A me questa cosa delle feste, specie se civili e sensate, sembra bellissima. Persino la parola ponte, dissociata da Messina, ha un fascino tutto particolare, un apostrofo rosa tra “venerdì” e “non lavoro”. Così io e la ms venerdì scorso siamo andati a Genova a vedere la mostra di Munch. Non proprio insieme, ché quando ci mettiamo di buzzo buono siamo proprio stupidi, comunque poi siamo rimasti lì. Edvard Munch è uno che, parole sue, deve ai suoi drammi e ai suoi problemi la sua arte. Io, al posto suo, avrei preferito qualche disgrazia in meno e la capacità di disegnare cornicette di prima elementare, ma tant’è: la mostra è bella e neanche tanto angosciante. Manca L’urlo, in compenso fuori dal museo c’è una troiata che si chiama Urla con l’urlo: una cabina più o meno insonorizzata dove puoi… urlare, esatto, e farti una foto o un video con la riproduzione del quadro. Passata ’a nuttata a Genova, dove ci siamo anche discretamente strafogati, siamo tornati a Torino. Sì, perché a Torino in questo periodo ci sono circa 1482 cose da fare. Tutte insieme, ovviamente. Tipo i concerti, gratis o a prezzi stracciati, del Jazz Festival. E sabato la doppietta prevedeva Uri Caine al pomeriggio e Diane Schuur la sera. La Schuur è impressionante: da dove tiri fuori quella voce stando seduta (è cieca e non sembra neanche propriamente in salute) è un bel mistero. È la terza volta che ascolto dal vivo Uri Caine, lo adoro perché non fa un concerto (né un disco) uguale all'altro: peccato che “genio e regolatezza” si vesta sempre come un prete d’estate. Domenica pomeriggio, con un po’ di tristezza perché in sala eravamo davvero in pochi, ci siamo dati a Luca Ronconi per tre ore: Pornografia, dal romanzo di Witold Gombrowicz, ovviamente non è una roba porno, ma si ride e ci si angoscia il giusto. Valentina Picello è uno spettacolo nello spettacolo, straordinaria nella parte della vecchia “santa” su cui ruota tutto il secondo atto. E da domani sto qua.
mercoledì 30 aprile 2014
martedì 29 aprile 2014
che botta se incontri l'orso
“Diffidate” dovrebbe essere il nuovo titolo del mio blog. Quando al Torino Film Festival ho deciso di vedere Enough said l'ho fatto solo per James Gandolfini. Ed è questo che vi diranno in tanti: è l'ultimo film del protagonista de I Soprano! Peccato che Non dico altro (cazzo, un titolo italiano che funziona!) sia anche un buon film. Una bella commedia degli equivoci, romantica come quelle di una volta: lui, brutto ma piacione, s'innamora, corrisposto, di Julia Louis-Dreyfus, madre sola di ragazzina piacevole come una ragade, massaggiatrice di gente perlopiù orribile, che diventa amica inconsapevole dell'ex criticissima moglie di lui. Detto così sembra un po' una minchiata ma, come da incipit, diffidate: il film di Nicole Holofcener è proprio divertente, emozionante, intelligente, leggero senza essere banale, compreso l'happy end. Esce il primo maggio: andate? Sì.
lunedì 28 aprile 2014
comprami, io sono in vendita
Sorpresa: dolce parola in tempi magri, anche quando si è al cinema. Gigolò per caso, nonostante il doppiaggio più che discutibile e il titolo italiano acchiappamadaminkie che fa perdere il bel doppio senso dell’originale Fading gigolo (Turturro prepara composizioni floreali…), è un film da vedere. Per nulla greve o vaginale come potrebbe far presagire l’orrendo trailer, è una piacevole commedia romantica, ben scritta, di cui Woody Allen non è tanto un simpatico comprimario, quanto una vera e propria musa ispiratrice. C’è tanto del regista ebreo, in certi momenti sembra quasi un omaggio, dalla scena del “processo” alla scelta di alcune tecniche di ripresa. Tuttavia questo non vuol dire che Turturro non ci metta del suo, a cominciare dalla “sua” Brooklyn e dalla sua faccia. Più della regia, infatti, vale l’interpretazione, quel quid deliziosamente impalpabile che fa di John Turturro il fioraio-elettricista-idraulico-gigolò Fioravante. Convincono anche Liev Schreiber e Sharon Stone, ma è Vanessa Paradis, nonostante i panni da peppia della vedova, a illuminare lo schermo: una delle scene più intense, quella del massaggio, deve tanto alla sua presenza. Solo un neo: la sua interpretazione di Tu sì ’na cosa grande non si può sentire.
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venerdì 25 aprile 2014
east but almost least: tui na
Ero già un po' perplesso e la mia scelta, se devo essere sincero, è stata più che altro un ripiego nel momento in cui non ho trovato un biglietto per Boyhood (che peraltro non ha ancora una distribuzione italiana, gesussanto!). Insomma ero a Berlino, in un pomeriggio un po' uggioso un po' no, e ho deciso scientemente di vedere Tui na. Per chi non lo sapesse, il tui na (la dico spiccia, non abbiatevene a male) è la versione cinese dello shiatsu. Io lo sapevo già perché, anni fa, conoscevo un tipo che mi aveva aggiustato il collo in questo modo. Chiusa parentesi riporto sei (oh guarda, qualcuno l'ha capita! ma quanta gente vecchia c'è che mi legge?), parliamo del film e del perché stia in questa simpatica rubrica sul cinema orientale da evitare. La storia è quella di un centro massaggi: e su, dai, non pensate porcate, qui si fa sul serio! Tanto sul serio che i massaggiatori lì sono tutti professionisti e (oh, so' orientali!) ciechi o ipovedenti... Il film, un po' mockumentary un po' no, racconta le loro storie, i loro desideri, le loro paure, senza indugiare (per fortuna) sul patetico: insomma sembra la versione seriosa di Scrubs. Detto così non sembra neanche male, e quando si concentra sull'amore impossibile (o forse no) tra uno di loro e una prostituta che lavora in un bordello poco distante, il film di Lou Ye gioca le sue carte migliori. Ma è lo stile che è insopportabile: non abbiamo bisogno di immagini sfocate, buie, mosse o accennate per immedesimarci nei protagonisti, è un espediente, un di più che puzza di fuffa lontano un miglio. Eppure dev'essere fuffa ben riuscita, se la giuria s'è talmente fatta prendere per il culo da affibbiargli l’Orso d’argento al miglior contributo tecnico. Diffidate.
giovedì 24 aprile 2014
quattro passi fra le nuvole
Il virus del cannibale è sempre più deleterio e corrosivo: questa è la mia ennesima classifica della vita, e ne sono in preparazione altre due. Quindi? Quindi cazzi vostri, questa volta tocca ai fumetti con cui sono cresciuto. Poiché in tanti hanno fatto un’unica lista generica “letture”, prevengo le possibili critiche spaccapilifere: dei romanzi mi occuperò a parte, non perché li reputi qualcosa di più “alto”, ma semplicemente per dare uguale spazio e dignità a due mie grandi passioni. E ringraziate che leggo sì e no due saggi l’anno, altrimenti vi sareste beccati un terzo elenco. L'ordine è più o meno cronologico. Pronti? Via. Ah, si capisce che sono cresciuto a pane e Marvel?
Quando lessi quest'albo de L'Uomo Ragno avevo sei anni: capite che infanzia difficile? Scherzi a parte, per la prima volta nella storia Marvel un personaggio principale moriva. Bon, fine. Niente resurrezioni, ma mille sensi di colpa (se l'avesse presa meglio con la ragnatela forse non le si sarebbe spezzata la schiena?) e una serie di albi profondi e devastanti. Opera dell'immenso Gerry Conway e del buon Gil Kane.
Alan Ford
Per ragioni anagrafiche, la mia conoscenza del Gruppo T.N.T. coincide con le storie di Paolo Piffarerio, il disegnatore dei nasi, come l'ho sempre definito. I primissimi albi, quelli di Magnus, li scoprii un po' dopo. E, ovviamente, arrivai ad Alan Ford in quanto pubblicato dall'Editoriale Corno (che allora stampava tutta la Marvel) e in quanto scritto dal fondatore della medesima, Luciano Secchi.
Ci credereste? Negli anni Settanta Il giornalino era una rivista a fumetti con i controcazzi, con autori importanti, grandi storie d'avventura e di attualità, nonché una serie di eccellenti trasposizioni di opere letterarie. Tra queste, Amleto, Romeo e Giulietta e La tempesta, frutto di quel genio di Gianni De Luca, che diede all'operazione un innovativo e spettacolare taglio cinematografico.
Asterix
Ho sempre adorato le storie dei mitici Goscinny e Uderzo: i cartoni “storici” li avrò visti mille volte, Asterix e Cleopatra lo conosco a memoria. I fumetti li leggevo a puntate ne Il giornalino dei tempi d'oro, quando il buonismo e la voglia di strizzare l'occhio ai più piccoli e alla tv erano più o meno impensabili. Il mio preferito? Il druido Panoramix.
Ancora Il giornalino. L'eroe di Morris e Goscinny era un altro mio mito, forse in risposta al western “serioso” che piaceva tanto a mio padre. Più del protagonista adoravo lo stupidissimo cane Ran-tan-plan e il cavallo saggio Jolly Jumper. Non so perché, e sarebbe interessante scoprirlo, mi ricordo molto bene la storia Western circus, proprio io che detesto il circo.
L’eternauta
Molti anni dopo, di fronte alla mostra dedicata a Héctor Oesterheld e inspiegabilmente ospitata in quel barcone in disuso che era fino a qualche tempo fa il Museo dell'Automobile di Torino, mi sono quasi commosso. Cosa poteva capirne un bambino, leggendo il Lanciostory delle sorelle maggiori, di una fantascienza “da camera” metafora della dittatura argentina? Nulla. Ma quanto mi piaceva!
Qui c'entrano le tette. Ancora Lanciostory, ancora Argentina, ma stavolta quel genere fantasy che a me, tranne rare eccezioni, non è mai piaciuto. Eppure trovavo parecchio erotico questo fumetto (ero un bambino, bastava qualche trasparenza qua e là) ambientato in una fantapreistoria abbastanza nebulosa ma a suo modo affascinante.
Mister Macchina
Pubblicato su Gli Eterni (ancora Marvel, ancora Corno), che raccoglieva un mix di fumetti fantasy e di fantascienza. Nonostante Jack Kirby mi stesse sul cazzo con i suoi inchiostri pesanti, la storia di questo strano androide, e della sua buffa, eroica, tragica fine, mi aveva conquistato anche da ragazzino. Ritrovato, riscoperto, riamato dopo anni, altro acquisto fortuito, credo al Cartoomics.
Pubblicato negli Usa nel 1980, da noi, a causa delle tristi vicende dell'Editoriale Corno, uscì nel 1988. Meno male: nell'80 mi feci convincere che ero troppo grande per leggere i fumetti e smisi. Mi sarei perso questa perla. Fu il mio amico F. a riattirarmi nella tela. Avevo sempre amato gli X-Men, e questa è una delle loro storie più belle in assoluto. Testi e disegni del mitico duo Claremont-Byrne.
Marvels
Nel 1994, non so più dove e come scoprii questa miniserie la cui quarta di copertina mi conquistò e che acquistai immediatamente. Kurt Busiek e Alex Ross raccontano, attraverso la storia di un fotografo dagli anni Quaranta ai Settanta, come si sarebbero intrecciate le vite dei supereroi a quelle della gente comune, mescolando come mai prima la Storia alle storie dei personaggi Marvel. Imprescindibile.
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mercoledì 23 aprile 2014
et stop
Ieri, per la prima volta nella mia vita, ho mandato un telegramma. La mia collega simpatiapiù, che si chiama come poison ma che con la nostra blogger non ha ahimè altro punto di contatto, ha deciso di sbolognarmi quest’incombenza senza neanche un «per favore», perché lei era troppo impegnata e non c’era nessun altro nei paraggi. «Io invece mi sto grattando l’uccello» è stata la risposta immediatamente partorita dalla mia dolce e paziente personcina: poi, quando simpatiapiù ha abbassato la cresta, i toni e ogni altra cosa al mondo, ho preso e lento pede sono andato in posta, con l'entusiasmo di un bradipo morto ma il sorriso di Franti l'infame. In posta, vi chiederete? Già, perché via telefono da noi non si può, neanche volessimo chiamare Luana la porcona con sede a Tahiti. E farlo via internet? No, perché il sito richiede una registrazione che dovrebbe fare l’azienda: non posso mica mandare un telegramma di condoglianze a un perfetto sconosciuto a nome mio… Che poi, per carità, magari i parenti apprezzano lo stesso. Oppure si spaccano la testa a chiedersi «ma questo chi minchia è? vorrà mica una fetta di eredità?». Comunque, il problema non è tanto andare a fare il telegramma: è passare qualche minuto della propria vita in un ufficio postale, luogo che per me ha per me lo stesso appeal di una grossa cacca fresca appena pestata dalla suola di gomma istoriata di una immacolata scarpa da tennis stile nonfacciosportdallottantatremafafico. Detesto i colori windows (per non parlare del giallo Posta, che è quasi peggio del celestino Panda) e - che vi aspettavate da uno come me? - detesto le code. Voglio dire: se internet ha un senso, è quello di poter evitare le file, almeno quasi sempre. Ma facciamo finta per un attimo che l’ufficio postale sia un luogo meraviglioso e parliamo dell’oggetto in sé. Non il telegrafo, che ebbe un senso glorioso, importante, dal 1844 a... diciamo il 1980? No, io voglio parlare del telegramma. Cioè quell’affare di carta giallina ripiegata che appartiene a un passato di cui non essere nostalgici e che oggi sopravvive solo in frangenti funerei. Un ridicolo e stringato comunicato da 4,47 euro (se va bene e stai sotto le venti parole) contro la gratuità di WhatsApp. Una roba finta, ché non c’è più nessun Giovanni telegrafista che stia lì a picchiettare l’alfabeto morse. Insomma ciarpame buono per musei morti, come il fax o il gusto puffo. E invece niente, (r)esistono ancora tutti e tre.
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martedì 22 aprile 2014
adieu
Ci sono persone che non sai mai se sono ancora vive, inghiottite improvvisamente dall’ingiusto anonimato di una tv cannibale e sempre più volgare. Io me lo ricordo bene questo buffo uomo con la pipa e il papillon, il cui sogno segreto era quasi sicuramente di somigliare a Simenon. In un improbabile salotto o in chroma key, con quello sguardo sornione, quell’affabulazione di chi a volte sembrava parlare de per lu e l’autoironia che da un critico cinematografico chissà perché non si aspetta nessuno, Claudio G. Fava per decenni ha raccontato al pubblico televisivo il cinema francese, non quello piacione degli ultimi tempi, non quello cervellotico degli anni Ottanta, ma la grande tradizione del poliziesco e, ovviamente, la nouvelle vague. Dirigente Rai quando la Rai era servizio pubblico, ha commissionato il doppiaggio e ridoppiaggio dei grandi classici del cinema americano. E poi si è anche divertito, come uno Sgalambro del cinema, a parodiare se stesso nei programmi di Gloria De Antoni e Oreste De Fornari in tempi che sembrano lontanissimi e invece no. Se n’è andato il giorno di Pasqua a 84 anni. Malinconia.
venerdì 18 aprile 2014
east but almost least: moebius
Toh guarda, Dantès ha una rubrica. Insomma, son parole grosse. Diciamo che, vista la quantità di film orientali che mi sento di sconsigliarvi, è nato questo giochino del cui titolo sono molto orgoglioso. Beh, si comincia con Kim Ki-duk. Chi l'avrebbe mai detto? A me il regista sudcoreano piaceva, e pure parecchio. Persino Pietà, nonostante tutti i suoi difetti, alla fine non mi era dispiaciuto. Ma che gli è successo? Di che si fa? Moebius (lo dico? lo dico) è una delle cose più brutte che io abbia mai visto. Muto a parte i rumori e gli ansimi è già una scelta del cazzo (ops), una roba da festival che ho perdonato solo una volta nella vita (non vi ho mai parlato di Tabù? malissimo). La trama, gesussanto, la trama è esattamente quella lapidaria fornita da wikipedia: una madre pazza che, non riuscendo a evirare il marito fedifrago, evira il figlio e scappa. Il padre prima insegna al figlio che torturarsi con una pietra ti fa godere quasi uguale, poi si fa evirare per fargli trapiantare l'uccello ma, guarda caso, quello gli tirerà solo in presenza della madre. Sì, perché lei a un certo punto torna, quasi come se niente fosse. Moebius si riferisce al nastro: tutto cambia ma in fondo si ripete, si invertono solo le parti. Inutilmente trucido, vacuamente violento. Finale che neanche la peggiore tragedia greca, attori insopportabili.
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giovedì 17 aprile 2014
dreams are my reality
E insomma, avevi ragione tu, mia cara ms. Certe volte vediamo troppi film, ce li facciamo anche, seguendo inutili raffronti e confronti e spaccamenti piliferi in quattro. E rischiamo di perderci. O almeno rischiamo di perdere qualcosa che vale la pena di essere visto. Io sono cresciuto con Sogni proibiti, adoravo Danny Kaye, non c'era volta che non guardassi 'sto film con gli occhi del bambino davanti alle vetrine dei giocattoli (ah, peraltro ero effettivamente un bambino...). Quando ho scoperto che ne avrebbero fatto un remake ho subito pensato «sarà una cazzata», anche (forse soprattutto) quando si faceva il nome di qualche regista importante. Poi, quando la patata bollente è passata nelle mani di Ben Stiller, sebbene io lo adori e ne apprezzi le capacità, fui pressoché sicuro che ne avrebbe ricavato una malaminchiata. Beh, mi sbagliavo. Non che I sogni segreti di Walter Mitty sia esente da difetti (qualche accelerazione o rallentamento di troppo qua e là, il fatto che si capisca subito dov'è la foto, per non parlare poi di come Mitty possa permettersi tutti 'sti viaggi...), ma la pellicola, che dell'originale conserva per sommi capi solo l'idea, funziona e spazia con successo verso lidi decisamente più ambiziosi. Sarebbe veramente triste ridurre tutto alla malinconia dell'analogico contro il digitale, la carta contro il computer e altre seghe mentali: c'è tanta roba lì dentro, stipata bene e solo un po' nascosta, come il negativo nel portafogli del protagonista. E, alla fine (oh, che vi devo dire?), sulla copertina di Life mi sono commosso. Produce quel geniaccio di Gore Verbinski, affiancano Ben Stiller Sean Penn, Kristen Wiig (recuperate lo spassosissimo Girl most likely) e l'immortale Shirley MacLaine.
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martedì 15 aprile 2014
bello senz’anima
Da queste parti Wes Anderson è autore amatissimo, e dopo quel capolavoro assoluto di Moonrise kingdom mi aspettavo grandi cose dal suo nuovo film. Ma The Grand Budapest Hotel è “soltanto” un delizioso esercizio di stile fine a se stesso, una coloratissima scatola cinese di racconti, un continuo «guarda chi c’è!» e «guarda com’è conciato!», una divertente commedia tra slapstick e cartone animato che sembra un apocrifo ben riuscito, l’omaggio di un fan ricco e scatenato. Confezione impeccabile, cura maniacale, inquadrature che sembrano opere d'arte, rimandi al cinema che fu, un continuo invito al gioco e allo stupore, ma manca l’emozione. Nello strafottio di attori spiccano Tilda Swinton (forse la migliore), Willem Dafoe in versione villain da espressionismo tedesco, Ralph Fiennes, Harvey Keitel, Saoirse Ronan e la rivelazione Tony Revolori. Ma quanto è bella Léa Seydoux?
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