto lui? Solo quello d'argento? Primo premio politico a Taxi? Vabbè, facciamo così: il “mio” premio berlinese va a El club. Sorpresa, poison? Ti fidi una volta di me? Insomma, lo sappiamo: Larraín è uno di quei registi che vuole essere sgradevole. Non come Malick: sgradevole come Gaspard Noé, per dire. Uno il cui film più “gradevole” è No-I giorni dell’arcobaleno, uno che ci colse in contropiede, mi lasciò perplesso e fece cacare in molti, quando a Torino anni fa si fece conoscere con Tony Manero. Tuttavia, ho sempre pensato che fosse un regista interessante. Ed El club è probabilmente la sua opera migliore (ma non ho visto Fuga, il suo debutto). Un gruppetto di preti (tra i quali l’immancabile Alfredo Castro), perlopiù pedofili ma non solo, che la chiesa ha isolato in una villetta dove vivono dimenticati da dio e dagli uomini, sono accuditi da una ex suora che ha anche lei una storia tremenda alle spalle; il loro passatempo principale è allenare un greyhound che corre e vince quasi sempre, rimpinguando le casse del gruppo. Poi arriva un altro prete e le cose si complicano. Il regista cileno stavolta mette da parte quasi totalmente l’elaborazione dell’incubo Pinochet e prende di mira la chiesa con un pamphlet durissimo e crudele, uggioso e a tratti claustrofobico, dal finale senza speranza, ma da cui si esce davvero soddisfatti. Poveri cani, che fanno compagnia all’orso bianco di Nobody wants the night, al cavallo di Flocken (ne parlerò dopodomani), alle bestie vivisezionate di Angelica (ne parlerò, forse, più in là).

sabato 14 febbraio 2015

doppio spettacolo


È San Valentino? E allora parliamo d'ammmore. Generation è la sezione della Berlinale che corrisponde al torinese Sottodiciotto: film in parte per bambini, in parte per ragazzi. Quest’anno ho deciso di dare fiducia a un film che dalla sinossi non prometteva benissimo: già immaginavo una specie di Giulietta e Romeo dei blocks. E invece. E invece 14+, del regista russo Andrey Zaytsev, sorprende già dai divertenti titoli di testa (la ragazza italiana ventenne accanto a me mi ha chiesto se Ciao ragazzi fosse una canzone nuova, ho dovuto spiegarle che Celentano l'ha incisa cinquant'anni fa) e non parla di giovani disadattati (sì, c’è un gruppetto di bulli, ma sono troppo stupidi per fare danni eccessivi): racconta invece, in modo tenero e ironico, mai sdolcinato, moralista o sopra le righe, dell’innamoramento di una coppia di ragazzini nell’era di facebook. La buona sceneggiatura serve egregiamente Gleb Kalyuzhny e Ulyana Vaskovich che, per quello che mi riguarda, vincono il premio per la coppia più bella del festival. I due, tra l’altro, erano seduti dietro di me, ed è stato bellissimo, di tanto in tanto, osservarli mentre si riguardavano sul grande schermo. Ah, visto l’approccio gioioso e, soprattutto, il finale, dimenticatevi di vederlo nelle sale italiane.

venerdì 13 febbraio 2015

il giudizio


Durante un anonimo filmaccio balneare americano visto almeno tredici anni fa su Italia1 in compagnia della DRFM, a un certo punto qualcuno se ne usciva con questa frase: «Sesso, sole, mare: non ne posso più di questa vita!». Io e la DRFM ridemmo senza ritegno e per un po’ diventò l’idiota tormentone delle nostre vacanze. Beh, devo dire che durante la visione di Knight of cups quella frase mi è tornata spesso in mente, così come ho pensato (rivalutandolo) a Somewhere di Sofia Coppola: in fondo anche lì c’è un artista di Hollywood (Christian Bale) scontento del suo lavoro così come di passare da un letto all’altro, scopando un cameo dopo l’altro (Natalie Portman, Cate Blanchett, Imogen Poots…). In più qui c’è il mare, c’è l’acqua, presente ovunque: il “solito” grembo materno? Boh, chissà, però a me è venuta voglia di un tuffo. Ah, c’è una specie di ricerca spirituale (ma dio santo!), c’è la divisione in capitoli con i nomi delle carte dei tarocchi e c’è la natura, tanta natura, troppa natura. Poi cos’altro? Le musiche, pronte a sottolineare inutilmente qualsiasi cosa. Ah, per la gioia della Tiz, il film è per tre quarti parlato fuori campo. Insomma, come ha già scritto qualcuno, Terrence Malick ha fatto per la terza volta lo stesso film. E il pubblico che non fugge o non sbava di adorazione, vi si aggira con la stessa aria stranita, arrabbiata e wtf di Brian Dennehy.

giovedì 12 febbraio 2015

pickin' up good vibrations


Se ci fosse una giustizia di un qualche tipo, avremmo già due candidati forti per la migliore interpretazione maschile agli Oscar 2016. Love and mercy, opera prima del produttore Bill Pohlad, sarebbe molto meno bello senza un Paul Dano da paura e un John Cusack che, con questa interpretazione, metterà a tacere tutti quelli che lo volevano bollito. Presentato a Berlino, il film è la storia di Brian Wilson, il leader dei Beach Boys che, strangolato tra i Beatles e gli Who, sognava di trasformare la sua band in una roba seria. Il disco, “quel” disco, Smile, vedrà la luce soltanto 35 anni dopo. Nel frattempo, i Beach Boys naufragheranno, Wilson si ammalerà di nervi, finirà sotto la curatela di un bastardissimo psichiatra (Paul Giamatti) e si salverà grazie all’ammmore (Elizabeth Banks) vent’anni dopo l’inizio dei suoi guai. La storia è ovviamente vera (Wilson era in sala, e devo dire che è stata un’emozione mica da niente), la maggior parte delle sequenze della registrazione del disco sono realizzate in stile documentaristico e sono davvero impressionanti, Dano canta con la sua voce e ostenta un’oscena pancetta cresciuta per l’occasione, Cusack interpreta con misura e convinzione un Wilson cinquantenne.

mercoledì 11 febbraio 2015

mais quoi, vraiment?


Applausi per il titolo? E dai, su, che ci ho messo tanto impegno! Insomma, si capisce che Journal d'une femme de chambre (in concorso alla Berlinale) non m’è piaciuto? Brutto no, inutile sì. Rifare Il diario di una cameriera che già Renoir e Buñuel avevano trasposto sullo schermo dal romanzo di Octave Mirbeau, aveva un senso se gli si fosse dato qualcosa di particolare, di memorabile, di attuale, chessò. E invece Benoît Jacquot è andato sul sicuro, come se non aspettasse altro che la fila fuori dal Romano la domenica pomeriggio. Léa Seydoux fa sesso anche da vestitissima, lo sapevamo già. Vincent Lindon è la caricatura del villico così come gli altri interpreti sono la caricatura dei borghesi arricchiti di fine Ottocento. Ci si aspetta un colpo d’ala per tutta la durata, e invece nisba. Delusione.

martedì 10 febbraio 2015

un tassinaro a teheran


Jafar Panahi, che fino al 2030, a meno di una grazia o di un colpo di stato non potrà girare film né in Iran né in nessun altro luogo (gli è anche vietato viaggiare), è arrivato alla sua terza pellicola clandestina. Girato tutto all’interno di un’auto, con attori non professionisti, Taxi, visto in concorso alla Berlinale, racconta attraverso le voci e i personaggi più diversi le mille contraddizioni dell’Iran di oggi. Purtroppo, però, anche se fa pensare e non rinuncia a una buona dose di ironia, punzecchia appena e non va mai oltre la superficie. Curiosamente, l’affondo più brutale lo dà la piccola nipote di Panahi, quando legge le regole che le ha dettato la maestra e a cui dovrà attenersi per girare un film “distribuibile” da realizzare con la scuola.

lunedì 9 febbraio 2015

father? yes son? i want to kill you


Il nome di Hal Hartley ai lettori più implumi non dirà nulla ma per noi ragazzi degli anni Novanta noi, quelli che in quel periodo cominciavano ad appassionarsi di cinema indipendente (qualunque cosa significasse), lui e Alexandre Rockwell erano dei punti di riferimento. Poi sono spariti. O perlomeno, sono spariti dagli schermi italiani. Beh insomma tutto ’sto pippotto per dire che Hal Hartley, che in questi anni non ha smesso di fare film, alla Berlinale ha presentato Ned Rifle. Che è il terzo capitolo di una trilogia iniziata con Henry Fool (1997), credo peraltro l’ultimo film di Hartley apparso in Italia, e proseguita con Fay Grim (2006). Se siete curiosi ma non troppo, sappiate che non è strettamente necessario aver visto i primi due per capirci qualcosa. In breve, Fay (Parker Posey) sta per uscire di galera dopo essere stata accusata di alto tradimento. Il figlio Ned (Liam Aiken), cresciuto dalla famiglia di un pastore che lo ha votato alla castità prematrimoniale, decide di cercare suo padre Henry (Thomas Jay Ryan): lo ritiene colpevole dei guai materni e vuole ucciderlo. A complicare il tutto ci si mette una ragazzetta sempre piuttosto svestita interpretata da Aubrey Plaza (sì, la Beth di Life after Beth, bravi). Niente di nuovissimo sotto il sole, ma scritto da dio come Hartley sa fare: il personaggio dello zio poeta che studia da comico per diventare famoso (James Urbaniak) è da antologia.

sabato 7 febbraio 2015

un’ora sola ti vorrei


Ebbene, eccomi a Berlino, con il sole e senza neve. L’inaugurazione, più o meno 55 minuti ma in ritardo di un quarto d’ora (chi è che ride lì davanti al computer pensando a come sono le nostre?), è stata presentata dalla “solita” Anke Engelke, apprezzata ed effettivamente divertente comedian tedesca, che ha dato il suo meglio quando, ignorando clamorosamente Christoph Waltz, prima ha dato il via a una surreale scambio di battute con Udo Kier e l’ex moglie di Fassbinder, quindi si è lanciata a corteggiare James Franco (che, voglio dire, l’avrei fatto anch’io, perdonandogli persino il cicles). Ma a parte il sorriso assassino di James Franco e le battute della Engelke, la serata è stata segnata dal vestito tutt'uno spacco di Juliette Binoche, la quale vince il primo dei miei premi di quest’anno: il premio Milf. Audrey Tatou è ancora troppo giovane e troppo vestita, quindi era fuori gara, ma anche lei promette bene e invecchiando migliora. Boh, comunque, finito lo show è stato anche proiettato il primo film: Nobody wants the night di Isabel Coixet. La regista catalana è quella de La mia vita senza me, ma è anche quella che aveva stuprato Philip Roth con Elegy, quindi ero molto cauto. Alla fine, un film senza infamia e senza lode, ben interpretato ma con un ritmo non sempre coinvolgente e con troppa, troppa neve intorno: insomma, due ore e sentirle tutte. La storia, ispirata a un fatto vero, è quella di Josephine Peary (la Binoche), moglie dell’esploratore che scoprì il Polo Nord, che stanca di aspettare il ritorno del marito decide di andarlo a trovare (comodo, no?) con l’aiuto di Gabriel Byrne (niente paura, muore presto). Al campo base (o quel che l’è) trova invece Aleka (Rinko Kikuchi), anche lei in attesa. In doppia attesa, perché la giovane eschimese è pure incinta. La ragazza ha sempre il sorriso sulle labbra (e i denti sporchi), la Binoche invece è flessibile e simpatica come una scopa su per il culo: alla fine, però, vincerà la solidarietà femminile. Subito prima che si abbatta la sfiga, ovviamente.

giovedì 5 febbraio 2015

e di colpo venne il mese di febbraio


Maddài come passa il tempo! Tipo che mentre voi state leggendo io, neve permettendo, sono appena atterrato a Berlino dove seguirò il festival del cinema e farò il turista parte seconda (nel senso che proseguo quel che ho interrotto l’anno scorso). Attualmente so per certo che vedrò il film d’apertura, una strana storia ambientata al Polo con Juliette Binoche e Gabriel Byrne diretti da Isabel Coixet: è a rischio sòla, ma l’alternativa era un film ambientato in un circo e io i film ambientati nei circhi non li sopporto. A seguire, zompando qua e là, vedrò il nuovo Hal Hartley (è ancora vivo, cari amici degli anni Novanta!), un Tim Roth girato in Messico, Ian McKellen che fa Sherlock Holmes da vecchio, Jacquot che rifà Diario di una cameriera con Léa Seydoux, le anteprime di Pablo Larraín (che così posso parlarne con la poison), Terrence Malick (così posso insultare il cannibale), Peter Greenaway e Jafir Panahi. Dubito che troverò posto per Herzog e Wenders, entrambi con un film in cui c’è James Franco: qui sono nazionalisti fino all’osso, ma non si sa mai. Ci si ritrova sul blog, il computer ce l’ho, la connessione, pare, anche.

venerdì 11 luglio 2014

non so come finisce moby dick


No, non io. L’ho letto tutto il romanzo di Melville, nella traduzione di Cesare Pavese, vent’anni fa, e ne fui conquistato. La citazione è da un signor film, divertente come sanno gli irlandesi, drammaticissimo come sanno gli irlandesi, disturbante, che fa male, bellissimo. Uno di quelli che, per colpa della maledetta sinossi (tre righe per raccontare o per far passare la voglia di vedere qualcosa) ho saltato nella sezione Panorama di Berlino (sempre la più interessante) e recuperato fortunatamente adesso. Si tratta di Calvary, del regista John Michael McDonagh (quello di The guard), protagonista Brendan Gleeson (sì, il Malocchio di Harry Potter) nel ruolo di un prete incompreso che somiglia un po’ al don Giulio de La messa è finita di Nanni Moretti, scelto come innocente agnello sacrificale da una vittima di pedofilia. Insieme a Kreuzweg, la più bella rivelazione della Berlinale. Guarda caso, entrambi ambientati in ambito religioso. In Italia? Internet…

giovedì 29 maggio 2014

tutti gli uomini del conte


Non so se sia stato davvero uno dei film più applauditi della Berlinale, ma di quelli che ho visto io sicuramente sì, e se l'è giocata con lo straordinario Kreuzweg. In più, oltre agli applausi, tante risate, liberatorie e meritate: parlo di In ordine di sparizione (Kraftidioten, ma per una volta il titolo internazionale calza a pennello). Una piccola perla di humour nero che parla scandinavo (è una coproduzione tra Svezia e Norvegia), diretta da Hans Petter Moland e chissà come in uscita da oggi nei cinema italiani grazie alla Teodora Film. Lo so, vi diranno che le muse ispiratrici si chiamano Tarantino, Kitano, persino i Coen (se c'è almeno un morto e la neve, ormai si pensa a Fargo): tutto vero, ma condito con quell'umorismo e quel razionalismo che fa tanto Nord Europa. C'è un omino (beh, insomma, è pur sempre Stellan Skarsgård), stimato da tutti e innocuo che non farebbe male a una mosca, cui uccidono il figlio. E lui naturalmente decide di vendicarsi ammazzando tutti i tirapiedi di un boss straricco e straviziato (il bravissimo Päl Sverre Hagen). Certo la parte finale (con un divertente e divertito Bruno Ganz in versione serba) non è proprio credibilissima, ma non ci si annoia neanche un minuto. E si ride, tanto.

mercoledì 7 maggio 2014

eri così carino, proprio un amore di ragazzino


Nell’anno in cui il Tglff è stato dedicato al mondo dei giovani, il premio del pubblico non poteva che andare a Hoje eu quero voltar sozinho del brasiliano Daniel Ribeiro, già vincitore del Teddy Award a Berlino. Mah. Film grazioso, nulla da dire. Fresco, come i tre protagonisti, Fabio Audi, Tess Amorim e, soprattutto, Ghilherme Lobo. Ma mi pare pochino. Perché la storia di Leonardo, adolescente cieco che sogna l’indipendenza da una madre oppressiva e si innamora – non subito ricambiato - del nuovo arrivato a scuola, sfiora tanti temi (handicap, bullismo, prime pulsioni sessuali di noi gggiovani) ma usa una mano troppo leggera, consolatoria. E se l’ultima scena strappa un applauso meritato, l’insieme lascia un po’ così. Ha un distributore italiano, ma non si conosce ancora la data d'uscita.

lunedì 5 maggio 2014

l'amore è una cosa strana


Dico subito che quest'anno il Tglff (o almeno quello che sono riuscito a vedere) non mi ha dato grandi soddisfazioni. Però c'è un film che dovete assolutamente recuperare: già passato a Toronto e alla Berlinale (lì non riuscii a incastrarlo in nessun modo), senza nessuna previsione d'essere distribuito in Italia (però sarebbe perfetto per laeffe), è un documentario, si chiama The dog ed è una figata. Vi ricordate Quel pomeriggio di un giorno da cani? Al Pacino, Sidney Lumet? Ecco, quella era la versione romanzata. The dog racconta, attraverso spezzoni d'epoca e interviste ai protagonisti della vicenda, la vera storia di John Wojtowicz, l'assurdo, iperegocentrico, sessuomane, spassoso, detestabile fuori di testa che decise di rapinare una banca per realizzare il sogno della sua compagna trans: operarsi per diventare una donna in tutto e per tutto. E lo racconta nel corso di dieci anni: da quando la coppia di registi, Allison Berg e Frank Keraudren, folgorata dal film di Lumet, decise di iniziare a intervistare Wojtowicz, fino alla morte di quest'ultimo per un tumore. Una storia complessa, dove non si sa mai bene dove stia la verità e quanto sia vera, ma intensa, forte, divertente, commovente: vedi il rapporto tra John e il fratello ritardato, i racconti della madre, l'orrido programma tv con ospite Liz Eden ormai donna.

venerdì 2 maggio 2014

east but almost least: ye


Terzo appuntamento con il cinema orientale da evitare. Stavolta l’invito è principalmente rivolto a chi sarà domenica a Torino per il Tglff e si facesse venire voglia di vedere Ye, ennesimo cinese (ma senza pollo funghi e bambù) che io ho già visto al Festival di Berlino. In un angolo di città notturna, molto notturna (pure troppo), battono Tuberose, prostituta alle prime armi, e Narcissus, bisex innamorato di se stesso. A irrompere nella routine dei due, arriva Rose, un povero illuso che si innamora di Narcissus. Opera prima del ventunenne Zhou Hao, che ne è anche protagonista, è un saggio da scuola di cinema e si vede: pretenzioso nella forma e nella sostanza. Jean Genet e Wong Kar-wai sono stati non si sa perché scomodati da qualche recensione. Se almeno ci fosse un po’ di sesso…

venerdì 25 aprile 2014

east but almost least: tui na


Ero già un po' perplesso e la mia scelta, se devo essere sincero, è stata più che altro un ripiego nel momento in cui non ho trovato un biglietto per Boyhood (che peraltro non ha ancora una distribuzione italiana, gesussanto!). Insomma ero a Berlino, in un pomeriggio un po' uggioso un po' no, e ho deciso scientemente di vedere Tui na. Per chi non lo sapesse, il tui na (la dico spiccia, non abbiatevene a male) è la versione cinese dello shiatsu. Io lo sapevo già perché, anni fa, conoscevo un tipo che mi aveva aggiustato il collo in questo modo. Chiusa parentesi riporto sei (oh guarda, qualcuno l'ha capita! ma quanta gente vecchia c'è che mi legge?), parliamo del film e del perché stia in questa simpatica rubrica sul cinema orientale da evitare. La storia è quella di un centro massaggi: e su, dai, non pensate porcate, qui si fa sul serio! Tanto sul serio che i massaggiatori lì sono tutti professionisti e (oh, so' orientali!) ciechi o ipovedenti... Il film, un po' mockumentary un po' no, racconta le loro storie, i loro desideri, le loro paure, senza indugiare (per fortuna) sul patetico: insomma sembra la versione seriosa di Scrubs. Detto così non sembra neanche male, e quando si concentra sull'amore impossibile (o forse no) tra uno di loro e una prostituta che lavora in un bordello poco distante, il film di Lou Ye gioca le sue carte migliori. Ma è lo stile che è insopportabile: non abbiamo bisogno di immagini sfocate, buie, mosse o accennate per immedesimarci nei protagonisti, è un espediente, un di più che puzza di fuffa lontano un miglio. Eppure dev'essere fuffa ben riuscita, se la giuria s'è talmente fatta prendere per il culo da affibbiargli l’Orso d’argento al miglior contributo tecnico. Diffidate.