In attesa della nuova edizione del Torino Film Festival (22-30 novembre), mi è venuto in mente di recuperare cinque titoli colpevolmente persi o non recensiti durante le edizioni precedenti e rimasti inediti in Italia. Cinque film, cinque settimane, tutti i venerdì. Ce la farò? Vabbuò, si comincia con Small town murder songs, film canadese del 2010, opera seconda del molto promettente Ed Gass-Donnelly, che invece tre anni dopo si sarebbe schiantato con il sequel de L’ultimo esorcismo. Protagonista un eccellente Peter Stormare, nei panni di un poliziotto dal passato violento, che vive in un paesello disperato dell’Ontario e cerca di redimersi anche attraverso la religione e la compagnia di una noiosa fidanzata conosciuta in chiesa. Tutto bene (?) finché non viene uccisa una ragazza e il principale sospettato è il nuovo, orrido compagno della sua ex, cui Stormare non può avvicinarsi perché glielo impedisce un provvedimento restrittivo dall’ultima volta che ha pestato selvaggiamente qualcuno sotto i suoi occhi. Se vi aspettate azione, lasciate perdere. Se vi aspettate i Coen (come ha scritto qualcuno), riguardate Fargo. Ma non pensiate neanche che ci si martelli le gonadi con la religione in stile Abel Ferrara: questo gelido, breve ma intenso, thriller dove si va per sottrazione, si regge soprattutto sulle spalle, immense, di Stormare. E poi ci sono una sceneggiatura scarna ma efficace, le canzoni dei Bruce Peninsula che contraddistinguono ogni singola scena, una galleria di personaggi meravigliosi nella loro disperazione.
venerdì 18 ottobre 2013
mercoledì 16 ottobre 2013
in fila per quattro/4
Maddai? Ebbene sì, si continua con i migliori film dal 1969 a oggi secondo me (qui, qui, e qui le puntate precedenti). Cosa resterà di questi anni Ottanta? Scoprivatelo.
Visto che ne ho parlato l’anno scorso, mi cito addosso. Io
’sto film lo conosco quasi a memoria: la scena della charlotte russa con panna,
quella di lui che spia lei da ragazzini e poi la lettura del Cantico dei cantici con una Jennifer
Connelly mai più così bella, la morte di Dominic («Noodles, sono inciampato»),
la cena romantica che finisce con una violenza interminabile che vorresti dire
basta, cazzo, non lo capisci che così è finito tutto?, e poi il confronto
finale tra Noodles e Max... meraviglia assoluta. De Niro immenso, Sergio Leone
purtroppo alla sua ultima regia.
1985 - La messa è finita
Forse il più bel film di Nanni Moretti, di sicuro il
migliore tra i suoi drammatici. La storia di don Giulio, che torna nella sua
città dopo un periodo da missionario e scopre lo sfacelo delle idee e dei
sentimenti in famiglia come tra i vecchi amici, fra adulteri, ipocrisie,
aridità d’animo e finte conversioni, è di quelle da pugno nello stomaco. La
scena dell’aggressione nella fontana mi ha sempre fatto stare un gran male. Nel
cast, tra gli altri, un Vincenzo Salemme incredibilmente impeccabile nel ruolo
del brigatista. Orso d’argento a Berlino.
Non c’è due senza tre: ancora Woody Allen. Che ci volete
fare? Io lo amo in tutte le sue fasi. Beh, quasi tutte, insomma. La storia è
corale, ma come si fa a non solidarizzare con Mickey/Allen, ipocondriaco che
prova tutte le religioni e infine, guardando La guerra lampo dei fratelli Marx,
capisce che il vero significato della vita è spassarsela finché dura? Cast
pazzesco: oltre all’immancabile Mia Farrow, Michael Caine (bravissimo), Barbara
Hershey (ma quanto era sexy?!?), Dianne Wiest, Max von Sydow, Carrie Fisher.
Tre Oscar.
1987 - Il cielo sopra Berlino
Il mio primo Wim Wenders e, che mi ricordi, il mio primo
film tedesco contemporaneo (gli espressionisti, invece, li ho masticati fin da
bambino, giuro). Da un soggetto potenzialmente letale, un film poetico ed
emozionante. La sequenza iniziale, lo sguardo dolente di Bruno Ganz, Peter Falk
ex angelo nei panni di se stesso, le musiche di Nick Cave, la povera Solveig Dommartin
che volteggia sul trapezio. Berlino e Potsdamer Platz come non sono più, in
attesa di scoprirlo di persona, a febbraio, al festival. Mi piscio già addosso
dall’emozione...
1988 – D.o.a. - Cadavere in arrivo
E qui vi voglio, o miei implumi. Quanti conoscono questo
piccolo gioiellino, remake di un thriller del 1949? Rocky Morton e Annabel
Jankel, la coppia che aveva conquistato il mondo con Max Headroom e che qualche
anno dopo si sarebbe suicidata artisticamente con Super Mario Bros., dirige
questo giallo dal ritmo frenetico con Dennis Quaid nel suo periodo divistico,
Meg Ryan ancora preplastica e l’immortale Charlotte Rampling. La corsa contro
il tempo del professor Cornell per non morire avvelenato entro 24 ore e dimostrare la sua innocenza dall'accusa di duplice omicidio è di quelle che tengono incollati allo schermo.
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lunedì 14 ottobre 2013
scusate, dimenticavo
L’altro giorno ero lì che guardavo Sacro Gra (ne parlerò giovedì, credo) e mi è venuto in mente che da queste parti non ho ancora parlato de La grande bellezza (qual è il legame? c’è, fidatevi). Beh, insomma, è un fatto che, ad esempio, a This must be the place avevo dedicato ben due post, qui e qui. Temo che un po’ sia colpa di bottle of smoke, che ha scritto quello che probabilmente avrei scritto io se lui non fosse arrivato prima. In ogni caso, cinque cose le aggiungo pure io. Primo: tutti hanno pensato a La dolce vita, forse più per passaparola che per convinzione, mentre, se proprio vogliamo scomodare Fellini, siamo più dalle parti di Roma. E poi la critica a certa fauna artistico-letteraria appartiene più all’Ettore Scola de La terrazza. Secondo: senza nulla togliere a Toni Servillo, che a me piace moltissimo, forse un attore meno famoso o un non attore avrebbe distratto un po’ meno l’occhio da quella che a me è apparsa come una sorta di immaginifica puntata di Superquark sulle miserie della nostra società bbene. Terzo: non ho trovato per nulla fuori luogo né Carlo Verdone (un po’ parente alla lontana del professor Satta Flores di C’eravamo tanto amati), né Sabrina Ferilli, dottor Jekyll e mister Hyde dei nostri schermi, capace di grandi cose con grandi registi e di infime cose con infimi peracottari. Quarto: chapeau a Serena Grandi, che senza alcun pudore si mostra per quel che è diventata. Quinto: un difetto del film? la Concordia, simbolo troppo scoperto. E forse il finale, tutto sommato prevedibile.
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mercoledì 9 ottobre 2013
in fila per cinque/3
Terza puntata dedicata a quelli che reputo i migliori film dal 1969 a oggi (qui e qui la prima e la seconda parte). L'idea è nata da Frank, il Bradipo ci ha messo le zampine, io ho tirato fuori i ricordi dal baule.
1979 – Apocalypse now
Quando il cinema supera la letteratura. Non sono un fanatico di Cuore di tenebra, né di Joseph Conrad, ma la trasposizione di Francis Ford Coppola (al suo miglior film ex aequo con Il padrino parte seconda) è di una potenza che lascia senza parole, forse la più lucida analisi sulla follia della guerra. È uno dei pochi film che, anche quando rimontato e dilatato (la versione Redux dura 196 minuti!), funziona dalla prima all’ultima sequenza. Mitico Brando nei panni di Kurtz, grandi Martin Sheen, Robert Duvall, Dennis Hopper. Palma d’Oro a Cannes e due premi Oscar.
1980 – Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio
È stata dura, lo ammetto, ma dovevo pur scegliere. E allora ho scelto il folgorante, sguaiato, colorato, folle esordio di Pedro Almodóvar, uscito in Italia, come quasi tutti i primi suoi film, solo dopo il successo di Donne sull’orlo di una crisi di nervi (ai tempi col cazzo che c’era torrent...). Quanta vitalità, quanta capacità di trasformare in genio anche le scene e le battute più grevi... Pedro, che fine hai fatto?!? Carmen Maura che parla di sadomaso mentre lavora all’uncinetto e le pubblicità delle mutande sono da schiantarsi.
1981 – Possession
Andrzej Żuławski ha i problemi con il sesso, e anche di quelli tosti. Degli altri suoi film usciti in Italia ho retto solo la visione de La femme publique, giusto perché Valérie Kaprisky stimolava i miei ormoni di quindicenne come poche altre. Possession invece lo vidi mutilatissimo, in terza serata, su Italia 1, e solo in tempi recenti ne ho recuperato la versione integrale. Colpo di fulmine oggi come allora. La storia malatissima, sospesa tra erotismo, psicanalisi e horror trucido, di Isabelle Adjani (bella che non si capisce) e Sam Neill, coppia in crisi per il presunto tradimento di lei, piacque moltissimo a David Lynch: chiedetevi perché.
1982 – Fitzcarraldo
Il mio primo film di Werner Herzog e, a tutt’oggi, il mio preferito. Mi piace la storia (ispirata a un fatto realmente accaduto), il progetto folle di costruire un teatro lirico nella giungla e della nave che deve attraversare la montagna. Mi piace tutto quello che c’è dietro: le immense difficoltà nella lavorazione, l’incredibile tecnica registica, il rapporto di amore e odio con Klaus Kinski (da leggere La conquista dell'inutile, da vedere i documentari Kinski - Il mio nemico più caro e Burden of dreams), la bellezza mozzafiato degli scenari.
1983 – Zelig
Puro genio, il punto più alto di Woody Allen, l’alchimia perfetta fra tutti gli stili e le tematiche a lui più cari. In un periodo in cui la parola mockumentary era pressoché sconosciuta (bei tempi, eh?), il finto documentario dedicato a Leonard Zelig, i cui tratti somatici mutano secondo il contesto in cui si trova, è di una cura formale eccezionale: merito anche della fotografia di Gordon Willis, dell’attenzione negli effetti speciali, del lavoro certosino di costumista (Loquasto) e scenografo (Bourne). Ma soprattutto è tanto divertente ed emoziona più di quanto ci si aspetti.
È stata dura, lo ammetto, ma dovevo pur scegliere. E allora ho scelto il folgorante, sguaiato, colorato, folle esordio di Pedro Almodóvar, uscito in Italia, come quasi tutti i primi suoi film, solo dopo il successo di Donne sull’orlo di una crisi di nervi (ai tempi col cazzo che c’era torrent...). Quanta vitalità, quanta capacità di trasformare in genio anche le scene e le battute più grevi... Pedro, che fine hai fatto?!? Carmen Maura che parla di sadomaso mentre lavora all’uncinetto e le pubblicità delle mutande sono da schiantarsi.
1981 – PossessionAndrzej Żuławski ha i problemi con il sesso, e anche di quelli tosti. Degli altri suoi film usciti in Italia ho retto solo la visione de La femme publique, giusto perché Valérie Kaprisky stimolava i miei ormoni di quindicenne come poche altre. Possession invece lo vidi mutilatissimo, in terza serata, su Italia 1, e solo in tempi recenti ne ho recuperato la versione integrale. Colpo di fulmine oggi come allora. La storia malatissima, sospesa tra erotismo, psicanalisi e horror trucido, di Isabelle Adjani (bella che non si capisce) e Sam Neill, coppia in crisi per il presunto tradimento di lei, piacque moltissimo a David Lynch: chiedetevi perché.
1982 – Fitzcarraldo
Il mio primo film di Werner Herzog e, a tutt’oggi, il mio preferito. Mi piace la storia (ispirata a un fatto realmente accaduto), il progetto folle di costruire un teatro lirico nella giungla e della nave che deve attraversare la montagna. Mi piace tutto quello che c’è dietro: le immense difficoltà nella lavorazione, l’incredibile tecnica registica, il rapporto di amore e odio con Klaus Kinski (da leggere La conquista dell'inutile, da vedere i documentari Kinski - Il mio nemico più caro e Burden of dreams), la bellezza mozzafiato degli scenari.
1983 – ZeligPuro genio, il punto più alto di Woody Allen, l’alchimia perfetta fra tutti gli stili e le tematiche a lui più cari. In un periodo in cui la parola mockumentary era pressoché sconosciuta (bei tempi, eh?), il finto documentario dedicato a Leonard Zelig, i cui tratti somatici mutano secondo il contesto in cui si trova, è di una cura formale eccezionale: merito anche della fotografia di Gordon Willis, dell’attenzione negli effetti speciali, del lavoro certosino di costumista (Loquasto) e scenografo (Bourne). Ma soprattutto è tanto divertente ed emoziona più di quanto ci si aspetti.
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martedì 8 ottobre 2013
sesso, bugie e superotto
Ho maturato l’idea che Kim Rossi Stuart sia di un bello che non si capisce, ma mi sa che qualcuno mi ha rubato l’idea. Scherzi a parte, se il protagonista di Anni felici è bello, il film lo è persino di più. E conferma che Daniele Luchetti, quasi sempre, riesce a maneggiare materiale delicatissimo (penso anche a La nostra vita) senza far male né a se stesso né, soprattutto, agli spettatori. Stavolta addirittura è spudoratamente autobiografico, e racconta la sua infanzia, alle prese con un padre (Rossi Stuart) artista di insuccesso, scopaiolo con ogni modella che passa il convento (sì, insomma...) e sostenitore dell'amore libero a senso unico, e con una madre (Micaela Ramazzotti) fragile e infatuatissima del marito, che scoprirà la forza e forse l’amore con una marcantonia di gallerista. Attori meravigliosi, compresi i due bambini (Samuel Garofalo nei panni del regista, Niccolò Calvagna in quelli del fratello), sceneggiatura dei migliori Rulli e Petraglia, nessun compiacimento o buonismo lacrimoso, nessuno stereotipo d'epoca, finale di notevole intensità. Ah, all'urlo «Siete due stronzi!» molti bambini degli anni Settanta presenti in sala hanno accennato un applauso liberatorio. Un peccato non averlo visto con la ms.
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sabato 5 ottobre 2013
i mostri che abbiamo dentro
Grazie. Grazie ai ragazzi che hanno ideato questa cosa dei compleanni delle star (in questo caso Kate Winslet), altrimenti forse non avrei mai saputo dell'esistenza di Little children, l'ennesimo film inedito in Italia, chissà poi perché. Se al'inizio sembra la solita pellicola sul pedofilo in libertà (dopo il sottovalutato The woodman, che ti vuoi inventare?), poi scopri che si tratta di tutta un'altra cosa, nella quale il malato che rientra in città è solo la cartina di tornasole di un posto dove tutti vivono le loro perversioni (o almeno le ritengono tali) senza viverle davvero. Dalle tizie che scarrozzano i pupi al parco sperando di poter guardare “il re del ballo” (l'unico papà apparentemente single della zona) alla squadra di football americano dei poliziotti giustizieri, dal tizio che si masturba con le mutande in testa della protagonista di un sito internet al club delle lettrici che ritiene Madame Bovary una puttana. Kate Winslet, scapigliata e problematica come in Revolutionary road e meglio che in Holy smoke, è perfetta. Completano il quadro una Jennifer Connelly infelice della sua algidità e una serie di uomini (a cominciare, e finire, con Patrick Wilson) da patibolo. Alla fine, come nel malriuscito Passioni e desideri, il migliore è proprio il maniaco (Jackie Earle Haley) in cerca di redenzione. Oltre a quella del club delle lettrici, sequenze spettacolari la scena della piscina (neanche Lo squalo!) e quella del primo appuntamento (con Jane Adams in stile Happiness). Tremendo finale finto buonista, unico difetto l'eccesso di voce narrante. Regia dello sconosciuto Todd Field. Da recuperare.
Gli altri matti che festeggiano la
Winslet sono questi qui:
Director's Cult
Ho Voglia di Cinema
Il Bollalmanacco di Cinema
In Central Perk
Movies Maniac
Pensieri Cannibali
Recensioni Ribelli
Scrivenny 2.0
White Russian
giovedì 3 ottobre 2013
unforeseeable
Ma che colore ha una giornata uggiosa? Nammerda, fatevelo dire. Poi era anche la prima della stagione, ed era domenica. Fortunatamente la poison ci aveva omaggiato qualche settimana fa di un tot di film ovviamente scogniti o parascogniti e, visto che alla domanda della ms «Che film vediamo?» la risposta è stata ovviamente «Uno leggero», ho messo su Synecdoche... no, quella è un’altra storia. Stavolta ci ho preso e, sghignazzando sghignazzando, siamo arrivati felici fino alla conclusione di In the loop. Che è un film di cui ignoravo totalmente l’esistenza, purtroppo. D’altronde è uscito in ogni dove tranne che in Italia. Probabilmente troppo sofisticato, troppo british, troppo lontano dalla nostra realtà: si è mai visto da noi il mobbing spinto? e un politico totalmente incapace che più parla più si incarta e la fa grossa? La storia, tratta da una serie tv inglese di successo (The thick of it), è una satira spietata, corrosiva, dai dialoghi irresistibili, della politica estera (e soprattutto bellica) angloamericana. Il regista, al suo esordio cinematografico dopo un bel po’ di tv, è l’inglese Armando Iannucci (indovinate dov’è nato il padre?). Gli attori, a parte il povero James Gandolfini, non sono granché noti. Tom Hollander, nel ruolo del ministro più incapace del regno, è bravissimo ma Peter Capaldi, scatenato e triviale mastino di Downing Street, è impagabile.
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mercoledì 2 ottobre 2013
in fila per cinque/2
Secondo appuntamento della serie “Un anno un film”, o chiamatelo come volete. Chi si fosse perso la prima, la trova qui. Ricordo che l'idea è di Frank Manila, lo sviluppo di Bradipo, le minchiate invece sono tutte mie. Si comincia.
1974 – C'eravamo tanto amati
Uno dei più bei film italiani di sempre, il punto più alto di Ettore Scola insieme a La terrazza. Trent'anni di storia d'Italia visti attraverso il rapporto di amicizia fra tre uomini e una donna (Gassman, Manfredi, Sandrelli, il povero Satta Flores). Tutti straordinari, ma forse li batte Aldo Fabrizi, qui in un ruolo orribile e odioso, tanto distante dai suoi soliti. E Giovanna Ralli, troppo dimenticata, anche qui bella e magnifica nel ruolo dell'arricchita che scopre tragicamente la propria ignoranza. Gassman che si finge posteggiatore e Satta Flores che va a vedere la conferenza di De Sica sono due perle. Dialoghi impagabili di Age e Scarpelli.
1975 - Qualcuno volò sul nido del cuculo
Rivisto di recente, il film di Miloš Forman che racconta le ignobili storture del sistema psichiatrico nell'America dei primi anni Settanta non ha perso niente della sua forza e della sua modernità. A tutt'oggi uno dei ruoli migliori di Jack Nicholson, ma non dimentichiamo caratteristi con i controfiocchi come i giovani e sconosciuti Danny DeVito, Brad Dourif, Vincent Schiavelli, Christopher Lloyd, per non parlare della tremenda infermiera Louise Fletcher e di "Grande Capo" Will Sampson. Finale che è un pugno nello stomaco. Cinque Oscar meritatissimi.
1976 – Todo modo
Ancora Elio Petri, ancora Gian Maria Volontè. Film recuperato qualche anno fa a tarda notte e, prima dell'avvento del digitale, praticamente invisibile. Liberamente ispirata all'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, questa satira ferocissima della Dc di allora (ma molto attuale ancora oggi) fu reputata “pericolosa” visto il clima dell'epoca e, dopo il sequestro Moro, sparì dalla circolazione. Merita una riscoperta e, spiegando due o tre cose di storia, ci starebbe bene proiettata nei licei. Volontè è un Aldo Moro molto diverso da quello che interpreterà dieci anni dopo per Ferrara, eppure con pochi gesti ed espressioni lo restituisce paro paro. Tra gli altri interpreti, Michel Piccoli nei panni di Lui (indovina chi?), Mariangela Melato, Marcello Mastroianni e un sorprendente Ciccio Ingrassia.
1977 – Io e Annie
Il primo Woody Allen non si scorda mai. È sempre rimasto tra i miei preferiti, forse il primo (ma col senno di poi) a costituire il trittico dei film che hanno rappresentato la mia educazione sentimentale. C'è stato un periodo in cui conoscevo praticamente a memoria i due brevi monologhi che aprono e chiudono il film, più varie altre battute. Diane Keaton non è mai stata così attraente. La scena della coda al cinema, Shelley Duvall al concerto di Bob Dylan e Marshall McLuhan nella parte di se stesso rappresentano da sempre un sogno e un balsamo per il mio carattere di merda. Quattro Oscar sacrosanti.
1978 – Il cacciatore
Come per le banane e la nutella, da adolescente ne ho fatto indigestione. Dopo anni, di recente l'ho rivisto per intero, ed è sempre un’emozione anche solo guardare la faccia di De Niro. Uno dei pochi film di guerra che amo. Michael Cimino è uno dei più grandi misteri del cinema americano, Christopher Walken indossa forse la sua maschera più inquietante di sempre, e quando faccio un brindisi tra amici mi scappa sempre un po’ la voglia di dedicarlo a Nick (p.s. per i pazzi che si ricordano del mio blog su Libero: è vero, de Il cacciatore ho scritto cose molto simili anche di là).
1974 – C'eravamo tanto amati
Uno dei più bei film italiani di sempre, il punto più alto di Ettore Scola insieme a La terrazza. Trent'anni di storia d'Italia visti attraverso il rapporto di amicizia fra tre uomini e una donna (Gassman, Manfredi, Sandrelli, il povero Satta Flores). Tutti straordinari, ma forse li batte Aldo Fabrizi, qui in un ruolo orribile e odioso, tanto distante dai suoi soliti. E Giovanna Ralli, troppo dimenticata, anche qui bella e magnifica nel ruolo dell'arricchita che scopre tragicamente la propria ignoranza. Gassman che si finge posteggiatore e Satta Flores che va a vedere la conferenza di De Sica sono due perle. Dialoghi impagabili di Age e Scarpelli.
1975 - Qualcuno volò sul nido del cuculo
Rivisto di recente, il film di Miloš Forman che racconta le ignobili storture del sistema psichiatrico nell'America dei primi anni Settanta non ha perso niente della sua forza e della sua modernità. A tutt'oggi uno dei ruoli migliori di Jack Nicholson, ma non dimentichiamo caratteristi con i controfiocchi come i giovani e sconosciuti Danny DeVito, Brad Dourif, Vincent Schiavelli, Christopher Lloyd, per non parlare della tremenda infermiera Louise Fletcher e di "Grande Capo" Will Sampson. Finale che è un pugno nello stomaco. Cinque Oscar meritatissimi.
1976 – Todo modo
Ancora Elio Petri, ancora Gian Maria Volontè. Film recuperato qualche anno fa a tarda notte e, prima dell'avvento del digitale, praticamente invisibile. Liberamente ispirata all'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, questa satira ferocissima della Dc di allora (ma molto attuale ancora oggi) fu reputata “pericolosa” visto il clima dell'epoca e, dopo il sequestro Moro, sparì dalla circolazione. Merita una riscoperta e, spiegando due o tre cose di storia, ci starebbe bene proiettata nei licei. Volontè è un Aldo Moro molto diverso da quello che interpreterà dieci anni dopo per Ferrara, eppure con pochi gesti ed espressioni lo restituisce paro paro. Tra gli altri interpreti, Michel Piccoli nei panni di Lui (indovina chi?), Mariangela Melato, Marcello Mastroianni e un sorprendente Ciccio Ingrassia.
1977 – Io e Annie
Il primo Woody Allen non si scorda mai. È sempre rimasto tra i miei preferiti, forse il primo (ma col senno di poi) a costituire il trittico dei film che hanno rappresentato la mia educazione sentimentale. C'è stato un periodo in cui conoscevo praticamente a memoria i due brevi monologhi che aprono e chiudono il film, più varie altre battute. Diane Keaton non è mai stata così attraente. La scena della coda al cinema, Shelley Duvall al concerto di Bob Dylan e Marshall McLuhan nella parte di se stesso rappresentano da sempre un sogno e un balsamo per il mio carattere di merda. Quattro Oscar sacrosanti.
1978 – Il cacciatore
Come per le banane e la nutella, da adolescente ne ho fatto indigestione. Dopo anni, di recente l'ho rivisto per intero, ed è sempre un’emozione anche solo guardare la faccia di De Niro. Uno dei pochi film di guerra che amo. Michael Cimino è uno dei più grandi misteri del cinema americano, Christopher Walken indossa forse la sua maschera più inquietante di sempre, e quando faccio un brindisi tra amici mi scappa sempre un po’ la voglia di dedicarlo a Nick (p.s. per i pazzi che si ricordano del mio blog su Libero: è vero, de Il cacciatore ho scritto cose molto simili anche di là).
Si continua mercoledì 9...
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venerdì 27 settembre 2013
chi lavora è perduto
Forse la cosa che mi piace di più dei film di Gianni Amelio sono i titoli: Lamerica, Così ridevano, L’intrepido. Evocano canzoni, vecchie rubriche della Domenica del Corriere, riviste a fumetti della mia infanzia (ebbene sì, io a meno di dieci anni leggevo L’intrepido, ma soprattutto Lanciostory e Skorpio che rubavo alle mie sorelle, capite perché sono diventato così?). Detto ciò, che dire del film? Mah. Che non è meh, perché la maschera tragicomica di Antonio Albanese trova forse in questo caso il suo migliore impiego drammatico. Perché Gabriele Rendina è una bellissima scoperta. Perché scene come quella del negozio di scarpe valgono il biglietto. Perché la Milano uggiosa, talvolta astratta, troppo spesso distratta, quasi sempre deserta, è sempre la fidanzata brutta della vecchia, amara, attualissima battuta di Paolo Rossi, quella secondo cui devi sempre spiegare agli amici perché ti piace. Tuttavia, in questo come in tanti recenti film italiani c’è una difficoltà di fondo a far convivere dramma e commedia. E il buonismo di certe situazioni, o il semplicismo della pur valida scena finale, lasciano un po’ così.
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mercoledì 25 settembre 2013
in fila per cinque/1
Alla fine mi sono deciso. Ispirato dal
mitico Frank Manila e precisino come solo il Bradipo sa, ho deciso di
aprire questa rubrica a cadenza settimanale per raccontare quali sono
secondo me i migliori film (migliori soprattutto per quello che mi
hanno trasmesso, perché dovessi scegliere solo da un punto di vista
artistico avrei grosse difficoltà) per ogni anno della mia vita.
Poiché il vecio scrivente è del 1969, sarà lunga. Ma cazzeggiando
cazzeggiando, arriveremo al traguardo. Si comincia...
John Schlesinger, da poco a Hollywood e
in uno stato di grazia che sarebbe durato per tutti i Seventies. Jon
Voight come probabilmente non è più stato, nei panni del gigolò
più imbranato d'America. Dustin Hoffman immenso nei panni del
traffichino Sozzo, e poco importa se capiamo già da subito che alla
fine morirà. Tre Oscar, ma non agli attori. Ah, Everybody's
talkin' per colonna sonora.
Elio Petri, il più grande e
dimenticato regista italiano. Gian Maria Volontè di una bravura
strepitosa nei panni di un questore corrotto e fascista che uccide la
sua amante (Florinda Bolkan) e, pur agognando l'arresto, rimane
impunito o forse no. Atmosfere oniriche e kafkiane come solo Petri
sapeva fare. Colonna sonora “storica” di Ennio Morricone. Oscar
per il miglior film straniero.
Il primo film della lista che ho visto
al cinema, quando è stato riproposto nel 1998. Kubrick: devo
aggiungere altro? Romanzo di Anthony Burgess. Malcolm McDowell bello
come un dio. Singin' in the rain, Ludovico Van e il Guglielmo Tell.
Una potenza visionaria straordinaria. Una morale scomoda molto più
delle scene di violenza. Immenso.
Ci credereste? Lo vidi per la prima
volta in tv, canale5 di una vita fa, preceduto e seguito da una messa
cantata di Mauriziocostanzosciò da spararsi nelle palle. Nonostante
fossi ggiovane e nonostante la cornice, fu colpo di fulmine. La
storia d'amore disperata di Paul (Brando in una delle sue migliori
performance) e Jeanne (Maria Schneider dal breve, fatuo successo) è
di quelle che ti prendono per le palle fino a farti lacrimare. Scena
del burro da ascoltare: siamo seri, la pietra dello scandalo è quel
monologo, non la scopata. Parte finale straziante.
Ancora uno dei miei registi preferiti
(William Friedkin), ancora un paio di attori pressoché svaniti nel
nulla (Jason Miller e Linda Blair), ancora un film vittima di un
abbaglio. Perché quello che è considerato (anche giustamente, dal
punto di vista strettamente cinematografico) il grande antesignano
dei film horror dedicati alle possessioni, è in realtà un potente,
tristissimo, profondo film sulla perdita della fede.
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