giovedì 13 maggio 2010

lisbeth si è fermata ad arcore


È ufficiale, non riusciamo a farci i cazzi nostri. Ma come si fa a non seguire con lo sguardo quello stivaletto da Peter Pan dark cui è stato intimato di scendere dalla spalliera già due volte da un controllore frustratannoiato? Dalla nostra angolazione non riusciamo a capire se sia maschio o femmina, fiore o frutto, ma a un tratto squilla il telefono, si sposta in avanti, parla: è una ragazza. Parla soprattutto lei, ma si capisce che dall’altra parte c’è la persona che ha appena salutato a Milano. Quella che dovrà aspettare, che dovrà capirla, perché stasera non era la sera giusta. La durezza dei lineamenti si scioglie piano, al ritmo spampanato del tulipano rigirato tra le mani. La felicità oggi no, domani forse, ma dopodomani…

lunedì 10 maggio 2010

ti amo (anche se non conosci il punt e mes)


Due giorni e mezzo? Soltanto? No, dai, era venerdì, poi sabato… beh sì, era già sabato in realtà. E c’era pioggia ma anche no, e noi che sembrava una vita e invece quasi. Ah, e c’è stato un compleanno e un po’ troppa gente intorno e un concerto che non so se ero più emozionato per il Principe o perché eravamo lì insieme. E Goya e Schiele e Kubrick divorati fino a sera per poi scommettere dentro un pezzo di Toscana milanese quale delle coppie intorno sarebbe tornata a casa a scopare (ah, sicuramente la modella gnocca e il baffuto che sembrava uscito da un porno tedesco, il cazzaro tv non saprei). E poi un aereo ancora, ché un aereo c’è sempre, comunque. Ma, su tutto, il nostro amore adolescente, quello che non basta mai, più o meno in silenzio, tra le risate e il cigolio delle reti. Uh, se non ti chiamo cancelliera vieni lo stesso?

giovedì 6 maggio 2010

bambo talks


Abitiamo più o meno uno di fronte all’altro. Ha sì e no 25 anni, la barba, gli occhiali e gli stessi vestiti buoni per ogni stagione. Quando lo incrocio mugugna di timidezza qualcosa tipo buongiorno. Che lavoro faccia è un mistero: ha l’aria dell’informatico ma forse arrotonda come serial killer del pomeriggio, visto che esce sempre quando io torno per pranzo. Da tempo l’ho battezzato il ragazzo più vecchio del mondo. Mai sentito parlare, almeno fino a ieri, quando l’ho incrociato nella salumeria buona del bdcdP: spesona di galuperie fra le quali stonava un anonimo olandese da supermercato che lì, giustamente, costa il doppio. E parlava. Parlava come ti aspetti che faccia il ragazzo più vecchio del mondo. Con l’umorismo preistorico di chi è nato da genitori già negli anta, la cultura spicciola, onnivora e approssimativa di chi si interessa a tutto senza amare niente, la galanteria di uno che non è mai stato baciato. Struggente, imbarazzante, fuori sincrono con il mondo.

mercoledì 5 maggio 2010

bringing it all back home


Ricordo il pomeriggio in cui vidi Happiness. Giugno milanese, rassegna del meglio di Cannes, annata eccellente. Fu una folgorazione. E mi aspettavo tanto, forse troppo da questo seguito. Così sono molto curioso di sapere cosa ne pensa chi ha visto Life during wartime (o Perdona e dimentica, il titolo italiano per una volta non è strampalato perché riprende il leit motiv del film) e si è perso il precedente. Perché in questa strana radiografia americana c’è la solita miscela alla Solondz, tra dialoghi surreali e molto divertenti, domande pesanti come macigni, bambine imbottite di Xanax e un 11 settembre che salta fuori persino se si parla di pedofilia, ma è come se mancasse qualcosa, un'alchimia felice che rende, ad oggi, Happiness il film più compiuto del regista. E perché i nuovi attori (tutti diversi rispetto al primo film) non bucano, tranne forse Ally Sheedy che è sempre bello sapere che è ancora viva e lotta insieme a noi. Impari il confronto tra Phillip Seymour Hoffman e Paul Reubens; a proposito, quest'ultimo tornerà a indossare i panni di Pee-Wee: io, nonostante l'idiozia della cosa, sono quasi contento per lui.

martedì 4 maggio 2010

indie per cui


Qual è il ruolo della musica? Ci pensavo in questi giorni leggendo un paio di post della Bionda. Non ho saputo rispondermi, né – ho capito – m’interessa una risposta. O forse, se risposta c’è, è annidata fra le 6464 tracce del mio ipod. Comunque pensavo alla questione anche durante la visione de I gatti persiani, che è un film iraniano. Ma ecco che vi sento drizzare i peli: che c’entra l’Iran con la musica? C’entra sì, tesori cari. Il film di Bahman Ghobadi è una strana creatura: è fiction ma è anche quasi un documentario musicale. Perché tutti i gruppi che vi recitano sono band vere, una piccola rappresentativa di un universo sterminato. Ognuna col suo stile (ce n’è per tutti i gusti), le sue esperienze, i suoi sogni, il suo tentativo di sopravvivere alla repressione di regime, e ognuna con il suo video, la sua canzone e la sua visione del Paese in cui vive (ma perché cazzo nella versione italiana è stato sottotitolato solo il rap?). E se il finale lascia un po’ perplessi, per il resto non ci si annoia mai.

domenica 2 maggio 2010

l'amore ai tempi del lavoro


C'è talmente tanto, dentro Cosa voglio di più, che non so da che parte cominciare. Forse dalla bellezza e dalla pulizia della scena finale. O di quando, tornato a casa, hai quasi voglia di una doccia che ti liberi dalla sensazione di essere stato addosso ai protagonisti, tutti. O dalla credibilità degli attori. O da come tutto si svolga a Milano ma potrebbe essere ovunque, ché tanto la città del film è un luogo di non-luoghi, dal finto parco giochi al finto pub messicano, dal motel al super (dio! la spesa al super che sta chiudendo è più o meno galera di quella serranda sempre serrata fino in fondo prima di dormire?). Per non parlare di Battiston che ricorda l'obeso di Gaber. E di quanto la pigrizia e le convenzioni uccidano le passioni, né più né meno della mancanza di soldi.


C'entra e non c'entra, ma a me quest'articolo è piaciuto tanto.

giovedì 29 aprile 2010

berghemerd


Cerca l'osceno

mercoledì 28 aprile 2010

la notte dei morti viventi


Uno ha 20 anni e la voce di Tom Waits con l’inflessione e la finezza di Leone di Lernia. Una al cinema masturba la sua collana due poltrone più in là di uno che invece si gingilla con un sacchetto di carta. Una vede complotti anche nella pioggia scrosciante che a malapena ci ha fatto atterrare ma che non ci permette di raggiungere l’aeroporto, un altro pensa che quelli di raianér raccontino balle così, di default, e non sopporta che all’ennesima lamentela del cazzo la hostess se ne vada via mandandolo mentalmente affanculo. Due o tre comprano compulsivamente bibite e panini come se dovessero passare tutta la notte dentro questo cazzo di aereo: pericolo di carestia? Qualcuno ha deciso che la sua valigia ormai l’ha tirata giù e fanculo al mondo, anche se il mondo deve andare a pisciare e la valigia blocca l’ingresso del wc.

martedì 27 aprile 2010

metafisica della computer grafica


E mentre si consumano crimini aberranti in nome dell’amore (ma guarda!), la cinepresa sale, sale, sale e si perde verso il cielo. Per mostrarci l’infinitesimale stupidità dell’uomo di fronte all’immensità dell’universo? O forse il suo occhio è quello di dio, un dio assente perché inesistente, o assente perché cinico giocatore con qualche miliardo di pedine, o assente perché sconsolato dalle miserie umane? In ogni caso, Agorà è un film sorprendentemente potente, attualissimo manifesto contro l’intolleranza, mai noioso anche quando arzigogola di astronomia.

venerdì 23 aprile 2010

レベル


La locandina internazionale evoca un'idea patetico-poetica di Giappone da cartolina, il titolo inglese - che in italiano è rimasto uguale visto che tanto noi siamo ammeregani - gioca un po' ipocritamente tra partenze e dipartite. Diffidate di tutto ciò: Okuribito (Colui che accompagna), al di là degli inutili artifici di marketing, è un film davvero molto bello e profondo che, attraverso la storia di un musicista senza lavoro che si ricicla come tanatoesteta, riesce a parlare di morte e del suo ipotetico senso senza filosofie da strapazzo, scorrendo incredibilmente per 130 minuti senza uno sbadiglio. In compenso tanto, tanto pianto. Oscar 2008 sacrosanto.