mercoledì 16 novembre 2011

se viggo mortensen può fare freud, perché michael gambon non poteva fare aragorn?


Lo ammetto: l'unica cosa che mi ha spinto a vedere Un metodo pericoloso è saperlo diretto da David Cronenberg. Ché se non ci fosse stato scritto proprio così, peraltro, non l'avrei mai detto. Un po' gelido melodrammone con tanto di musiche stracciapalle, un po' “ma guarda quant'è frescone, falso e opportunista Jung”, un po' numeri di bravura di Keira Knightley, un po' sesso tristanzuolo (a Cronenberg le scene di sesso proprio non riescono, se ne faccia una ragione, metta delle belle dissolvenze come si faceva nei film di una volta...), un po' Mortensen che ti fa venire voglia di fumare il sigaro dopo dieci minuti, ma - stringi stringi - un corpo estraneo che fatica a emozionare, o anche solo a comunicare.


lunedì 14 novembre 2011

l’ultima bottiglia


Per dirla con il Trap: no say the cat is in the sac. Entusiasmi e feste mi sembrano drammaticamente prematuri. Certo, forse non facciamo la fine della Grecia e questa è cosa buona e giusta. Forse il mondo smetterà di prenderci per il culo. Ma intanto quello non è scomparso dalla vita pubblica come quelli del Caf. Sta lì, cerca alleanze, tra un po’ chiederà ai pensionati, ai cacciatori, per adesso si accontenta dei nostalgici del duce, forse pensa che abbiano nostalgia di lui. Ma mettiamo pure che sparisca, lui e tutta la corte di nani e ballerine. Quanto ci metteremo a spurgare? Quand’è che non vi sentirete in colpa per una battuta un po’ greve, per un commento scatologico, per un apprezzamento a un bel culo? Quand’è che finiranno le crociate per una pubblicità a base di tette o si smetterà di considerare omofoba una considerazione di rara banalità? Quell’essere ha davvero così spostato l’asse del buon senso e del buon gusto o forse vi siete solo ricordati improvvisamente che non solo morirete democristiani, ma presumibilmente anche cattolici?

mercoledì 9 novembre 2011

papà, che vuol dire reprobo?


Avete meno di dieci anni o siete intorno ai quaranta? Sfidate le intemperie, c'è Tintin. Che simpatico son parole grosse, ma a me ha sempre dato quel sapore di giovedì sera, quel Supergulp che resta un unicum nella televisione italiana, Don Chisciotte a cartoni contro il maicbongiorno di turno e prima dell'avvento di Derrick. E poi, regia di Spielberg. Steven, sai il regista di Incontri ravvicinati, Et, Indiana Jones, il produttore di Super8...? Come? Ha fatto anche tre Jurassic Park? Impossibile, dev'essere un omonimo. Comunque. Bello. Bello bello bello Le avventure di Tintin. E tanto, tanto retrò. E per questo richiede una verginità e un senso dell'avventura tutto bambino. Oppure nostalgia. O tutt'e tre, se si è capaci. I titoli di testa sono notevoli, ma quelli alternativi, cazzo, cercateveli su youtube e vi leccherete i gomiti. Scene come quella iniziale, quella nel deserto, la battaglia delle gru o l'inseguimento del falco (a proposito, ancora nessun coglione a dire che Tintin è razzista nei confronti degli arabi?) sono pura delizia. Certo, manca Tournesol. Ma si può avere tutto? No, infatti quello non si dimette.

mercoledì 2 novembre 2011

la fine del mondo nel nostro solito petto


Ho passato buona parte del primo tempo (a parte la scena dell'auto, che intuivo per qualche ragione essere perfetta) a chiedermi se avesse un senso doversi sorbire Melancholia giusto per vedere le tette di Kirsten Dunst. Odiosa lei, odioso il contesto, gente orribile tutta concentrata sul proprio ombelico, Charlotte Rampling che le sentivo già le madaminchie a dire «Eh sì, brava ad avercela col mondo con un marito così», laddove il marito era solo un povero, magnifico priapico svampito interpretato dall'ottimo John Hurt. Per tacere del personaggio di Udo Kier, ché se voglio vedere checche isteriche mi sintonizzo su canalecinque. Poi però il film comincia. Sì, a metà. E allora scopro che von Trier ci ha preso abbondantemente per il culo. Che il suo è un messaggio incredibilmente ottimista. Che gli onanisti mentali, così impegnati a credere o a non credere a qualcosa per nascondere le proprie ubbie, alla fine hanno la peggio. E solo la protagonista, che soffre davvero e davvero risorge, alla fine è quella che muore serena. Un film sorprendente. Nulla di strano che le mie “valvole”, come quelle del protagonista di Una banda di idioti, abbiano giustamente fatto i capricci.


lunedì 24 ottobre 2011

perché sono monello?


Sono impazzito? No, torno a parlare di This must be the place. Cheppalle? Non è colpa mia, prendetevela con il mio ammmore che, pur continuando a minchionare sul fatto che non capisce niente di cinema (palese bugggia), mi ha messo una pulce nell'orecchio di cui non riesco a liberarmi. Si parlava del finale e io dicevo «Beh, secondo me aveva senso che finisse sulla scena della sigaretta. Un finale che diceva tante cose ma aperto, che dopo non sai». E lei (cito a capocchia, ma il senso è questo): «A me è piaciuto finché ci sono i colori vivaci. Da quando lui smette di essere se stesso per diventare “adulto”, i colori sono grigi». E allora ho rivisto Cheyenne e mi è venuto in mente l'eterno equivoco su Pinocchio. Quel capolavoro della letteratura italiana che da sempre fa comodo trasformare in favoletta Disney, quello che ci intortano a scuola essere finto quando di legno, vero se bambino ingabbiato nelle convenzioni sociali. Forse quello di This must be the place non è un happy end. O forse Sorrentino (e chissà Collodi) non ci ha nemmeno pensato.

venerdì 21 ottobre 2011

a me la scritta cuisine non dispiaceva


Com'è che diciamo noi ggiovani? Tanta roba! Esci dalla visione di This must be the place con la testa, le orecchie, il cuore pieni. Magari riconciliandoti il mattino dopo con un finale che ti aveva soddisfatto a metà. Certo, Paolo Sorrentino deve tanto alla visione dei Coen e di Lynch, ci sono scene di raccordo che non sarebbero state perdonate a Muccino, il film si fonda quasi tutto su uno Sean Penn in stato di grazia la cui interpretazione sembra (?) costruita per l'Oscar, ma Caaaazzo!, come direbbe lo stralunato protagonista, nulla è lasciato al caso, l'estetica non è quasi mai calligrafica, e si esce notevolmente appagati. Ah, 'ndovina? Ho pianto. Ché, insomma, quando Cheyenne si sfoga con David Byrne (che fa se stesso, meraviglia d'uomo) e tira fuori tutto quello che fino a quel momento avevamo solo intuito, beh Caaaazzo! se non ci si commuove si è un po' bestie.


lunedì 17 ottobre 2011

mica stiam qui a pettinare le bambole


Settimana lavorativamente complicata, quella scorsa. E i tanti spunti per un post, mah, svaniti. Ché mi sarebbe pure piaciuto raccontare l’ennesima e per me inedita fetta di Milano (non il salame, oh stupidi superstiti lettori), ma chissà, magari tornerà fuori. Poi ieri, complice un ritardo di sei minuti sull’orario che ci interessava, abbiamo saltato il triangolo Freud-Jung-Cronenberg in favore di Tomboy. Che è un piccolo film francese di una regista sconosciuta (Céline Sciamma), interpretato da un nugolo di giovanissimi notevoli (ma più ancora della protagonista Zoé Héran, è fantastica la piccola Malonn Lévana) e che racconta l’indecisione sessuale di una bambina di dieci anni, sospesa tra il desiderio di farsi accettare dal gruppo, vivere la cotta per l’unica altra ragazzina dei dintorni e sopravvivere a una happy family ai limiti dello stucchevole. Carino, “delicato” come si diceva una volta, con alcuni momenti molto riusciti.

lunedì 10 ottobre 2011

d’amore di morte e di altre sciocchezze


Lui ha un amico immaginario giapponese e, in preda ai sensi di colpa, flirta con la morte, lei ha un cancro, tre mesi di vita e se ne innamora senza saperne nulla. In mano ad altri, Restless (no, il titolo italiano no!) sarebbe stata una indigeribile mappazza per sartine dentro; Gus van Sant, che pure non è al suo film migliore, lavora fortunatamente per sottrazione, senza compiacimento del dolore, e realizza una specie di Love story a tratti originale, spesso spiazzante, con la complicità di due gggiovani formidabili, Henry Hopper e, soprattutto, Mia Wasikowska. Come dite? E certo che si piange come vitelli, compresi i titoli di coda con The fairest of the seasons cantata da Nico.

venerdì 7 ottobre 2011

lc 630


Perché oggi? Perché sono uno snob, perché ci sono rimasto di merda, perché volevo capire se e cosa scrivere, perché tutt’intorno è un fiorire di cazzi miei. Buttar lì le frasi di mr. Jobs mi sembrava una roba da fb, anche se più le leggo e più rendo conto di quanto spesso mi ci ritrovi. Il fatto è che il patron di Apple ha invaso piacevolmente la mia vita come quella di qualche miliardo di persone. Ha saputo coniugare bellezza e funzionalità. Un pezzo sostanziale di Pixar è opera sua. E lo slogan «la fantasia al potere» sembrava avere trovato finalmente il suo senso. Non sopportando le prefiche, mi piace citare uno Spinoza di ieri, impagabile come spesso accade: «Steve Jobs è morto. Vediamo se Bill Gates gli copia pure questa».

giovedì 6 ottobre 2011

anche tu sei in terapia?


Fidatevi: prima trombate, poi andate a vedere l'ultimo Almodóvar. Altrimenti rischiate non solo di non trombare, ma di fare anche dei signori incubi. La pelle che abito è uno strano strano film in cui il regista ha messo tutto, troppo: non manca quasi nulla all'appello dei casi psicanalitici. Il colpo di scena è piuttosto telefonato nonostante l'improbabile costruzione temporale; il sarcasmo spalmato qua e là non è sempre efficace, anzi talvolta è incomprensibile. Eppure c'è un'intrigante atmosfera a metà tra Jesus Franco e Rebecca la prima moglie, c'è Antonio Banderas fieramente invecchiato (bel culo, peraltro) che sembra uscito da qualche noir malato della vecchia Hollywood, e c'è Elena Anaya (bellissimo culo, peraltro) che dà una prova straordinaria a metà tra la bambola smarrita e l'angelo vendicatore.